Front National: luci e ombre

Front National: luci e ombre

Ormai è passato più di qualche giorno dalle elezioni regionali francesi, nelle quali il Front National, pur raggiungendo uno storico 30% e affermandosi così saldamente come primo partito in Francia, non ha poi conquistato alcuna regione al ballottaggio.

Nel contrastarne la forte affermazione, si sono avute reazioni distinte da parte dei partiti “di sistema”. La sinistra ha, infatti, chiamato i suoi elettori a far barriera contro il Front National e a votare i Republicains di Sarkozy, evocando la necessità di costituire un “fronte repubblicano” anti-Le Pen, insieme con tutte le altre forze politiche in campo.

Il centrodestra a ritrovata guida sarkozista ha invece optato per una politica di “né-né”, avendo lasciato libertà di voto e non appoggiando, quindi, i candidati socialisti in chiave anti-Front National, né ovviamente quelli del Front National, qualora si fossero trovati in ballottaggio con quelli della sinistra.

Più, però, che le dinamiche elettorali – che, comunque, secondo il rigido maggioritario francese, lasciano ben poche prospettive a Marine Le Pen di accedere all’Eliseo, avendo già fallito di conquistare le singole regioni in cui si massimizza il consenso per il Front National – sarebbe interessante osservarne altre, più strettamente politiche.

In particolare, bisogna rispondere ad una domanda: è il Front National una speranza e un interlocutore serio e affidabile per chi in Europa si batte come difensore della tradizione della propria patria, per chi è un sincero militante nazionalista, per chi è convinto di dover riportare in auge il concetto di vita spirituale dell’uomo?

A tale domanda, le numerose dichiarazioni di Marine Le Pen, di questi ultimi giorni come di questi ultimi anni, sembrano dover dare risposta negativa.

Da quando, infatti, ha preso in mano la direzione del Front National, Marine si è impegnata attivamente nella politica di “dediabolizzazione” del partito, che tanto ricorda l’infausto e sterilissimo di buoni frutti “sdoganamento” della destra radicale di fiuggiana memoria.

Il fine perseguito da Marine sembra chiaro: rendere il Front National un’opzione politica credibile e accettabile per gli elettori, togliergli la sua aurea nera di movimento di estrema destra, svecchiarne la dirigenza, far cadere certi motivi considerati desueti e di nicchia, come ad esempio il legame col mondo nostalgico dell’Algérie Française, del monarchismo e del petainismo, oltre che quello del cattolicesimo tradizionalista.

In questa chiave si può leggere il disimpegno di Marine Le Pen dai temi che riguardano la difesa della famiglia, il non aver partecipato alle grandi manifestazioni della Manif pour Tous contro il matrimonio omosessuale, l’aver anzi imbarcato all’interno del Front National dall’UMP, l’ex-partito di Sarkozy, ora rinominato Les Republicains, Sébastien Chenu, esponente dell’associazione-lobby GayLib, interna all’UMP stesso.

L’aver poi nominato Florian Philippot, altro omosessuale ex gollista, vicepresidente del Front National sembra una decisione presa sulla stessa linea di condotta.

Marine sembra, inoltre, essersi irrigidita nel non tollerare critiche alla sua nuova gestione, esautorando diversi membri della vecchia guardia del partito, molti radunatisi nei piccoli Parti de la France e nel Parti Nationaliste Français (raggruppante i già militanti della disciolta Oeuvres Françaises).

L’epurazione ha coinvolto lo stesso Jean-Marie Le Pen, esautorato dalla sua carica di presidente onorario del Front National e da esso espulso, reo di aver concesso un’intervista in cui, oltre a ribadire di “non aver mai considerato il maresciallo Petain un traditore” e di ritenere “necessario difendere il mondo bianco dell’Europa boreale”, ha riconfermato la propria posizione sulle camere a gas, che sarebbero “un dettaglio della storia”.

A rappresentare una linea distinta e capace di smarcarsi dal duo Marine-Philippot sembra ormai non tanto il vecchio Bruno Gollnisch, la cui immagine sembra troppo schiacciata su quella di Jean-Marie, quanto quella dell’energica e carismatica Marion Maréchal-Le Pen, la quale, a differenza della zia Marine, sembra decisamente più coraggiosa nel difendere battaglie identitarie e tradizionali, schierandosi, ad esempio, a favore della famiglia e della vita e non nascondendo, nella laicissima République, la propria fede cattolica.

Marine, dal canto suo, anche negli ultimi giorni di campagna elettorale ha insistito sulla sua dediabolizzazione, rispondendo alle barricate del fronte repubblicano che “il Front National è l’unico vero fronte repubblicano in Francia, difensore dei valori della libertà, dell’eguaglianza, della fraternità”.

Stando così le cose, sembrerebbe, quindi, che, nonostante gli aspetti positivi, il Front National si sia ormai definitivamente tradito, cessando di difendere solo la Francia, avendo fatto la scelta dei partiti democratici comuni, ossia quella di identificare la Francia con la République, facendosi quindi difensore di tutti i suoi “valori”.

Eppure la situazione è tale che va aggiunta un’ulteriore considerazione.

Marine Le Pen ha comunque fissato un altro principio, un’altra categoria sullo spettro politico. Ha, infatti, pronunciato con forza che “oggi la distinzione non è più tra destra e sinistra quanto tra i mondialisti e i patrioti”.

E’ questo uno spartiacque corretto da porre sullo scenario politico attuale?Decisamente sì.

Il sistema mondialista, infatti, sembra in uno stato così avanzato che è impossibile rimanere ancorati alla dicotomia destra-sinistra, nel momento in cui la lotta politica si porta sul piano di chi vorrebbe la fine delle nazioni e dei popoli come entità autonome e distinte le une dalle altre. Il confine, il fronte della lotta sembra essere necessariamente questo: il saper concepire o meno l’idea stessa di Patria.

L’idea di Marine Le Pen è senz’altro un’idea di Patria francese che non piace – che non mi piace, per tirare in ballo il sottoscritto – che è funzionale a difendere certi aspetti deleteri di tutto quello che fu il parto della Rivoluzione Francese, che tralascia colpevolmente e senza attenuanti certe lotte capitali, come la vita e la famiglia. Eppure, nonostante tutto questo, è un’idea di Patria.

Da questo punto fermo si potrà dedurre se il Front National si possa configurare solo come un altro male minore, una forza capace solo di rallentare l’attuale processo di tramonto delle nazione europee o una forza capace di invertire, per quanto in maniera ondivaga, la rotta.

Personalmente, credo che la forza di quest’idea, quella di comunità, quella di Patria, se ribadita con forza sia in sé abbastanza forte da far ritenere legittimo, nella situazione attuale, che sia essa la linea di demarcazione della lotta politica, che sia perciò legittimo concepire lo scontro politico secondo la nuova dicotomia introdotta da Marine, non più destra-sinistra quanto mondialisti-patrioti. D’altra parte, non potrà mai essere possibile che alla causa di tale nuova dicotomia sia lecito sacrificare qualunque altra causa di capitale importanza, come pare vedersi dal comportamento di Marine, né che per questo si possa ciecamente sposare il Front National, magari solo perché inebriati e suggestionati dei suoi successi elettorali.

Il giudizio finale non può che quindi essere un placet iuxta modum.