Qualche parola su Roma

Qualche parola su Roma

Unidea di Roma può essere fornita, a contrariis, dalle ragioni del suo declino e della sua caduta. Dopo il periodo della Pax Romana, durata quasi due secoli, da Augusto fino ai Severi, e segnata dal diffondersi di un generale benessere e dal fiorire di città costruite e sviluppate ad immagine dellUrbe a cui saccompagnava, però, un progressivo affievolirsi dello spirito di sacrificio e una notevole caduta demografica – Roma conobbe, nel terzo secolo d.C. un periodo di profonda crisi e danarchia; molte le ragioni su cui gli storici concordano: il venir meno dei meccanismi di governo che aveva conosciuto negli ultimi anni della Repubblica dove consolato, censura, comizi, tribuni e senato garantivano un discreto equilibrio, fatto di contrappesi tra i reciproci poteri sostituiti dalla concentrazione delle potestates (quella censoria, che controllava laccesso al senato; quella consolare, da cui dipendevano potere militare e giustizia; quella tribunizia, che, oltre a prevedere funzioni legislative, garantiva la tutela delle classi più disagiate) nelle mani di uno solo, in un sistema sempre più autocratico;  le pressioni militari che le potenti guarnigioni poste a difesa dei confini esercitavano sul potere politico e che favorirono molteplici pronunciamentos militari; leditto di Caracalla del 212 d.C.,  che estendeva la cittadinanza romana, coi connessi diritti, a tutti gli abitanti dellimpero e che permise laccesso alla classe dirigente di elementi estranei alle tradizioni culturali di Roma; la spinta di popolazioni e tribù barbare alle frontiere e linizio di un pesante fenomeno di penetrazione oltre il limes, favorito peraltro dalla necessità di mano dopera e di soldati; infine, nonostante lo splendore e lo sviluppo delle città romane, linizio nella parte occidentale dellimpero duna crisi economica e monetaria causata dallesaurimento delle ricchezze, frutto delle conquiste, in puro consumo invece che in investimenti per nuove attività produttive, che sempre più sinaridivano.

A tutto ciò, come si è accennato, si deve aggiungere una profondissima crisi demografica, iniziata dal processo durbanizzazione e dalla progressiva sparizione dei contadini dalle campagne.

La restaurazione degli imperatori illirici Dioclezianose da un lato pose termine allanarchia e ridiede ordine allo Stato, dallaltro mise in moto meccanismi che aumentarono le spinte centrifughe e dissolutrici: la divisione dellImpero in quattro parti, affidate a due Augusti e a due Cesari mise fine al primato dellUrbe romana; la riorganizzazione dello Stato passò attraverso la sua burocratizzazione ed un accresciuto potere dintervento, oltre alla duplicazione degli effettivi dellesercito; il forte aumento delle imposte che da ciò derivò spinse il potere centrale ad impedire il naturale dinamismo delle classi sociali, puntando sul loro irrigidimento al fine di favorire il prelievo tributario; è proprio in questo periodo che limpero, originariamente laico, cominciò ad assumere tratti orientaleggianti nei costumi e nelle istituzioni, e la figura dellimperatore divenne oggetto di venerazione, tanto che venne introdotto lobbligo della prosternazione, dorigine persiana, proseguito poi coglimperatori bizantini; limpero cessò così di rappresentare in qualche modo la sintesi delle vecchie magistrature, divenendo una monarchia assoluta, con una ritualità di tipo asiatico e con unamministrazione infestata dalla corruzione.

Ma fu soprattutto larruolamento di barbari nellesercito che influì in maniera determinante sul destino dellimpero occidentale; già nel principato dAugusto era iniziato il reclutamento di non-romani e nei periodi successivi per la necessità di rafforzare le difese, per il progressivo esaurimento delle famiglie originarie, decimate dalle guerre, per laumento del benessere che spingeva gli abitanti dellimpero a delegare ad altri i lavori più faticosinumerosi barbari, prima, e poi interi gruppi e tribù serano riversati allinterno delle province offrendosi come schiavi o arruolandosi nelle milizie, dove, col tempo, arrivarono anche a ruoli di comando.

Il disastro di Adrianopoli è lesempio illuminante di ciò che rappresentò allinterno dellesercito imperiale una componente che le era culturalmente ed etnicamente estranea. Schiacciati dagli unni, decine di migliaia di goti, guidati da Fritigerno, con carri, famiglie e schiavi, si diressero verso il Danubio, chiedendo ai romani il permesso dattraversarlo per porsi così sotto la loro protezione; a quel tempo imperatore dOriente era Valente e dalla sua sede dAntiochia, a  mille chilometri di distanza, reputò vantaggiosa laccoglienza di quelle popolazioni chegli già vedeva arruolate fra le proprie fila; inutili furono le proteste di alcuni generali, che chiedevano invece di sbarrare loro il passo.

