Il totalitarismo democratico e la tirannia del relativismo

Il totalitarismo democratico e la tirannia del relativismo

È stato spesso ripetuto che viviamo nell’epoca della fine delle ideologie, che il crollo del muro di Berlino ha segnato “la fine della storia”, con il trionfo totale e assoluto dell’Occidente democratico e neoliberista, inteso come massimo grado di evoluzione ed ultimo termine, non più superabile, della civiltà umana. Secondo questa vulgata, nell’epoca postmoderna le ideologie del Novecento sarebbero scomparse, lasciando il posto a una nuova era di libertà, caratterizzata dal pluralismo e dall’incredulità nei confronti delle metanarrazioni, con il sapere che si configura esclusivamente come «libera e imprevedibile attività della mente umana», in antitesi al «terrore teorico e politico praticato dai detentori del presunto sapere unitario, stabile, globale e assolutamente garantito».

Ad un esame più obiettivo le cose si rivelano leggermente differenti. Potremmo anzi legittimamente affermare che non c’è mai stata nessuna epoca storica più ideologizzata di quella odierna, solo che l’ideologia non si presenta più in termini di una dottrina unitaria e razionale sistematicamente codificata, bensì attraverso un apparente relativismo dei valori basato su un liberalismo edonista pseudo-democratico, che tuttavia, a suo modo, costituisce un totalitarismo molto più pervasivo e annichilente di quelli del passato.

Già Pasolini rilevava come l’ideologia consumista delle moderne democrazie, nascondendosi sotto una parvenza di libertà, sia al contrario riuscita, come non mai, a rimodellare, manipolare e plasmare a proprio piacimento l’essere umano, imponendo de facto una mercificazione totalizzante e totalitaria della società:

«Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane»

«Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana».

Il vero potere appartiene, infatti, a chi sa manovrare e manipolare l’immaginario e i sogni delle masse. Esso non consiste nella forza materiale, ma in quella psicologica, nella capacità di indurre comportamenti nelle persone attraverso la manipolazione delle pulsioni più elementari. La repressione fisica espone sempre al rischio di una rivolta popolare, mentre, dando alle masse l’illusione della libertà, il Potere può in gran parte fare a meno della violenza nelle cosiddette “democrazie”.

Ciò, tuttavia, non significa che queste società siano intrinsecamente più libere, anzi. Più il controllo sociale è invisibile e viene attuato con strumenti “indolori”, ad esempio attraverso la propaganda dei media e l’educazione scolastica, maggiore è la sua efficacia, sedimentandosi molto più in profondità, nella sfera dell’inconscio e dell’irrazionale.

Il ruolo dell’omologazione consumista operata dai media nei regimi democratici occupa così il posto che la repressione fisica e la propaganda svolgono nelle dittature, con la sola differenza che, mentre la bruta coercizione non esclude, ma anzi ammette, in certi casi, la possibilità che si destino delle reazioni, delle rivolte, al contrario il totalitarismo democratico porta al totale annichilimento della volontà dell’individuo, paralizzato proprio nella sfera interiore, che, non rendendosi conto di essere manipolato, finisce per legittimare, attraverso la sua adesione acritica ad uno stile di vita basato sull’individualismo edonista assoluto, l’operato di quel Potere che ha interesse a distruggere ogni ordinamento sano e normale dell’esistenza dei popoli.

Scriveva Aldous Huxley: «Gli antichi dittatori caddero perché non sapevano dare ai loro soggetti sufficienti pani e circensi, miracoli e misteri. E non possedevano un sistema veramente efficace per la manipolazione dei cervelli […] Ma sotto un dittatore scientifico l’educazione funzionerà davvero e di conseguenza la maggior parte degli uomini e delle donne crescerà nell’amore della servitù e mai sognerà la rivoluzione».

Il fatto che oggi sia impossibile anche solo concepire un’ideologia alternativa a quella dell’occidente neoliberista, in grado di proporre un diverso sistema di valori e un diverso stile di vita da quello basato su aborti di massa, pornografia, droga, gay pride, matrimoni omosessuali, Grande Fratello, immigrazionismo e propaganda multietnica, ha portato a quella sacralizzazione del sistema dominante che è tipica di tutti i totalitarismi, che di fatto legittima il mondo attuale con tutte le sue contraddizioni e lo eternizza secondo una logica autoreferenziale che esclude a priori ogni possibile critica ai suoi principi basilari.

Oggi viviamo, perciò, nell’epoca più totalitaria della storia, ove però l’ideologia si nasconde dietro la maschera del politicamente corretto. La forza del sistema consiste nel far credere alla massa di vivere in una società libera, tollerante, pluralista e democratica, senza capire che quelli che vengono propagandati come i “valori dell’occidente” sono in realtà armi di guerra psicologica, che rispondono esclusivamente alla cinica determinazione di gruppi d’interesse che di essi si servono per spianare la strada al proprio dominio globalista e sovranazionale.

