Sulla presunta unità trascendente delle religioni

Sulla presunta unità trascendente delle religioni

Alcuni sostengono che ogni popolo debba praticare la religione secondo le caratteristiche che gli sono proprie. Cosi gli europei dovrebbero essere cristiani, gli arabi musulmani, gli africani animisti, gli estremo-orientali buddhisti e induisti, secondo una grossolana suddivisione di identità religiose, così come sono andate mediamente affermandosi nel corso del tempo.

Francamente, questa idea del rapporto tra identità etnica e pratica religiosa lascia un po’ il tempo che trova. Essa deriva dalla convinzione che vi sia una unità trascendente delle religioni, le quali, seppur diverse nelle forme accidentali, sarebbero sostanzialmente uguali, in quanto si radicherebbero nella medesima verità.

Convinzione facilmente confutabile alla luce delle contraddizioni presenti nel confronto fra le varie forme di culto: il Dio adorato dalla fede cattolica – la SS. Trinità e Gesù Cristo, l’incarnazione della seconda persona della SS. Trinità – non è il Dio unico adorato dall’Islam e nemmeno quello della religione ebraica talmudica; cosi come è diverso dalle divinità riconosciute e adorate dagli altri culti praticati nel mondo.

Ora, la preoccupazione di ogni persona che usi rettamente la ragione, dovrebbe essere quella di riconoscere la verità e di conformarvisi: un certo culto mi può affascinare, ma se mi induce a credere il falso che senso ha aderirvi? Devo soddisfare una mia passione o devo vivere secondo verità, ossia adeguando il mio intelletto e la mia volontà alla realtà oggettiva? Se non voglio vivere nella falsità e nell’inganno, devo sforzarmi di cercare la verità e di aderirvi. E la verità sul senso della vita, sulla natura umana e sull’esistenza di Dio è qualcosa a cui posso giungere – anche se in maniera incompleta – per via naturale, ossia mediante l’uso delle mie facoltà razionali (l’intelligenza, il ragionamento) contemplando me stesso e ciò che mi circonda.

Quando uso rettamente la ragione, posso analizzare il contenuto dei vari culti e capire quanto vi sia di conforme alla ragione umana e quanto no. E’ importante affermare questo, in quanto, se non si riconosce la necessità che l’uomo ha di comprendere, significa non aver capito come è fatto l’uomo, il quale ha nell’intelligenza e nella volontà le sue facoltà più nobili, facoltà di natura spirituale che lo rendono simile a Dio.

Il ragionamento sull’esistenza di Dio e la sua natura porta certamente a qualche risultato, ossia a capire che egli necessariamente esiste e che ha certe caratteristiche, tra le quali l’essere infinitamente superiore all’uomo. Se l’uomo comprende l’infinitezza di Dio, si rende conto che, con le sole capacità proprie (naturali), non potrà mai comprendere perfettamente Dio e la sua natura: ciò che è limitato (l’uomo) non può contenere ciò che è illimitato (Dio). Dunque l’uomo ha la necessità che Dio, in qualche modo, gli si riveli, affinché lo possa conoscere meglio e gli possa tributare il giusto culto.

Dio – che è la causa di ciò che esiste, quindi anche della natura umana – ha dotato l’uomo di ragione, dunque rivelandosi non può contraddirsi e proporre a credere cose illogiche e contrarie alla ragione. Può rivelare cose che superino la capacità di comprensione della mente umana, ma non che la contraddicano (1).

Le grandi religioni che nel corso dei secoli si sono affermate presso i vari popoli, anche caratterizzando intere aree geografiche, inducono alcuni a ritenere che ogni popolo abbia sviluppato la forma religiosa più adatta alla propria identità ed alla propria forma mentis, secondo un modo di pensare e di agire che gli sarebbe stato dato da Dio.

Questa ipotesi, però, pone seri dubbi, in quanto, se le cose stessero realmente così, dovremmo pensare che il Padre Eterno abbia stabilito che alcuni uomini debbano credere cose su di Lui e sul senso della vita contraddittorie rispetto a quelle credute da altri uomini, a cui Egli le avrebbe parimenti rivelate. Dunque, Dio sarebbe contraddittorio e, in definitiva, falso e ingannatore. Si può pensare questo di Dio? Ciò contrasta con la retta ragione creata da Dio, la quale ripugna la contraddizione.

Che alle varie latitudini e nel corso tempo si siano sviluppati diversi modi di concepire la divinità e di renderle culto è un dato di fatto. Anche se è assolutamente necessario ricordare che una base di verità, comune a tutti gli uomini e, quindi, a tutti i popoli, è riscontrabile in quello che si chiama senso comune (2) e legge naturale (3), i cui contenuti sono sostanzialmente verificabili in tutti gli uomini moralmente integri, in virtù del radicamento nella medesima natura umana.  