Lattraversamento del Danubio in Tracia, nel novembre del 376, fu uno di quegli eventi che marcano unepoca; a decine di migliaia, su zattere e mezzi di fortuna, guadagnarono la riva meridionale; lì ad aspettarli, per organizzarne la venuta e il loro smistamento in terre abitabili, stavano le milizie romane che avevano ricevuto la consegna di far passare per primi i bambini, in modo da poterli usare come ostaggi per costringere gli adulti allobbedienza; ma questo non avvenne e la disorganizzazione e la mancanza di adeguata preparazione per affrontare questa eccezionale situazione ebbero la meglio; invece di disperdersi, i barbari saccamparono sulle rive del fiume e furono via via raggiunti da altre tribù e da altri gruppi, ben informati che al passaggio del fiume i romani non avrebbero opposto resistenze. Quando lorda si mise in marcia lasciando gli accampamenti nulla era stato seriamente predisposto per la loro sussistenza; inevitabile fu lo scontro aperto, dopo alcune scaramucce, con le truppe romane; rinforzato da schiavi barbari e dalle truppe mercenarie di Goti cherano arruolati nelle milizie imperiali, oltre che da clan di Ostrogoti e da alcuni gruppi di Unni e di Alani, Frigiterno schiacciò i Romani nellagosto del 378 ad Adrianopoli, dove perse la vita lo stesso imperatore Valente; lagonia dellImpero dOccidente era iniziata.

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Alla necessità di rafforzare lesercito per proteggersi dagli attacchi esterni e di procurarsi mano dopera per i compiti a cui, causa il benessere, i romani ormai si rifiutavano, si rispose collimmigrazione massiccia di barbari, soprattutto Goti.

Però, al momento di scegliere fra difesa dellimpero –  e dunque dellidea universale che rappresentava e lobbedienza al richiamo del sangue, i barbari non ebbero mai dubbi. Non si contano i casi di diserzione e tradimenti perpetrati da mercenari e ribelli in combutta con gli eserciti stranieri; abbiamo accennato al caso paradigmatico di Adrianopoli, ma anche in occasione della campagna di razzie di Alarico, coloni, mercenari e schiavi dorigine germanica sunirono alle sue truppe.

Lelemento barbaro fu la causa predominante dellindebolimento di Roma. Perché questo accadde?

Due elementi che fondavano la forza di Roma erano la pietas e la fides. La pietas rappresentava il rispetto e la devozione del romano verso la propria tradizione, a sua volta inserita in un ordine superiore; il primo mito di Roma è Enea, che fuggendo abbandona la propria patria portando con sé il vecchio padre, il figlio e le statuette degli dèi Penati di Troia; così facendo, Enea aveva permesso la continuazione della sua razza, del suo sangue, del suo culto, obbedendo a ciò che gli comandava di fare la pietas; essa era quindi anche amore filiale, da cui sorgeva limperioso dovere di trasmettere ai figli ciò che i padri avevano a loro volta lasciato.

La fides, rappresentata da una mano destra, può essere considerata una forza virtuosa, associata alla giustizia: quella che colpisce con durezza il nemico, ma è capace di tendergli la mano ed accettarne la resa una volta vinto, assimilandolo e associandolo al proprio destino; era il segno che dimostrava come Roma non coltivasse una volontà di violenza cieca e smisurata, ma sapesse, pur nella consapevolezza della propria potenza, equilibrare guerra e pace civilizzatrice.

La caduta di Roma fu proprio dovuta al suo allontanamento da quelle virtù che lavevano resa grande.

Quale pietas poteva sentire e trasmettere lelemento non romano che era entrato in tutti i settori della vita pubblica? Quale volontà di difendere lordine tradizionale dei padri in una parola, la patria – poteva animare il barbaro che combatteva nellesercito, come soldato o addirittura come comandante?

Lapogeo dellI’Impero, dalle vittorie di Augusto alle ultime espansioni territoriali di Traiano, colla successiva rinuncia a continuare la politica despansione, fu il primo atto di decadimento della fides; Roma iniziava lentamente a ripiegarsi su sé stessa, a godere delle ricchezze frutto delle conquiste, a preferire la comoda vita cittadina al mantenimento di una disciplina della guerra, presupposto necessario per una successiva opera civilizzatrice.

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Merita qualche cenno la vecchia polemica sulla pretesa influenza del cristianesimo dalle sue prime penetrazioni nellImpero, alla sua ammissione come culto lecito, prima, e alla sua adozione come religione ufficiale, poi nella decadenza e nella caduta di Roma.

La tesi, che risale a Voltaire, fu argomentata dallo storico inglese Gibbon in tre punti: 1- Le dispute teologiche legate allapparizione delle grandi eresie (arianesimo, monofisismo, donatismo, manicheismo, etc.) avrebbero minato lunità religiosa romana nel momento stesso in cui occorreva far fronte alle grandi invasioni; tali problemi avrebbero distratto limperatore, impegnandolo più sul terreno teologico che su quello militare; 2- il pacifismo cristiano avrebbe sfavorito la predisposizione al combattimento; 3 – i cristiani avrebbero rifuggito gli incarichi e gli affari pubblici poiché determinati ad un disimpegno dalla vita mondana, che essi ritenevano meno importante di quella soprannaturale a cui essi aspiravano.

