Europa-Europae

Europa-Europae

(Alcune personali considerazioni: disunità geopolitica e unità civilizzazionale)

“EUROPA, NAZIONE, RIVOLUZIONE!”.  Così inneggiavano negli anni sessanta e settanta i giovani nazionalisti europei, e questo grido risuonava per le strade come una sfida.

Un grido di speranza, di illusione, che esprimeva la volontà di ricercare una dimensione politica e spirituale che andasse oltre l’amore delle rispettive Patrie europee, tutte più o meno colpite, nel dopoguerra, da sintomi di decadenza, e rette da governi già disposti alla resa di fronte all’avanzata culturale del progressismo, favorito da democrazie che soffrivano di complessi d’inferiorità verso il comunismo internazionale, del quale erano tributarie per la sconfitta del fascismo. Una dimensione che andava al di là delle frontiere, al di là d’un nazionalismo che percepivano come gretto e senza prospettive. E, soprattutto, che senso poteva avere la difesa degl’interessi nazionali in un’Europa costretta ad essere campo di scontro tra Stati Uniti e Russia Sovietica, e ciò proprio a causa delle divisioni tra gli Europei e delle mire egoistiche ed ispirate ad un disegno di potenza territoriale delle politiche ultranazionaliste che si erano manifestate nel continente? Il tempo delle guerre fratricide doveva terminare, l’Europa unita, l’Europa nazione, l’Europa potenza avrebbe posto fine alle sue millenarie guerre civili.

Quale Europa però sognavano? Quale Europa faceva battere i loro cuori? Quale Europa si rappresentavano? E’ mai esistita, nella realtà, un’Europa unita da un unico disegno e volta verso un’unica direzione?

La risposta è negativa, anche se questa constatazione non toglie ragione alla forza di quel grido; una forza sotterranea, ancestrale fatta d’una storia più che bimillenaria, spesso sanguinosa, però condivisa, d’un destino che separò fratelli che, ciò nonostante, non cessarono di esserlo.

Ad ogni modo un’Europa “Una” mai è esistita. Fu Roma, forse, la prima espressione d’una Europa unita? L’unione di alcuni popoli europei, sicuramente, senza però dimenticare che Roma fu, in primo luogo, un impero mediterraneo che aveva proprio nel “Mare nostrum” il suo centro geografico-geopolitico e dove l’Africa del Nord era il granaio di tutte le province. Roma mai superò, se non per poco tempo, le rive del Danubio e del Reno.

Oltre il guado, nelle mappe militari, indicando i territori abitati dai Germani, i generali romani annotavano “Hic sunt leones“: qui c’è la barbarie.

Roma fu certamente l’espressione d’un Occidente che, secoli prima, Atene e Sparta avevano incarnato contro l’Oriente persiano e, ancor prima, che gli Achei avevano rappresentato nella guerra contro Troia. Maometto II, dopo aver conquistato Costantinopoli, si recò a visitare le rovine dell’antica città anatolica, per omaggiarla della compiuta vendetta. La lotta vittoriosa contro la semitica Cartagine costituì un’ulteriore manifestazione di questo secolare scontro.

Paradossalmente, furono però l’irruzione dell’elemento goto – non meno (indo)europeo del ceppo latino – nella società romana e l’arruolamento dei mercenari le ragioni che, pur non esclusive, determinarono il progressivo indebolimento della fibra delle istituzioni e dell’esercito romano che, fino all’inizio dell’era imperiale, poteva contare sulla fides delle sue gentes, delle sue familiæ, dei suoi soldati-contadini, molto più motivati dei mercenari barbari a difendere Roma.

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La prima manifestazione dell’Europa, così come oggi la percepiamo, fu l’impero Carolingio; la conquista della riva meridionale del Mediterraneo da parte degli arabi musulmani spinse il baricentro di ciò che rimaneva del mondo latino verso il nord; il nuovo baricentro si situò sulle rive del fiume Reno, nel punto d’incontro tra i gallo-latini e i franchi tedeschi, un tempo “limes” romano. Fu, altro paradosso della Storia, lo stesso Islamismo e la sua brama di conquista e dominio ciò che contribuì a forgiare il nucleo di quell’Europa.