Come fa giustamente notare Alexander Zinov’ev, filosofo e scrittore russo:

«Oggi noi viviamo in un mondo dominato da un’unica ideologia, portata avanti dal partito unico mondialista, un fatto unico […] Viviamo in un’epoca post-ideologica e in realtà la sovra-ideologia del mondo occidentale diffusa nel corso degli ultimi vent’anni è molto più forte dell’ideologia comunista o nazionalsocialista. Il cittadino occidentale è molto più inebetito di quanto non lo fosse il cittadino medio sovietico sotto la propaganda comunista. Nel campo ideologico l’idea conta meno che i meccanismi della sua diffusione».

Ma questa sovra-ideologia dell’occidente democratico, se, da un lato, ha come nucleo centrale il capitalismo neoliberista, dall’altro presenta una struttura dialettica del tutto assimilabile al pensiero marxista, che dopo la fine del comunismo è passato dall’utopia del paradiso rosso all’utopia mondialista, che vuole abolire tutte le differenze e creare il paradiso multicolore. In questo senso, il comunismo non è morto, ma si è alleato col capitalismo nella sua spinta globalizzatrice e omologante, che mira alla distruzione delle nazioni, al meticciato delle razze, all’abolizione delle frontiere e al rimescolamento delle culture.

È significativo che gli odierni postcomunisti, come Toni Negri, dichiarino:

«La globalizzazione non è certo una realtà semplice […] Il nostro compito non è, per così dire, semplicemente quello di resistere contro questi processi, bensì quello di riorganizzarli e di orientarli verso nuove finalità»

«Attraverso queste e altri tipi di lotte, la moltitudine sarà chiamata a inventare nuove forme di democrazia e un nuovo potere costituente che un giorno ci condurrà, attraverso l’Impero, fino al suo superamento»

«Le migrazioni legali d’individui che possiedono dei documenti non sono nulla a confronto delle migrazioni clandestine. I confini degli Stati nazionali sono ridotti a colabrodi»

«Una nuova orda nomade, una nuova razza di barbari, sorgerà per invadere o evacuare l’Impero»

«I nuovi barbari distruggono con una violenza affermativa e, nella materialità della loro esistenza, tracciano nuovi percorsi di vita». (Lo si è visto infatti al Bataclan di Parigi)

«Invece di resistere alla globalizzazione capitalistica, occorre accelerarne l’andatura». [1]

Idee molto simili a quelle espresse il 18 settembre 1988, durante il Festival dell’Unità a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, in cui fu affermato molto più esplicitamente: «faremo arrivare in massa gli extracomunitari, ci serviranno per rilanciare la lotta di classe, disarticolare l’Occidente e la Chiesa Cattolica». [2]

Qui vediamo, dunque, chiaramente l’eterogenesi dei fini, per cui diverse sono le motivazioni che vengono presentate alle masse da quelle che realmente muovono le élite. La morale umanitaria, che in altre circostanze viene fatta valere per giustificare la politica dell’accoglienza, funge in realtà semplicemente da maschera dietro a cui i vari portavoce dell’oligarchia mondialista mirano a innescare una rivoluzione permanente, basata sullo scontro di civiltà, che sostituisca la lotta di classe, fomentando ovunque odio e violenza, per giungere, dopo la putrefazione totale, al superamento dialettico della civiltà europea verso la nuova sintesi afro-islamica, la cosiddetta Eurabia.

Già Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, subito dopo la strage del 13/11, si è affrettato a proporre un’alleanza tattica con i kamikaze islamici:

«A coloro che si fanno esplodere e assassinano centinaia di innocenti sperando di finire in paradiso, noi comunisti non contrapponiamo la passiva accettazione della drammatica situazione terrena. Proponiamo di lottare insieme per rovesciare lo stato di cose esistenti». [3]

Questo spiega l’apparente contraddizione dello schierarsi in difesa del progressismo laicista, dei diritti delle donne, degli omosessuali e, contemporaneamente, l’aprirsi al fondamentalismo islamico. Progressismo radicale e Islam si sono alleati contro il nemico comune rappresentato dal Cristianesimo e della Civiltà europea. Non c’è dunque alcuna contraddizione ma una logica perfettamente coerente, nella sua cinica metodicità.

Tuttavia, per giungere alla tanto agognata sintesi multiculturale e multietnica, il sistema ha bisogno di mettere a tacere ogni opposizione interna. Ecco, quindi, che la contraddizione più evidente dei regimi democratici, vale a dire lo iato incolmabile tra retorica e prassi, sta nella persecuzione dei dissidenti, poiché nonostante il Potere si presenti come democratico, esso si serve di un apparato della repressione del dissenso che è sostanzialmente identico a quello dei regimi comunisti, solo che le sue forme sono diventate quasi invisibili, ma più efficaci che mai.