Dalla osservazione dei dati storici si può desumere, per esempio, che la religione cristiana – pur avendo avuto origine in Palestina – si è compiutamente formata in Europa, laddove l’insegnamento trasmesso da Gesù Cristo ai suoi apostoli ha incontrato la filosofia greca (4) e la romanità, due elementi essenziali al cristianesimo nella sua forma integrale rappresentata dal cattolicesimo romano.

Senza le basi della filosofia platonico-aristotelica e dell’etica romana, il cristianesimo non si sarebbe strutturato e non avrebbe potuto affermarsi in luogo delle varie credenze pre-cristiane, risultando evidentemente adatto e comprensibile alle genti europee (tanto ai dotti quanto ai semplici). Ciò, però, non significa che il cristianesimo sia o debba essere la religione delle sole genti europee, vuol dire che – per disposizione divina – in Europa esso ha trovato quello che occorreva ad esplicitare la sua universalità. Il cristianesimo è religione universale perché afferma la Verità, la quale è per sua natura universale (5).

 

Note

  1. Come l’unità e trinità di Dio, ovvero il mistero della SS. Trinità. Dio non è uno e trino contemporaneamente e sotto lo stesso rapporto – ciò sarebbe contraddittorio –; una è la natura divina, tre sono le persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre è Dio, ma non è il Figlio e nemmeno lo Spirito Santo; il Figlio è Dio ma non è il Padre e nemmeno lo Spirito Santo; lo Spirito Santo è Dio, ma non è il Padre e nemmeno il Figlio. Il Figlio, detto anche Verbo di Dio o logos, è la conoscenza che il Padre ha di sé – la conoscenza che Dio ha di sé medesimo – e lo Spirito Santo è l’amore che procede dal Padre verso il Figlio e dal Figlio verso il Padre, amore che genera la terza persona della Santissima Trinità, ossia lo Spirito Santo. Quello della unità e trinità di Dio è uno dei misteri della fede cristiana, una sublime verità rivelata da Dio, che resta tuttavia velata dalla fede, in quanto inaccessibile alla limitata intelligenza umana, la quale deve accontentarsi della sua logicità, in attesa di poterla pienamente comprendere attraverso la visione beatifica.

2. Il senso comune si basa sulla verità assoluta e universale delle seguenti cinque evidenze:

  1. l’esistenza del mondo, ossia delle cose e della realtà;
  2. l’esistenza dell’io come soggetto;
  3. l’esistenza degli altri soggetti;
  4. l’esistenza dell’ordine morale e delle leggi;
  5. l’esistenza di una prima causa dell’esistenza delle cose.

Il senso comune è ciò su cui si deve fondare ogni speculazione filosofica basata sulla contemplazione della realtà, ossia sulla oggettività delle cose esistenti e sulla loro natura.  

3. La legge naturale o morale è la via al fine dettata dalla natura delle cose esistenti. Seguendo la legge naturale si realizza se stessi per ciò che si è, ossia conformemente alla propria natura. La legge naturale e morale è l’irradiazione della lex aeterna nella creatura razionale, quella che S. Tommaso d’Aquino ha chiamato lex naturalis, in quanto scritta nella natura umana. Una sintesi della legge morale e naturale è costituita dai dieci comandamenti della Chiesa.

4. Il dogma cattolico della transustanziazione, ossia della trasformazione miracolosa (miracolo che compie Dio, per mezzo del sacerdote, nel corso della S. Messa) del pane e del vino nel corpo e nel sangue della persona divina di Gesù Cristo, si appoggia sulla dottrina aristotelica dell’ilemorfismo, la quale dà un fondamento di logicità che aiuta l’uomo a comprendere – anche se limitatamente – una verità sublime, misteriosa e inaccessibile alla sola ragione umana. Secondo l’insegnamento di Aristotele, ogni ente fisico è un composto di materia (hyle) e di forma (morphé) e ogni forma o sostanza – la sostanza è ciò che rende una cosa quello che è e non un’altra, dunque forma e sostanza in questo caso sono sinonimi – ha bisogno di una materia (ciò che cade sotto ai sensi) su cui appoggiarsi. Nel caso della transustanziazione (passaggio da una sostanza ad un’altra), il pane ed il vino rimangono tali come specie, ossia come apparenze materiali colte dai sensi, ma divengono – in virtù del miracolo operato da Dio (il miracolo è un fatto che accade grazie alla sospensione della legge naturale, che solo Dio può operare) – corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo: il pane ed il vino diventano la materia su cui si appoggia la forma divina della seconda persona della Santissima Trinità, il Figlio, formando così l’ente Gesù Cristo che viene colto dai sensi sotto le specie del pane e del vino.

5. 2+2 fa 4 sempre ed ovunque, in quanto è una verità universale che tutti sono chiamati a riconoscere.