Aborto via mare: la fantasia al servizio del diavolo

Aborto via mare: la fantasia al servizio del diavolo

Sui loro vascelli i pirati, onestamente, issavano la bandiera nera col teschio.

Il logo di ‘women on waves’ è una barchetta sulle onde, rosa e arancio, che sembra uscita dalla penna di un bambino.

I pirati qualche vita, magari in cambio di denaro e oro, l’hanno pure risparmiata. I piccoli che, nel ventre delle loro madri, salgono sulla nave dallo stemma giocoso, non ne scendono vivi, MAI!

‘Women on waves’ è una fondazione ideata e creata nel 1999 da  una donna (!) olandese, Rebecca Gomperts, che ha messo ingegno e risorse al servizio non dei nascituri, ma della loro morte.

Con una imbarcazione che naviga in acque internazionali (12 miglia dalle coste), i volontari (tutte donne!) si avvicinano a quei paesi nei quali l’aborto è vietato o soggetto a molte restrizioni e, prendendo a bordo le future madri, le ‘aiutano’, sottostando solo alle permissive leggi olandesi, a liberarsi dei nascituri.

Nei Paesi Bassi l’aborto è legale sino alla 22esima settimana, periodo gestazionale nel quale alcuni bambini sopravvivono anche fuori dall’utero materno!

Madre Teresa ripeteva alle poverissime donne di Calcutta, dell’Africa, dell’Asia, sfruttate o stuprate, ‘ora c’è, fallo, lo crescerò io!’.

E davvero li cresceva Lei, a centinaia, in tutto il mondo, in asili ed orfanotrofi semplici, puliti, dignitosi, prendendosi cura anche delle madri, superando problemi economici, burocratici, organizzativi, che potevano sembrare insormontabili.

Suor Marcella, la suora toscana che lavora in Guatemala, le madri le aiuta creando villaggi nei quali abbiano una casa, una comunità accogliente e imparino mestieri e dignità.

La Gomperts accorre in soccorso delle donne, uccidendo direttamente o avvelenando con pillole ad hoc, i figli che portano in grembo!

Intervistata qualche tempo fa dalla televisione italiana, la intraprendente signora ha suscitato gli entusiasmi della modernissima Camila Raznovich, nota presentatrice televisiva, ovviamente contraria alla pena di morte, che fa battaglie originali e impopolari (ricordate Loveline?) a favore dei diritti degli omosessuali e del sesso ‘libero e consapevole’.

Piccino, silenzioso (ma il cuore batte e si sente forte e chiaro da subito!), rannicchiato in posizione fetale, il nascituro, sulla bar(c)a di ‘women on waves’, diventa morituro senza uno straccio di assistente sociale che ne prenda le difese: non ha diritti, peggio di una balena, solo il dovere di togliere il disturbo!

Alle madri (quasi sempre africane o latino americane), di solito povere, spesso analfabete e sole, certo disperate per aver deciso di sfidare la legge, il cuore e la legge del cuore, non viene offerta alcuna alternativa alla morte della propria creatura.

E’ più facile ucciderlo un bambino che accoglierlo, è più facile fermargli il cuore che amarlo ed è molto, molto facile e vile invitare una madre in difficoltà su uno scannatoio asettico e confortevole, per poi abbandonarla ai suoi problemi di abuso, di sfruttamento, di solitudine, riconsegnandola agli aguzzini di sempre, resi ancora più forti dalla ‘soluzione’ della Gomperts, che ella stessa definisce “facile, indolore, pulita, sicura”.

Aborto come una tonsillectomia! Nessuna alternativa prima dell’operazione, nessun sostegno psicologico dopo!

‘Women on waves’ è un mostro marino molto selettivo: ama le donne dei Paesi del terzo mondo e le carni tenere dei loro figli, ancora senza luce e parola, ma non ancora senza vita.

Un mostro marino creato da una signora benestante, europea, emancipata che, per i figli delle donne indigenti, sfruttate, abusate ha saputo trovare sempre e solo una risposta: morte!

Il mondo ricco sta a guardare, compiaciuto! I sostegni economici non mancano: un bambino africano adottato a distanza costa vent’anni d’impegno, la signora risolve il caso in venti minuti! Vuoi mettere?!