A rendere impercettibile tale apparato è il fatto che gli unici che oggi costituiscono una vera opposizione al Sistema non sono i cosiddetti antagonisti o i vari indignados di turno – che non si oppongono affatto alla globalizzazione, ma solo ad un tipo di globalizzazione – ma solo ed esclusivamente quegli individui o gruppi che si richiamano apertamente ai valori della razza, alla difesa dell’identità e del suolo, ai principi della tradizione, ritenuti inassimilabili al progetto mondialista, che mira alla distruzione dello Stato-nazione e alla creazione di una nuova umanità meticcia e sradicata, come presupposto per instaurare un unico mercato monopolistico globale.

Contro chi rivendichi la propria identità è stata scatenata, sin dal dopoguerra, a dosi sempre più massicce, una vera e propria demonizzazione, grazie ad una propaganda mediatica che si serve di parole magiche – razzista, fascista, xenofobo, islamofobo, omofobo – che produce l’effetto di evocare nell’opinione pubblica i peggiori spettri dell’inconscio e di arrestare il pensiero critico, in modo che, contro tali malfattori, ogni punizione appaia lecita e moralmente giustificata.

Se perseguiti ingiustamente un avversario politico rischi di suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica, ma se attraverso la denigrazione lo fai sembrare un criminale – uno “sporco razzista”, un “lurido fascista”, ecc – allora l’odio e il disprezzo suscitati contro di lui ti autorizzano ad accusare per crimini del pensiero chiunque esca dai binari del politicamente corretto, per quanto chiare, lucide e ben argomentate possano essere le sue analisi.

Non si parla più di politica, ma di una dimensione spirituale negativa, una qualità umana sinonimo di malvagità. E, invece di confrontarsi su un piano di parità col proprio avversario politico, il Sistema esorta a “guardare, “giudicare” e ad “odiare” chi non si conforma al pensiero unico. Di conseguenza, i cittadini delle moderne “democrazie” possono godere anche loro dei propri personali “due minuti d’odio” dal sapore orwelliano.

Si arriva così al paradosso di una democrazia totalitaria (o di un totalitarismo democratico), in cui la libertà assoluta si trasforma nell’assoluta schiavitù e dove anche chi si limita a una critica equilibrata e razionale all’immigrazione o alle unioni omossessuali, quand’anche in un discorso che include il rispetto per le altrui diversità, può essere dipinto come un fanatico, o addirittura come un mostro.

In questo senso l’ideologia mondialista dell’Occidente liberal-democratico rappresenta perciò la più tirannica delle imposture, poiché, nascondendo i suoi obiettivi ultimi, che non possono essere apertamente enunciati, dietro la retorica dei diritti umani, del pluralismo, della tolleranza, delle libertà democratiche e della tutela delle minoranze, di fatto reprime la maggioranza, costringendo l’opinione pubblica ad accettare un’etica irrazionale e disfunzionale al benessere collettivo.

Questo lo vediamo bene, ad esempio, nel fatto che i governanti di quasi tutti i Paesi europei, anziché schierarsi in difesa dei propri cittadini contro l’invasore islamico, hanno intrapreso una guerra contro i loro rispettivi popoli, favorendo, in nome del multiculturalismo, un’immigrazione incontrollata e perseguitando chiunque critichi le scellerate politiche dell’accoglienza.

Persecuzione che, in Italia, è cominciata con l’approvazione della “Legge Mancino”, una vera e propria legge orwelliana, con cui, anziché punire un fatto, si colpisce l’intenzione – l’istigazione all’odio – anche laddove non c’è. È stato detto molto giustamente che «in realtà, presso i delatori si trova un odio sconfinato. Chi proprio vuole reprimere l’odio dovrebbe incominciare la sua indagine non dall’accusato, ma dal suo accusatore».

Forse allora scopriremo che la vera ideologia dell’odio non è né il razzismo, né il fascismo, né gli altri spettri creati dalla propaganda liberal-marxista, ma solo ed esclusivamente il mondialismo che, in nome dell’amore, della pace e della fratellanza universale, incita ad odiare e a perseguitare chiunque si opponga al suo progetto di distruzione di ogni identità, di ogni cultura, di ogni tradizione.

NOTE

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[1] Cfr. Michael Hardt – Antonio Negri, “Impero”, Rizzoli, Milano 2001.

[2] http://192.185.97.106/~mattosca/old/2012/rapporto.htm

[3]http://violapost.it/2015/11/24/alleanza-con-i-kamikaze-islamici-ferrero-dopo-le-proteste-rimuove-il-post-foto/