Gli storici hanno ampiamente smontato queste argomentazioni sostenendo, quanto alla prima, che le dispute teologiche erano già in fase discendente al momento del crollo dellImpero, grazie allopera di SantAmbrogio e di SantAgostino; inoltre, anche se proclamato religione ufficiale nel 395, il cristianesimo era ben lungi dallessere divenuto un elemento determinante dellidentità romana, tanto più che il paganesimo ancora resisteva – e resisterà fino allAlto Medioevo. Quanto alla seconda argomentazione, essa è contraddetta da tutta la storia europea, che vide il cristianesimo prendere le armi per la propria difesa e la propria espansione, a Poitiers, nelle Crociate, nella Reconquista, a Lepanto, nella conquista del Nuovo Mondo. Anche lultimo argomento (il disinteresse e labbandono della vita sociale da parte dei cristiani) non rispecchia la realtà; la fuga dalle cariche, che iniziò dal terzo secolo d.C., derivò dalla volontà di sfuggire i pesi tributari che queste comportavano; gli edili (ossia gli amministratori locali) erano infatti costretti a versare una quota determinata di tasse, indipendentemente dalla loro capacità di esigerle dai contribuenti; lo stesso accadeva per determinate categorie sociali, costrette al pagamento di tributi fissi a prescindere dalla loro capacità reddituale e impediti per legge a cambiare la professione o il mestiere. Ma v’è un argomento che sbarra la strada alla tesi propugnata dal Gibbon, che, se fosse vera, non spiegherebbe allora perché limpero dOriente, ben più impregnato di cultura cristiana rispetto a quello occidentale, abbia resistito altri mille anni.

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Tra i motivi della forza di Roma nel periodo repubblicano stavano sobrietà ed austerità di costumi; le tombe dei Romani si distinguevano da quelle etrusche perché questultime erano colme di vasellami; le iscrizioni nelle lapidi degli eminenti romani erano laconiche e scevre da ogni esaltazione della loro figura e delle opere compiute; la carica politica, che era gratuita, non costituiva infatti motivo dambizione, ma, vissuta con spirito di servizio, era il mezzo per servire la patria; limpersonalità e il non esasperato individualismo dello spirito romano sono anche dimostrati dalla estrema povertà dei nomi di personanumerosi invece tra i Greci poiché lidentificazione riposava ben più sul nome gentilizio, che ne indicava la provenienza familiare. Tale era la severità dei Romani che anche letteratura ed artisti erano visti con diffidenza, poiché ritenuti non necessari al bene comune, anzi pericolosi strumenti di corruzione.

In questo clima iniziò a svilupparsi la produzione legislativa romana che ai mores maiorum, le norme intangibili dei padri, affiancò nuove regole dettate da spirito pratico e dalla necessità di regolare la dinamica della crescente vita sociale. Al diritto civile, estensione dei primi costumi, si aggiunse la giurisprudenza dei pretori pellegrini, quelli che esercitavano la giurisdizione nelle province e lopera dottrinaria dei primi giureconsulti, fino ad arrivare al diritto dellepoca classica: universale (come lo spirito che aveva assunto Roma imperiale), non formalistico e formulato per iscritto.

Alla saggezza e al pragmatismo delle sue leggi corrispondeva lequilibrio del sistema politico repubblicano, costituito da Senato, comizi e magistratura, che raggiunse la sua massima funzionalità tra il quarto e la fine del secondo secolo a.C.; lintegrazione politica della popolazione plebea a quella patrizia portò con sé la creazione di una magistraturaal consolato sera aggiunto il tribunato, che garantiva i diritti delle classi meno abbienti caratterizzato da gratuità, collegialità, elettività, responsabilità ed annualità della carica. Tutto questo però non sta a significare che a Roma funzionò una democrazia; essa rimase, anche negli anni dellequilibrio politico, un sistema aristocratico, che vedeva nel Senato il suo centro di irradiamento, da cui proveniva tutta la classe dirigente.

Le guerre civili dellultimo secolo portarono, quasi per necessità e logica conseguenza, allinstaurarsi di un potere assoluto che fu rappresentato da colui che ne uscì vincitore; Ottaviano assunse nella sua persona quella del principe tutte le funzioni e le potestates che erano distribuite fra i vari organi e le varie magistrature che avevano assicurato equilibrio e giustizia.

Augusto rappresenta lapogeo della potenza e della gloria di Roma; al suo impero corrisponde la massima estensione territoriale (se si esclude il periodo di Traiano) e, naturalmente, linizio della fase di discendenza; è sottilissimo il filo temporale che unisce il raggiungimento del massimo vigore fisico delluomo collinizio del decadimento del suo organismo, e questo vale anche per le civilizzazioni, che in fondo condividono il destino delle creature viventi.