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Competitività vs. Cambio fisso

Quante volte ci siamo sentiti dire dai media di regime o dall’eurocrate di turno che, con il ritorno alla valuta nazionale e quindi ad un regime non a cambi fissi, avremmo perso drasticamente competitività? Magari il tutto ben amalgamato da giustificazioni terroristiche come eventuali barriere all’ingresso,forti sanzioni oppure che perderemmo i trasferimenti dell’Unione Europea. A primo impatto sembra tutto una catastrofe, dove loro hanno ragione ed è meglio starcene buoni, altrimenti finiamo per farci calare le braghe.

Ma proviamo a ragionare, con un po’ di teoria economica, di dati storici e con quel buon senso che manca a molti.

Proviamo a immaginarci uno scenario dove l’Italia domani esca dall’euro per tornare alla lira, una lira 2.0.

A sentire molti ci ritroveremmo ingabbiati, con sanzioni a pioggia e muri di filo spinato invalicabili, commercialmente parlando. Storicamente, invece, non c’è mai stato un caso nel quale uno sganciamento valutario ha portato all’isolamento totale o parziale di un paese da parte della comunità di cui faceva parte o dal resto del mondo, e questo accade perché sarebbe estremamente sconveniente nel medio periodo, per la semplicissima legge della domanda e dell’offerta e perché il credito di uno stato è il debito di qualcun altro. Se a tutto questo ci aggiungiamo l’ipotesi realistica che l’abbandono della moneta unica da parte dell’Italia verrebbe seguito a ruota dagli altri paesi periferici (e non), la già bassa probabilità di accanimento da parte dei ricchi dell’UE rasenterebbe lo zero, ed è anzi più probabile che possa accadere l’esatto opposto!

La competitività di un paese è misurata dal tasso di cambio reale, che differisce dal tasso di cambio nominale per l’inserimento in formula del rapporto tra i prezzi del paese estero e del nostro paese. Un aumento del cambio reale significa quindi che i beni esteri diventano più costosi, quindi ci vorrà più valuta nazionale per comprare un bene prodotto in un paese estero, il che vuol dire maggiore competitività per il nostro paese e viceversa. Questo parametro può essere regolato semplicemente modificando il tasso di cambio nominale, ovvero “svalutando”, cosa che con l’Euro non è possibile fare, dato il regime a cambi fissi del quale è dotato, lasciandoci come unica via per il recupero di competitività la riduzione dei prezzi interni, che rappresenta un processo lento ed estremamente costoso in termini di disoccupazione, sopratutto in periodi di bassa inflazione come questo.

Già questo basterebbe per rispondere alla domanda di prima, in quanto un ritorno alla valuta nazionale porterebbe con sé un regime di cambi flessibili, la possibilità di svalutazione della moneta e un recupero di competitività più veloce e più efficace.

Il tutto porterebbe anche benefici alla crescita del paese, ed è empiricamente dimostrato. E anche qui la storia ci viene in aiuto: nel 1992, dopo l’abbandono del Sistema Monetario Europeo da parte dell’Italia, la svalutazione contribuì ad una crescita del PIL stimata intorno all’1%; e ci furono anche benefici a livello di produzione industriale, la quale è storicamente migliore con un regime a cambio flessibile piuttosto che fisso.

Purtroppo, però, il regime di cambio non influenza la crescita di lungo periodo, ovvero quella che permette al cittadino di mantenere nel tempo un certo tenore di vita, che è invece determinata dalla capacità di creare valore aggiunto e affermarsi all’interno dell’economia, senza però scappare all’estero. Quindi bisogna prestare attenzione anche a chi dice che l’uscita dall’Euro ci porterà ad una crescita duratura e prosperosa, perché anch’essa è una falsità molto pericolosa. Il ritorno ad una valuta nazionale ed una svalutazione sono sicuramente il metodo più rapido per recuperare competitività inizialmente, poi sarà dovere di un governo sano fornire riforme del lavoro tali da non indurre l’impresa italiana a fuggire all’estero.