Etica guerriera: il dovere oltre l’utile personale

Etica guerriera: il dovere oltre l’utile personale

Cosa significa essere un guerriero? É una scelta o una vocazione? Cosa implica un tale percorso esistenziale? Attraverso alcuni esempi tratti dalla letteratura tradizionale, si delineano i tratti di una via ascetica, archetipica per ogni soldato politico che voglia compiere con onore il proprio dovere

La letteratura epica tradizionale, sia essa greca, indiana o del medioevo cristiano, ci offre esempi illustri di etica guerriera, cui attingere a piene mani nel percorso di ascesi personale che ognuno di noi compie nella militanza. Saper guardare agli archetipi, interiorizzare modelli ideali di comportamento attraverso un discernimento continuo della propria esistenza, non giova soltanto al nostro essere, ma anche alla nostra comunità, che ne trarrà i benefici. Con questa breve riflessione, si vuole vedere uno dei caratteri principali dell’eroismo guerriero, ossia l’impersonalismo attivo.

Nella saga indù del Ramayana, poema composto in sanscrito dal mitico Valmiki, le cui origini sono fatte risalire al VI sec. a.C., vi è un episodio chiave per capire ciò che intendiamo per guerriero, inteso come carattere e come destino. Il principe Rama, costretto a vivere come eremita insieme alla sposa Sītā e al fedele fratello Laksmana, viene ad un tratto redarguito dalla moglie, la quale lo apostrofa facendogli notare che, essendo costretto a vivere da mendicante, avrebbe dovuto posare le armi e non offendere più alcun essere vivente. La risposta di Rama è essenziale per capire il principio delle caste indiano (non estraneo alla concezione tripartita della società cristiana medievale). Egli risponde alla moglie, la quale sosteneva che “il solo portare le armi cambia la mente di coloro che le portano”, che ciò non era possibile per lui, in quanto obbligato dalla sua promessa e dal suo dovere di guerriero. Nell’ordinamento sociale sacro ario, infatti, ognuna delle tre caste, o colori, è astretta al proprio dharma (che in questo caso va tradotto come “morale”): seguirne uno diverso costituisce una grave violazione da punire severamente.

Passando, invece, all’antica Grecia, sempre nell’ottica di inquadrare l’archetipo universale del guerriero attraverso le diverse forme tradizionali, vogliamo ricordare un episodio della celebre Iliade di Omero. Nel libro VI, sul campo di battaglia, si incontrano due eroi, schierati sugli opposti fronti, ma legati da un antico vincolo di ospitalità: Diomede e Glauco. Dopo essersi riconosciuti, infatti, il primo dice al secondo, dopo averlo invitato a scambiarsi visite nelle reciproche residenze, “Or nella pugna evitiamoci l’un l’altro (…) Di nostr’armi il cambio mostri a costor, che l’uno e l’altro siam ospiti paterni”. Molti sono gli spunti di riflessione. Innanzitutto, i doveri dettati dall’ospitalità prevalgono anche sul fatto di essere avversari in battaglia. Il nemico resta tale, senza che il guerriero debba necessariamente odiarlo, anzi! L’ira e l’odio accecano il guerriero e lo rendono empio. Si pensi, inoltre, a quanto sia cristiana questa scena, poiché spiega come possa il detto evangelico dell’amare e pregare soprattutto per i propri nemici valere anche per chi, per vocazione, combatte in guerra. Lo stile del guerriero emerge dallo scambio delle armi fra i due nemici e nella decisione di evitarsi, finché sia possibile, in battaglia. Il destino del guerriero è combattere, come per il monaco è quello di pregare, ma, in entrambi i casi, solo trascendendo se stessi attraverso il sacrificio della propria individualità si può giungere alla vittoria.

Anche la letteratura cristiana, con le sue saghe epiche, ci offre attraverso la figura del cavaliere un modello etico di guerriero, esemplare per ciascun “bellator”. In particolare, l’immagine del cavaliere templare ideale, dipinto nel suo De Laude novae militiae da San Bernardo di Chiaravalle, ci offre un tipo umano dai caratteri e dallo stile ben definito. Si pensi a quando il celebre abate scrive che il suo discorso si rivolge “a tutti coloro che intendono rinunciare a seguire le proprie volontà”. Il sacrificio della voluntas, la scelta della via guerriera come rinuncia di sé per trovare Dio e servirlo, questa è la vera via guerriera. Non per denaro o per interessi, ma per morire e rinascere nella Grazia. Saga cavalleresca per eccellenza, nata per educare e fornire modelli etici alla cavalleria europea dei primi secoli dell’anno mille, il ciclo arturiano, elaborato da chierici cattolici come Chrétien de Troyes, ancora oggi affascina per la bellezza delle sue storie. L’ideale cavalleresco cristiano che ne emerge può ben essere rappresentato dalla vicenda di Erec ed Enide. Il prode cavaliere, preso dall’amore per la più bella del reame, dimentica i suoi doveri di guerriero ed è costretto a rischiare la vita in numerose peripezie e prove per riscattare l’onore perduto ed essere incoronato.

Etica del dovere, dunque, ma anche del superamento di sé. Trascendimento continuo, dominio delle passioni. Il guerriero deve morire sul campo di battaglia, non può venir meno a questo suo destino. Morire può avere diversi significati, così come molteplici sono i campi di battaglia sui quali la sorte lo ha posto. Tanto da poter dire, col salmista, in ogni dove ci troveremo in armi in pugno, vere o simboliche che siano, materiali o spirituali, “per me la sorte é caduta su luoghi meravigliosi” (Salmo 15 (16), versetto 6).