Vietato ridere

Vietato ridere

Non ho ancora visto il film di Checco Zalone “Quo Vado?”, ma non mancherò di farlo. Però conosco la sua vis comica, che contiene in sé anche una carica potente di satira – che è fondamentalmente la rappresentazione iperbolica d’una caratteristica, d’un vizio o anche d’una qualità, che parte da un dato reale per portarlo all’eccesso, senza però cadere nella menzogna.

Il dopoguerra italiano, con la sua eredità di angosce, tragedie e miseria, vide l’esplosione della satira politica; e, soprattutto a destra, si rideva – a sinistra, l’odio tendeva ad impedire lo sfogo di altri sentimenti – con “Il Candido”, “Il Merlo Giallo”, “Asso di Bastoni”, “L’Uomo Qualunque” e poi “Il Borghese”, indirizzati all’italiano medio disilluso, che riusciva a non prendersi sul serio e che di queste disillusioni si faceva un ragione, ridendo di sé stesso e della sua nuova classe governante.

La satira politica e di costume era una valvola di sfogo contro il ricordo della guerra e la fatica della ricostruzione; era anche un ritrovato gusto di libertà, dopo un paio di decenni di dittatura – dove però non s’andava in galera per una battuta – e un biennio di violenze – dove si finiva sottoterra col piombo comunista per meno d’una battuta.

La satira colpiva tutti, essendo antiideologica, da destra a sinistra passando soprattutto per il centro; e prendendo di mira i politici, essa finiva per sbeffeggiare gli italiani di cui quei politici erano il riflesso; e, così facendo, diveniva strumento di verità. E tutti i vizi, le viltà, le miserie dell’italiano emergevano e le vignette satiriche erano una specie di penitenza laica di tutte le nostre miserie; erano la catarsi, la purga che ci liberava, anche solo per qualche ora, dai nostri peccati capitali ed originali. La risata od il compiacimento era l’ammissione di colpevolezza, uno sfogo di sincerità ed in fondo anche un modo per ammorbidire le tensioni di una lotta politica che in Italia non ha mai cessato d’essere dura fino all’odio e alla violenza.

Quel prezioso patrimonio che è la satira si sta però decomponendo, insieme colla verità: pochi sono i vignettisti o i giornalisti rimasti a difenderla o i comici a rappresentarla, perché la sferzante semplicità dell’umorismo satirico, in questi tempi di menzogna e viltà, ha ceduto il posto alla volgare comicità o all’ammiccamento alle mode correnti: Vauro che disegna il presepe con due San Giuseppe non fa satira, ma ideologia; la Litizzetto che pronuncia volgarità ha la stessa carica comica d’un peto, che è tutto fuorché satira. Gli italiani però, che non hanno perduto la sana abitudine di ridere, s’arrangiano comunque come possono, ricorrendo alla fantasia ed all’immaginazione, che sono in fondo grandi risorse che compensano la loro totale inettitudine allo slancio rivoluzionario. Ed in fondo, come scriveva Laurence Sterne nel suo “Viaggio sentimentale”: Un homme qui rit ne sera jamais dangereux .

Le lugubri figure istituzionali che reggono questa decrepita nazione in stato terminale a più riprese stanno via via limitando, con squallidi strumenti giudiziari e polizieschi, l’ultima libertà, ossia il gusto della beffa e dello sfottò, che si sono sempre diretti verso tutti i tipi umani, senza distinzioni, democraticamente – grassi, magri, storpi, belli, brutti, negri, bianchi, gialli, checche, nasuti, preti, calvi, baldracche, bigotti, tipi da spiaggia e celebrità varie – proibendola però solo per alcuni, facenti parte delle specie protette ed intoccabili (indovinate quali). Ed in questo dimostrando la loro grettezza, la loro stupidità e il loro odio profondo per la libertà, se mai vi fosse bisogno di prove ulteriori.