Come scrisse lo storico belga Henri Pirenne nella sua fondamentale opera “Maometto e Carlo Magno”, il secondo sarebbe stato inconcepibile senza il primo: intuizione chiaramente ed intenzionalmente iperbolica, ma che ben sintetizza una realtà storica.

Così come le concezioni politiche e giuridiche di Roma sopravvissero alla sua caduta, giungendo a fondare le istituzioni sociali dell’occidente, allo stesso modo il senso dello spazio geopolitico carolingio – allora costituito dai territori che oggi comprendono Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania, Italia centro-settentrionale e Svizzera – si proiettò attraverso i secoli: questi territori mai furono violati dalle orde asiatiche, dall’Islam o dal comunismo e, ciò che è ugualmente significativo, quelle nazioni, a parte la confederazione elvetica, costituirono il primo nucleo territoriale dell’attuale Unione Europea.

La storia dei grandi imperi, prime unioni multiterritoriali e multietniche, manifesta una costante: la necessità di non interrompere la politica di espansione; solo così i popoli che li compongono possono mantenere l’interesse all’unione imperiale e alla rinuncia della propria sovranità. Non appena l’impulso alla conquista ed ai benefici dell’espansione, che dalla prima derivano, s’interrompono, ritorneranno ad emergere le spinte centrifughe degli interessi particolari, che solo la repressione potrà – e solo temporaneamente – frenare.

Senza una forte ragione comune, un impero o una costruzione multinazionale non può costituirsi o mantenersi ed ogni tentativo di formazione fondato sulla forza o sull’inganno è votato all’insuccesso. L’Europa napoleonica ed il progetto hitleriano di una Europa germanocentrica rappresentano due significativi esempi di utopie imperiali/neo-imperiali, alla fine respinte dai desideri d’indipendenza nazionale. Neppure il progetto dell’Unione Europea si sottrae al ragionamento precedente: questa struttura, fondata sull’inganno e l’equivoco, essendosi sviluppata senza un vero consenso popolare, ma soprattutto priva d’una bussola politica e rivelandosi mortifera per le economie dei paesi meno industrializzati e totalitaria nella sua volontà di schiacciare ogni differenza identitaria – cercando d’imporre regole astratte e dissociate da qualsiasi tradizione culturale, sociale e religiosa (che costituiscono la ricchezza dell’Europa) – è destinata, una volta venuto meno ogni interesse ad un cammino condiviso, a infrangersi contro gli scogli degli interessi nazionali.

Si può ben notare, inoltre, che fu proprio l’espansione dell’Unione a nuovi Paesi, soprattutto delle aree culturali e geopolitiche più lontane rispetto al nucleo originario, ciò che provocò le prime crepe nell’edificio comunitario. Esattamente come l’arruolamento dei Goti nell’esercito di Roma.

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Il primo vero modello di Europa Unita sta volgendo al fallimento; ai teorici burocrati d’una Europa fondata su idee astratte e modelli di uomini astratti, sradicati dai rispettivi focolari e dalle proprie tradizioni, ben si può indirizzare un famoso pensiero espresso da De Maistre: “La costituzione francese del 1795 è stata pensata per l’uomo, ma al mondo un essere simile non esiste. In vita mia ho visto Francesi, Italiani, Russi e altri ancora. Grazie a Montesquieu ho imparato che si può essere anche Persiani. Ma un uomo non l’ho ancora incontrato e, se esiste, non so proprio che cosa sia“.

L’Europa come Continente-Nazione è un’utopia senza senso e non una realtà storica o geo-strategica. E’ sufficiente osservare l’analisi di Aymeric Chauprade, professore di geopolitica nel “Collège des Interarmées de Défense” (ed ora neodeputato europeo del Front National, da cui peraltro si è recentemente dimesso), la vecchia “École de Guerre” francese, che distingue, in Europa, cinque spazi geopolitici: “carolingio”, danubiano, baltico, atlantico e mediterraneo.

