Paura e delirio al pronto soccorso

Paura e delirio al pronto soccorso

Può capitare, in un pomeriggio uggioso, di dover accompagnare unamica presso il pronto soccorso, per un semplice controllo alla caviglia, dovuto ad una sospetta distorsione procuratasi in palestra. Può capitare di varcare lingresso del pronto soccorso e imbattersi in un spettacolo grottesco, se non fosse indecente e drammatico per via del luogo  nel quale ci troviamo. Un luogo in cui il dolore fisico dei malati si interseca e viaggia parallelamente al dramma umano di parenti ed amici che accorrono al capezzale dei propri cari in attesa di ricovero. Sembra uno scherzo ma non lo è: è cronaca di oggi, è cronaca quotidiana degli ospedali capitolini.

Siamo a Roma, in uno dei nosocomi più all’”avanguardia dItalia, punta di eccellenza per il trattamento di numerose patologie complesse. Un esempio virtuoso della sanità pubblica italiana penserebbe qualcuno! Siamo certi che, tale tesi, trovi conferme nelle professionalità di primordine  presenti nei reparti e nelle sale operatorie. Discorso diverso per il pronto soccorso: lo spettacolo che si apre agli occhi dei numerosi sventurati che varcano la soglia di quella sala di aspetto è degno del peggior ospedale da campo di Nairobi, in Kenya: persone ammassate nei corridoi del pronto soccorso, pazienti in attesa che restano, per ore, sulle lettighe delle autoambulanze del 118, le quali rimangono in standby nello spiazzale antistante, di fatto togliendo risorse al già rimaneggiato parco ambulanze della capitale (e, nelle emergenze, si continuano ad utilizzare mezzi privati, pagati, a suon di soldoni, dalla collettività). E ancora, senzatetto e tossicodipendenti che utilizzano sedie e poltroncine come giaciglio di fortuna. Il tutto sotto gli occhi delle imperturbabili guardie giurate che assistono passivamente ad una situazione da tempo sfuggita di mano.

Sono le 19,35, tra le luci dei lampioni si concretizza la sagoma di  unambulanza del 118 che scarica una barella. Vi è adagiato un giovane: è un politraumatizzato(utilizzando il gergo medico). Un incidente con lo scooter, si saprà più tardi. Non è in pericolo di vita, il codice dingresso selezionato per lui è di colore arancione: forse e fortunatamente!- la sua permanenza, nei meandri delle sale di emergenza  dellospedale, sarà più breve. Sorte diversa, invece, per i numerosissimi codici verdi tra cui la mia sfortunata amica -, costretti ad un estenuante attesa prima di esser sottoposti a qualsivoglia visita medica. Dopo circa unora e mezzo, non riuscendo ad ottenere alcuna notizia dal personale, decido di sincerarmi sulle sue condizioni di salute. Superata lanticamera, che divide la sala daspetto da quella delle visite, noto come la tensione, nei corridoi, sia tangibile non solo per i pazienti. Parte del personale medico e paramedico è freneticamente impegnato nellassistenza ai malati appena giunti nel grande locale del pronto soccorso. A fatica, tra gli assordanti bip emessi dalle numerose apparecchiature elettromedicali presenti, riesco a localizzare la barella della mia amica la quale, palesemente tediata, mi conferma che lattesa sarà ancora lunga, non solo per lei. Come tanti altri lì presenti, mi rassegno agli eventi, cercando di prepararmi, nel miglior modo possibile, a quella lunga e seccante agonia caratterizzata dal pungente sapore di caffè e dallacre aroma delle numerose, forse troppe, sigarette consumate al freddo del viale antistante. Un lasso di tempo, quello trascorso in quel limbo, sufficientemente lungo per pormi molteplici domande e riflessioni circa la gestione scriteriata della sanità italiana.

Sappiamo tutti che, in un sistema sanitario efficiente, i tempi di permanenza nel pronto soccorso dovrebbero essere estremamente circoscritti: lo scopo è quello di inquadrare la situazione clinica, fornire le terapie necessarie in urgenza, giudicare i casi passibili di ricovero e prescrivere esami e terapie postume ai pazienti che possono essere dimessi. È infatti dimostrato, da numerosi studi, come il sovraffollamento degli ambienti del pronto soccorso sia associato a un aumento della mortalità.

Tale postulato, in molte nazioni del mondo occidentale, è stato tacitamente osservato permettendo la stesura di efficaci linee guida e  protocolli dintervento  nelle varie strutture di emergenza. Come mai da noi non è possibile razionalizzare un sistema che fa acqua da tutte le parti? In tal senso, i correttivi potrebbero essere molteplici.

Una via percorribile potrebbe riguardare, ad esempio, la realizzazione di presidi sanitari territoriali in cui impiegare personale medico ed infermieristico. Tali strutture, equipaggiate con apparecchiature diagnostiche costantemente connesse con il più vicino ospedale, sarebbero in grado di dar vita a sinergie ottimali, tra i due presidi sanitari, atte alla refertazione e alla consulenza medica. Vi è ormai, anche qui, unampia letteratura che evidenzia come investimenti in tal senso riescano a produrre una diminuzione sostanziale degli afflussi al pronto soccorso e a diminuire le ospedalizzazioni.

Una visione, quella delle istituzioni nostrane, miope e poco lungimirante: si pensa a fare tagli indiscriminati nellimmediato, ma vi è una totale assenza di programmazione ad ampio spettro. Uninettitudine amministrativa radicata a tal punto da provocare, negli ultimi anni, marcate distorsioni sociali con le quali oggigiorno siamo costretti a fare i conti. La spesa pubblica non rappresenta un lusso, ma una necessità: il tentativo di ridurla oltre il ragionevole non comporta risparmi ma ulteriori costi e privazioni. Tanto più che nellattuale panorama di povertà e indigenza in cui versa il paese, lunico comparto sul quale non si effettua una radicale spending review risulta essere la politica, che vive beata tra fasti e magnificenze (ovviamente, questa, per alcuni prezzolati, è “soltantodemagogia spicciola).

È quasi mezza notte: troppo tardi per ulteriori pensieri e divagazioni mentali. Tra copiosi sbadigli, come in un bellissimo sogno, appare finalmente la mia amica che, con andatura vistosamente claudicante e goffa, cerca di farsi spazio tra i seggiolini dellormai nota sala daspetto. Nulla di grave: per lei soltanto una vistosa fasciatura, la prescrizione di qualche unguento e, per finire, una manciata di giorni di prognosi. Tra un inciampo e qualche indugio ci dirigiamo verso lautomobile: la strada verso il parcheggio è lunga ma, certamente, meno di quella che servirà alla sanità pubblica per fare un vero salto di qualità e raggiungere standard degni di un paese civile.