Il vicolo cieco del rapporto Chiesa-ebraismo

Lo scorso 10 dicembre si è svolta a Roma, presso la Sala stampa della Santa Sede, la presentazione del nuovo documento redatto dalla Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo intitolato “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”. Come ha scritto Matteo Matzuzzi su Il Foglio di mercoledì 10 dicembre, si tratta di riflessioni su diverse questioni attinenti alle relazioni tra la Chiesa ed il mondo ebraico nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione del documento conciliare Nostra Aetate (“Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”), vera e propria bandiera del dialogo interreligioso inaugurato dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Il cardinale svizzero Koch ha tenuto un discorso caratterizzato da alcune affermazioni conformi al corso vaticanosecondista, ossia a metà tra l’ambiguo e lo sconcertante. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Tra queste, la seguente: “se è vero che nel corso della storia della Chiesa non sono mancate dichiarazioni ufficiali in merito all’ebraismo o alla convivenza tra cattolici ed ebrei, è altrettanto vero che Nostra Aetate (n.4) presenta, per la prima volta, la decisa posizione teologica di un Concilio nei confronti dell’ebraismo”. Sarebbe interessante, a tale riguardo, andare a vedere come si è espressa la Chiesa a proposito dell’ebraismo e dei rapporti con gli ebrei, ma i prelati fedeli al corso vaticanosecondista preferiscono sorvolare … ora c’è Nostra Aetate, la stella polare del dialogo ecumenico, e tutto il resto non conta più. Sarà il caso di ricordare come nel corso degli anni sia stato evidenziato, in maniera qualificata e da più parti, che il documento conciliare Nostra Aetate, in tema di ebraismo, esprime novità che non si fondano su nessun documento del Magistero precedente e che nemmeno si riscontrano presso le opere dei Padri.

Ma non finisce qui. Il Cardinale Koch ha continuato dicendo che il nuovo documento è “esplicitamente teologico” e che nessun altro testo, prima di questo, è stato prodotto dalla “Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo”. Già, ma la Chiesa, che esiste da un bel po’ di tempo prima della costituzione della “Commissione”, nel corso dei secoli si è espressa sull’argomento in più occasioni.

Koch ha poi precisato che quello appena licenziato “non è un documento ufficiale del Magistero della Chiesa cattolica”, ma “un documento di studio il cui intento è quello di approfondire la dimensione teologica del dialogo ebraico-cristiano”, ribadendo che non vi è nessuna volontà di “presentare affermazioni dottrinali definitive”. Cosa che rispecchia il modus operandi che, sino ad ora, ha caratterizzato il periodo post Vaticano II: non si tocca la dottrina, si agisce sul piano della prassi (metodo grazie al quale, nella Chiesa e nel cosiddetto mondo cattolico, si è imposto ciò che cattolico non è).

Tra i vari temi trattati nel nuovo testo, vi è quello dell’Alleanza, mai revocata, di Dio con Israele. A quale Israele si riferiscono i prelati? A quello di Abramo che è finito nella Chiesa cattolica, o a quello storico e attuale costituito da coloro che si credono discendenti carnali di Abramo e continuano a rifiutare Gesù? Inoltre si afferma che la Chiesa deve avere nei confronti degli ebrei un atteggiamento rispettoso, che porti a non promuovere alcuna azione volta alla loro conversione: questo significa che l’ebraismo talmudico salva? I prelati del nuovo corso vaticanosecondista sostengono, dunque, che gli ebrei possono fare a meno di Gesù Cristo, in quanto la loro “fede” è salvifica?

Se non dovessero avere questa convinzione, questi uomini di Chiesa manifesterebbero una grave colpa nei confronti degli ebrei, lasciandoli nelle tenebre costituite dal rifiuto di Gesù. Ma se le cose stanno così, se l’antica Alleanza vale ancora per coloro che rifiutano Gesù Cristo e la Chiesa, allora vuol dire che esistono due vie parallele di salvezza: la via della Chiesa e la via dell’ebraismo. Eppure Gesù non è venuto solo per i “gentili”, gli apostoli non sono rimasti nella Sinagoga e la Chiesa, prima del dialogo promosso nel periodo post-conciliare (dunque per ben 1965 anni circa), non ha mai detto che gli ebrei non debbano convertirsi in quanto già sulla retta via.

