Se lo dice la Corte Suprema (giapponese)

Se lo dice la Corte Suprema (giapponese)

In Giappone, la famiglia sembra essere ancora una cosa seria. Così, almeno, sembra pensarla il più alto organo giurisdizionale del Sol Levante, la Corte Suprema, che, giudicando sulla costituzionalità di una legge del 1898, ha sostenuto le ragioni del legislatore dellepoca di Meiji, ragioni che tuttavia sembrano essere ancora attuali. Secondo la legge, ancora pienamente in vigore, le coppie sposate devono scegliere un solo cognome (che in giapponese si mette prima del nome), in modo che tale cognome identifichi la famiglia nel suo complesso, e negli ultimi quarant’anni si calcola che il 96% delle coppie abbia optato per il mantenimento del cognome del marito.

Tuttavia, tale legge è stata tacciata di discriminazione, appunto nei confronti di quanti intendessero continuare ad usufruire del cognome da celibe o da nubile, in modo separato rispetto al cognome comune. Non vale la pena soffermarsi qui sulle ragioni della richiesta: in questo, noi Europei la facciamo da maestri, e sappiamo bene quanto venga svilito il ruolo del Diritto dalle rivendicazioni meramente soggettivistiche che, alla prova dei fatti, non tengono conto dellordinamento giuridico nel suo complesso. Interessante è notare come la Corte Suprema, investita del quesito di costituzionalità della legge risalente allera Meiji, abbia pienamente confermato la sua legittimità anche allinterno dellordinamento attuale.

Una vittoria, quindi, innanzitutto per una determinata concezione di famiglia, ossia di famiglia qualificata giuridicamente come nucleo fondamentale della società nel suo complesso, una cellula fondamentale rivestita anche di un valore giuridico pubblico, da tutelare sì per il bene dei coniugi, ma anche per il bene del corpo sociale, perché è dalla famiglia, appunto, che si costruisce la comunità, in particolare quella di tipo patriarcale. E se, al tempo di Meiji, lidea di famiglia poteva ancora essere quella di ie (家), ossia di famiglia tradizionale allargata, e se solo successivamente si sia andato affermando il concetto di famiglia nucleare, poco importa: per i supremi Giudici delle leggi del Giappone, la legge è costituzionalmente legittima, e da ciò possiamo arguire, con un certo sforzo di onesta intellettuale, che in questordinamento listituto giuridico della famiglia ha ancora una certa rilevanza pubblica.

E’ una vittoria, quindi, anche per una certa concezione di Diritto, ossia del Diritto inteso come strumento di regolamentazione sociale e di mantenimento dellordine pubblico, e non come strumento volto al soddisfacimento di interessi personali e allappagamento di desideri soggettivistici. E su questo dovrebbe riflettere unEuropa prostrata, al contrario, da concezioni che snaturano e sviliscono innanzitutto la legislazione, piegandola alle emotività più infantili e più passionali, senza minimamente soffermarsi, se non in occasione di qualche sprazzo di lucidità, sullordinamento giuridico nel suo complesso.

Siamo piuttosto lontani, quindi, da unaltra più celebre decisione di unaltra più celebre Corte Suprema quella statunitense -, che, nella sentenza Obergefell vs. Hodges, della scorsa estate, con una prevaricazione di competenze statali senza precedenti, aveva di fatto imposto il matrimonio omosessuale a tutti gli ordinamenti dei cinquanta Stati dellUnione. In Giappone siamo lontani dalla controversa concezione di Diritto che ne emergeva, controversa innanzitutto per gli stessi Giudici dissenzienti con la decisione, tra cui il Presidente John Roberts.

Siamo anche lontani dalle dissertazioni di molti ambienti europeisti ed europei (non sono la stessa cosa, ovviamente), in cui si sprecano fiumi dinchiostro sul diritto al nome come diritto umano, allinsegna di uno sfrenato soggettivismo giuridico che, obiettivamente, mal viene compreso nelle sue conseguenze dirette anche dai suoi stessi fautori. Se in Europa e nellUnione Europea (non sono certo la stessa cosa, chiaro) si presentano feroci istanze politiche e giuridiche perché “ne hanno diritto, senza porre alcuna argomentazione alla base, presentando come eroi i paladini di dubbie battaglie di civiltà, una Nazione con un forte senso dello Stato come il Giappone questi avventurieri del ricorso li condanna al pagamento di 13.000 dollari di spese processuali.