Gl’interessi dell’attuale “spazio carolingio” non sono gli stessi dei gruppi di nazioni situate nelle altre aree strategiche. Il primo si trova destinato, a dispetto delle resistenze (ma fino a quando?) opposte dai suoi governanti, a volgere lo sguardo verso lo “heartland” orientale, ossia la Russia, in una prospettiva di strategia comune contro la talassocrazia statunitense.

I territori dello spazio danubiano, al contrario, confinano colla potenza russa – il cui fiato sentirono sempre sul collo – e per questo tendono a cercare la tutela d’un protettore lontano: non è un caso che i Paesi dell’ex blocco sovietico non ebbero dubbi nell’aderire senza riserve alla NATO.

L’area baltica sempre si caratterizzò per una strategia volta al controllo delle due coste, che nessuna nazione, tra Svezia, Germania, Danimarca Polonia e Russia, è mai riuscita a raggiungere.

Le nazioni atlantiche, come Gran Bretagna e Portogallo, geograficamente decentrate, cercarono invece un proprio sfogo geopolitico fuori dal contesto continentale. Brasile e Stati Uniti, le nazioni più estese (con eccezione del Canada) dell’America e le più popolose, costituiscono il frutto di queste vocazioni transoceaniche. Né si può dimenticare il costante ruolo della Gran Bretagna nel contrastare qualsiasi forte crescita d’una potenza europea, capace di raggiungere la supremazia continentale e, soprattutto, la sua radicale non-assimilabilità ad un progetto comune.

Lo spazio mediterraneo, che comprende Grecia, sud Italia e Spagna, è portatore d’una diversa ed ulteriore strategia geopolitica, poiché naturalmente destinato a trovare interlocutori sulle sponde marittime opposte.

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Tali differenziazioni hanno, naturalmente, una portata generale e necessiterebbero di ulteriori precisazioni. Per esempio, occorrerebbe tenere in conto che anche all’interno di questi blocchi si ebbero scontri sanguinosi e lotte per la supremazia. Non v’è dubbio comunque che l’Europa non rappresenta né mai costituì un blocco compatto, portatore d’un unico interesse condiviso. Perfino nei momenti più decisivi della sua bimillenaria storia conosciuta, quando la minaccia fu rappresentata da un nemico esterno, una volontà unitaria fu ben lungi dal realizzarsi.

Quando i Franchi lottavano contro i Musulmani di Spagna, per contenere la loro avanzata nei territori francesi, gli Aquitani, in ragione della loro inimicizia coi Carolingi, appoggiarono il Califfato di Cordova. Allo stesso modo, la Francia si smarcò dalla lotta delle nazioni cristiane contro l’impero ottomano, con cui manteneva strette relazioni, Nelle acque di Lepanto nel 1571, la flotta turca fu affondata da una lega formata da navi e marinai veneziani, toscani, spagnoli e pontifici, mentre rimase assente la “Fille ainée de l’Église”.

La lotta della monarchia francese contro l’impero asburgico per la supremazia europea motivò la prima a disinteressarsi della pressione che l’impero ottomano esercitava verso il centro dell’Europa.

Nella battaglia di Vienna, assediata dall’esercito condotto da Kara Mustafà e dal sultano Maometto IV, intervennero, mobilitati dall’appello del papa Innocenzo XI per la difesa della Cristianità, truppe tedesche, bavaresi, polacche e ungheresi, capitanate dal generale polacco Sobieski. Europei in una Europa divisa.

La complessità delle vicende europee, direttamente proporzionale alla variegata composizione etnica, territoriale e geografica del continente, impedisce una lettura unitaria e coerente della sua storia e, ancor di più, la possibilità d’una visione strategicamente unitaria.

