Il sacrificio eroico di Orazio Coclite

Orazio Coclite, una figura sconosciuta ai più e immersa nella nebbia dei tempi mitici. Eppure, dato il superbo valore delle sue azioni, egli meriterebbe certamente di essere ricordato come figura insigne, affinché possano rivolgersi a lui i pensieri di chi oggi si trova a combattere nei ghiacciai della decadenza del mondo moderno, ritrovando appunto in Orazio un esempio immortale.

Antefatti

Nel 508 a.C. Roma, dopo aver appena acquistato la libertà repubblicana, cominciò a subire la vendetta degli etruschi intenzionati a riconquistare, con la forza delle armi, il dominio della città dei Quiriti. Livio racconta che l’arrivo delle truppe etrusche scatenò un panico generale nelle campagne romane e la popolazione contadina cominciò a fuggire verso l’Urbe. Allo stesso tempo, i romani cominciarono ad armarsi per resistere all’assalto etrusco. In generale, Roma poté dirsi sicura per via delle fortificazioni e per l’ostacolo costituito dal Tevere. Dopo che i nemici etruschi si impossessarono del Gianicolo con un attacco a sorpresa, puntarono a valle verso il ponte Sublicio, che, a differenza delle altre zone fortificate, si dimostrò abbastanza debole, tanto che gli etruschi decisero di attaccare in forze quel punto.

La Vicenda

Il ponte sarebbe certo caduto se non fosse stato per un solo uomo, Orazio Coclite, che quel giorno salvò le sorti di Roma. Egli fu destinato alla guardia del ponte per caso. Mentre gli etruschi si stavano avvicinando in corsa, i suoi commilitoni, in preda alla paura, gettarono le armi e fuggirono. Allora Orazio prese a trattenerli uno per uno, bloccandogli la strada e ricordando loro l’inutilità dello scappare lasciando incustodito dietro di loro il ponte. Li esortò piuttosto a distruggere il ponte Sublicio, con qualsiasi strumento o attrezzo a loro disposizione. Lui, da solo, avrebbe, invece, retto l’assalto dei nemici.

Orazio avanzò sicuro verso l’ingresso del ponte, sbalordendo gli etruschi per l’incredibile audacia, e prese subito ad affrontarli, armi alla mano, sfidandoli uno per uno a duello. Quando rimase un solo pezzo di ponte in piedi, i commilitoni lo esortarono a ritirarsi, ma lui gridò più forte costringendoli a mettersi in salvo: avrebbe affrontato da solo l’orda etrusca. D’un tratto gli etruschi presero ad attaccarlo tutti insieme, ma egli riuscì a ripararsi con il suo scudo da tutti i fendenti, senza indietreggiare di un passo dalla sua posizione.

Quando, però, i nemici furono sul punto di travolgerlo, il ponte crollò in pezzi con fragore. Orazio cadde con tutta l’armatura nel Tevere, insieme agli etruschi che si trovavano sopra il ponte, e qui, secondo Polibio, Orazio affogò.

Considerazioni

Analizzando la figura di Orazio Coclite, possiamo apprezzare un uomo a cui appartengono i caratteri di un’audacia illuminata che, insieme ad una tipica fides romana, gli permettono di mantenere il sangue freddo anche in mezzo al panico generale richiamando i propri compagni d’ armi alla razionalità. E ciò non basta, il suo coraggio va oltre: Orazio è pronto al sacrificio totale ed eroico di sé, salendo su quel ponte che poi ordinerà ai soldati di abbattere, con lui sopra, mentre da solo sfiderà l’orda etrusca lì radunata in massa. Per il pronto coraggio e per la velocità di azione si può dedurre che la sua mente è libera dagli ottenebramenti dovuti alla paura del pericolo circostante, dalla vanità, da desideri di gloria: nel pensiero di Orazio esiste solo la consapevolezza che dal risultato delle sue azioni dipenderà la sorte della Patria.

Qui ritornano i temi dell’impersonalità, del comprendere che esistono principi e valori superiori all’individuo, come quelli di Dio, della Patria, della Tradizione, verso i quali conviene il sacrificio del singolo. E anche ritorna il tema della qualità contro la quantità, della spinta ardimentosa e consapevole del proprio valore, che con il sacrificio riesce a colpire, fermare e sconfiggere l’orda, l’aggressione, l’ingiusto. È il singolo che, con il suo sacrificio, dominato da un’Idea superiore, diviene più forte di un’intera legione. Tale pensiero non è neppure estraneo all’ottica cristiana.

Per quanto riguarda oggi, ovviamente i nemici non sono più gli etruschi che avanzano in numero, il pericolo non sono più i fendenti veementi, i fischi dei dardi, o il ponte che traballa sempre più fino a rompersi. Il nemico da sfidare eroicamente oggi è l’indifferenza della gente, la corruzione del sistema, la sovversione dilagante, che, come l’orda etrusca, minaccia di invadere quel poco che ancora di bello, di vero e di giusto è vivo.

Allora, colui che abbia compreso il grave e impellente pericolo, dovrebbe metaforicamente salire, anche se solo, su quel ponte traballante, con la mente sgombra da preoccupazioni, da agitazioni emotive e, con un intrepido dominio di sé, battersi con limpida purezza.