Su questa decisiva questione, il Cardinale Koch così si è espresso: “La Chiesa deve comprendere l’evangelizzazione rivolta agli ebrei, che credono nell’unico Dio, in maniera diversa rispetto a quella diretta a coloro che appartengono ad altre religioni o hanno altre visioni del mondo. Ciò significa concretamente che la Chiesa cattolica non conduce né incoraggia alcuna missione istituzionale rivolta specificamente agli ebrei (…) fermo restando questo rifiuto di una missione istituzionale diretta agli ebrei, i cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei; devono farlo però con umiltà e sensibilità riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio e tenendo presente la grande tragedia della Shoah”.

Quando si afferma che gli ebrei credono nell’unico Dio, cosa si vuole dire: che ebrei e cristiani – per la precisione, cattolici-romani – credono nello stesso unico Dio? Non risulta in alcun modo, infatti, che gli ebrei abbiano fede nella Santissima Trinità ed in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, incarnazione della seconda persona della SS. Trinità. Inoltre, cosa significa esattamente “rendere testimonianza della fede in Gesù Cristo con umiltà e rispetto, riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio e tenendo presente la grande tragedia della Shoah”? Devono forse i cristiani avere una qualche forma di pudore, nel testimoniare la loro fede dinnanzi agli ebrei per non mortificarli?  Ed ancora: l’ebraismo talmudico è forse portatore della Parola di Dio?

È evidente che nei confronti dell’ebraismo, la Chiesa uscita dal Vaticano II ha assunto un atteggiamento completamente diverso da quello tenuto per secoli: da guardingo e severo nel biasimare l’ostinazione nel rifiuto di Gesù (pregando per la conversione dei giudei), a stucchevolmente ossequioso. Un cambiamento che è andato di pari passo con l’avvicinarsi della Chiesa al mondo (1), secondo quello “spirito del concilio” – di matrice modernista (2) – che tantissimi danni ha prodotto dentro e fuori la Chiesa.

 

Note:

  1. “Mondo, secondo la spiritualità tradizionale, significa la filosofia di chi respinge i tre consigli evangelici (continenza, povertà e umiltà obbediente) per vivere secondo le tre concupiscenze (orgoglio, sensualità, avarizia) nelle quali totus mundus positus est (Giovanni V, 19). Non bisogna confondere il “mondo fisico”, creato da Dio e naturalmente buono, con il “mondo morale” nel quale si identifica la schiera dei mondani nemici di Cristo.” (Tratto da SI SI NO NO del 15 novembre 2014). Il “mondo morale” che rifiuta Cristo, è quello di coloro che vivono come se Dio non esistesse e che eleggono a ragione di vita il godimento dei beni; di chi si ritiene svincolato non solo da Dio, ma anche dalla legge naturale oggettiva, da Egli stabilita e “scritta” nella creazione. Mondo, dunque, inteso come categoria morale che simboleggia il rifiuto di Dio.
  2. Con il nome di modernismo si identifica una corrente ereticale, manifestatasi nella Chiesa cattolica soprattutto all’inizio del XX secolo e duramente combattuta, in particolare, dal Papa San Pio X il quale, nell’enciclica Pascendi dominici gregis la definì summa di tutte le eresie. Essa rappresenta, in sostanza, il tentativo di conciliare la fede cattolica con le istanze filosofiche del mondo moderno. Nucleo del modernismo è l’immanentismo, ossia la pretesa di ridurre la verità religiosa alla mera esperienza umana, dalla quale scaturirebbe in un costante divenire. L’influenza del modernismo, soprattutto nella sua rinnovata veste di neo-modernismo, si è manifestata in tutta la sua gravità nel Concilio Ecumenico Vaticano II, ed in particolare nel periodo che lo ha seguito, il cosiddetto post-concilio.