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Oggi queste differenze, se possibile, si fanno ancor di più sentire perché la crisi esaspera la sfiducia dei popoli verso questa struttura mastodontica che è l’Unione Europea; i governi nazionali offrirono, in contropartita della sua imposizione, la promessa di benessere ed equilibrio sociale ed economico, ma di questa impostura ne stanno pagando le spese gli Europei. Per una legge naturale, gli interessi delle nazioni vanno a risvegliarsi e l’Unione, così come l’abbiamo finora conosciuta e subita, si troverà destinata, a breve termine, ad un profondo cambio di rotta.

Se l’Europa vuole ritrovare il senso della propria esistenza, sopravvivere come riferimento culturale ed ideale e ritornare ad essere protagonista delle dinamiche storiche – oggi è solo un gigante economico (in crisi) senza testa –  deve dunque guardarsi alle spalle e meditare sul proprio passato, rigettando soluzioni, come quella attuale, di un’unità burocratica e livellatrice che non le appartiene e che contrasta con la grande varietà delle sue forme e dei suoi aspetti, modellati da secoli di lotte e di sviluppo; e recuperare, inoltre, l’ancoraggio alle proprie radici, greche, romane e poi cristiane, dimenticate e maldestramente sostituite da generiche enunciazioni filosofiche e filantropiche richiamate nei preamboli dei trattati.

Guardare dietro di sé e ricordarsi come fu proprio la progressiva formazione di Stati-nazione, con caratteristiche sociali, linguistiche e culturali del tutto particolari ad impedire la formazione di uno spazio politico comune e coerente. A chi si chiede perché, allora, Roma riuscì nella favolosa impresa di riunire a sé tanti territori diversi, è facile rispondere che le legioni romane non dovettero quasi mai affrontare stati e nazioni formate, ma, al contrario, tribù o realtà politiche frantumate e divise, dunque più facilmente riducibili ed assimilabili. E quando Roma ebbe a scontrarsi con potenze già strutturate politicamente – Cartagine –, non potendo associarle, ne distrusse le fondamenta politiche.

Già prima della fine del primo millennio, in Francia ed Inghilterra si erano già formate le prime strutture d’autorità statale, che avrebbero presto favorito il maturarsi d’un sentimento nazionale; e di lì a poco, oltre l’Impero, altre comunità linguistiche e politiche iniziarono a svilupparsi in Europa; da allora, qualsiasi tentativo d’imporre un predominio sul continente è sempre sfociato nel fallimento e nel sangue.

Fu nel 1648 che, coi trattati di Westfalia, alla fine della sanguinosa Guerra dei Trent’anni, si stabilirono regole che avrebbero retto con discreto equilibrio le sorti europee per oltre 250 anni, una sorta di “ius publicum Europæum”; in quei trattati si stabilì il reciproco riconoscimento della legittimità dei singoli Stati e dei loro governi, del loro buon diritto ad esistere e a non essere devastati da guerre d’annientamento. Il principio, guarda caso, fu violato dai paladini della “libertà” democratica, i rivoluzionari francesi prima, seguiti poi a ruota da Napoleone che, in nome della lotta contro il “tiranno”, procedettero ad invasioni ed interventi militari contro governi e Stati stranieri, per esportarvi gli “immortali principi”. Chiusa la parentesi delle guerre ideologiche francesi, il principio resse altri cento anni, fino alla Prima guerra mondiale, quando il fattore etico-ideologico rimise in moto pretese moralistiche di castigo per i “cattivi” di turno, questa volta rappresentati dagli imperi centrali, tacciati di “autoritarismo” e, perciò, meritevoli di punizione. Nelle condizioni di resa imposte alla Germania fu, addirittura, richiesta ed ottenuta la sua assunzione di responsabilità per lo scoppio della Prima guerra mondiale e l’imperatore Guglielmo II scampò per un niente l’essere processato da un tribunale internazionale.

E’, invece, proprio durante il periodo del c.d. “equilibrio delle potenze” che l’Europa divenne il centro motore non solo della sua storia, ma delle dinamiche mondiali; la concorrenza tra i suoi Stati per la supremazia continentale e coloniale, che comunque mai sfociò in guerre di reciproco annientamento, favorì lo sviluppo tecnico, industriale e militare e contribuì al declino dell’Impero ottomano, che in quella corsa rimase al palo.

L’Europa deve ricercare, dunque, un equilibrio che non sia quello assembleare diretto da un’anonima entità burocratica che oggi la governa, trascurandone la fisionomia, bensì puntando proprio sulle sue particolarità geopolitiche e indirizzandole verso un onesto e bilanciato interesse comune (che però, realisticamente, non potrà mai essere totalmente convergente ed eliminare ogni conflittualità); è, in questo senso, assolutamente indispensabile che le due aree continentali, quella carolingia e quella danubiana s’intendano. Fino alla Prima guerra mondiale, la forza dell’Europa continentale si fondava proprio su questo asse, il triangolo Parigi-Berlino-Vienna; nel 1918 è sparita Vienna; nel 1945 Berlino, che, però, si è risvegliata nel 1989.

La speranza è, dunque, che un asse continentale si ricrei attraverso un nuovo punto d’incontro tra Parigi, Berlino e l’area orientale: Budapest, Vienna e Belgrado potrebbero rappresentare gli ulteriori vertici d’un poligono continentale, proteso verso oriente, che consentirebbe un dialogo costante con la Russia, in condizioni di pari dignità.

Italia e Spagna, in quest’ottica multipolare europea, dovrebbero invece essere protese verso il mondo mediterraneo e latinoamericano; il primo per proiezione geografica, il secondo per affinità etnica, linguistica e culturale, ponendosi in chiave di bilanciamento, rispettivamente, delle pesanti pressioni del fondamentalismo islamico e della influenza economica nordamericana.

Trovare un onesto equilibrio fra tutte queste dinamiche è la vera sfida che le nazioni europee, a cominciare da quelle più trainanti, dovrebbero lanciare.

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Non restino, però, delusi i sostenitori della “Europa-Nazione”. Se per essa intendiamo una sintesi di valori comuni, questi l’Europa, intesa come complessa realtà civilizzazionale, li ha offerti e, contiamoci, potrà ancora offrirli.

Ed il primo posto spetta, cavallerescamente, al ruolo che la donna ha sempre ricoperto nello sviluppo delle nostre società europee, aspetto questo che le distingue da tutte le altre realtà storiche.

Già nell’Iliade e nell’Odissea, i miti fondanti d’uno spirito europeo, bibbia della nostra civilizzazione – vera e propria commedia umana, dove sono scolpiti plasticamente caratteri e comportamenti eterni – le donne assurgono a ruoli di protagoniste, descritte secondo le variegate sfaccettature della femminilità: passionalità, dolcezza, fedeltà.

La presenza della donna percorre tutti i secoli e le vicende della civilizzazione europea: Grecia, Roma, Medio Evo, come lo dimostrano le arti figurative e la letteratura, le vedono al centro della vita sociale e degli avvenimenti storici. Un quadro ben differente dagli esempi familiari e sociali di altre “civiltà”, dove la donna si trova – se non addirittura ridotta a mero strumento riproduttivo o di piacere sessuale – in una condizione d’umiliante subordinazione rispetto all’uomo.

E come dimenticare il ruolo delle aristocrazie europee e gli esempi di dignità, di sobrietà, di virtù spirituali e militari che, lungo la sua lunga storia, esse seppero esprimere e che forgiarono il carattere di tante generazioni di giovani Europei.

Ricordava un grande Europeo, Dominique Venner, in uno dei suoi tanti articoli apparsi nella sua “Nouvelle Revue d’Histoire”, come, ad imitazione delle grandi dinastie aristocratiche – quando l’aristocrazia s’imponeva dei doveri, prima che dei diritti, e moriva in battaglia alla testa dei soldati, giacché per essa le ragioni della vita erano le stesse di quelle che giustificavano la morte –, anche le famiglie contadine organizzavano i matrimoni secondo le rispettive convenienze, col fine precipuo di non dividere ed atomizzare la terra, che non apparteneva all’individuo, ma alla famiglia, al lignaggio e che, per questo, doveva rimanere intatta al passare delle generazioni. Allo stesso modo in cui, attraverso unioni di convenienza, il patrimonio dell’antica nobiltà doveva rimanere indiviso, a tutela della dignità e della libertà della dinastia.

La volontà è, infine, un altro tratto comune degli Europei: volontà di agire, volontà di superare gli stretti confini del proprio orizzonte, che una geografia avara aveva loro riservato. Non v’è lembo di terra conosciuta del mondo che non abbia visto navigatori, viaggiatori, mercanti o soldati d’origine europea.

Questo è il destino – la gloria e la dannazione – dell’Europeo: essere il migliore, superare sempre se stesso, non porsi limiti, anche se questa affannosa e continua ricerca lo conduce spesso a distruggere antichi modelli, ricostruendone, col tempo, sempre di nuovi, utilizzando nuove forme sociali, culturali e politiche, che però finiscono per riproiettarlo verso l’alto: la Nazione, considerata come nemica della tradizione imperiale, non è forse oggi l’ultima barriera contro il globalismo? L’Umanesimo, considerato il corruttore dell’antico ordine medioevale, non è stato forse il terreno culturale e spirituale del Rinascimento?

Le stesse religioni degli Europei, quelle pagane prima e il Cristianesimo dopo, incoraggiano l’uomo a migliorare se stesso, a superarsi. Questa spinta all’elevazione, sul piano culturale, ha una conseguenza straordinaria, perché ci consegna un modello che s’ispira ad un continuo superamento di sé stessi; ne consegue che la società voluta dal Dio cristiano non deve rinchiudersi in sé stessa, accontentarsi, rammollirsi, bensì mantenersi in una continua tensione interiore per migliorarsi in tutti i campi, a partire da quelli che concernono l’ordine sociale fino al compimento del proprio dovere lavorativo, fosse anche il più umile.

Questa tensione la si trova presente anche nell’occidente precristiano; l’ideale greco della ricerca della virtù, certo estranea al concetto di “peccato” – il “bene” misurandosi nello sforzo per raggiungere la bellezza, riflesso della virtù e del valore – esprime sicuramente una volontà di perfezionarsi, di superare sempre sé stessi; è Peleo, padre d’Achille, che rivolgendosi al figlio gli raccomanda di “essere sempre il migliore”. Lo sforzo permanente è alla base del modello europeo.

Allah, in compenso, non spinge l’uomo a imitarlo, a superarsi. Egli è un Dio di separazione, di pura dominazione, erige una barriera insuperabile d’incomprensione fra sé e l’uomo, che non deve farsi troppe domande, accontentandosi d’ubbidirgli ciecamente, in vista del promesso paradiso carnale; l’immobilismo, e non solo intellettuale, dell’Islam è stato efficacemente descritto in questi termini: “L’islam del 2000 è l’Islam originario più internet”.

La religiosità orientale, indiana o cinese, è invece pura immanenza, indeterminata, informe, priva di carattere, sostanzialmente nichilista, e ciò determina un torpore culturale ed un ripiegamento dell’uomo in sé stesso; tutto l’opposto dell’occidente attivo.

L’Europa-Nazione, pur inesistente sul piano politico, è quindi una potentissima idea-forza: è, in fondo, la nostra bimillenaria civilizzazione, fatta anche di guerre e di divisioni e che, proprio a causa ed in virtù di queste divisioni, di queste volontà contrapposte e contrastanti, ha permesso alle sue aristocrazie, che s’imponevano uno spirito di servizio, di generare imperatori, papi, re, generali, artisti, poeti, scienziati a cui si affiancarono contadini, borghesi, soldati ed uomini comuni, per i quali quelle aristocrazie rappresentarono un esempio da seguire.