La ricerca di nuovi valori e la fine della continuità tradizionale

La ricerca di nuovi valori e la fine della continuità tradizionale

Mutantur mores hominum, mutatur et ordo”. Mutano i valori e, con essi, le gerarchie sociali. Si allarmava così, esattamente mille anni orsono, il vescovo e poeta francese Adalberone di Laon. Eppure, non aveva visto il peggio.

Infatti, all’interno delle società che – come quella in cui Adalberone viveva – conservano segni marcati di una continuità tradizionale, per lungo tempo valori considerati basilari o comportamenti ritenuti validi e doverosi, seppur anche abbandonati nella prassi, continuano ad essere percepiti come “giusti”, “naturali” – utilizzando termini volutamente ampi – o “doverosi”.

In altre parole, nelle società tradizionali si assiste a una netta cesura fra il piano dei valori – di ordine spirituale e di origine super-terrena – ed il piano dei rapporti sociali, per sua natura soggetto alle correnti del cambiamento. Le società informate alla Tradizione, quindi, conservano ben chiara la divisione fra l’essere (immutabile) e il divenire. Alle norme di condotta che discendono dal primo di questi piani, quindi, le società tradizionali concedono una doppia vita: una prima, come princìpi che informano direttamente la società; una seconda, spesso assai più longeva, in cui conservano una potente valenza di criteri orientativi.

La loro efficacia, dunque, perdura per un tempo prolungato anche nel comune sentire e, quindi, viene assorbita fino a radici poste molto in profondità nel tessuto sociale. Gli esempi che possono essere citati sono i più vari, e – nel caotico contesto attuale – è interessante notarne il carattere estremamente variegato.

Il primo esempio ci conduce alla Roma repubblicana. In questa società era riconosciuto in maniera univoca che la confarreatio costituisse l’unico rito propriamente nuziale, ossia l’unica via che consentisse di contrarre un matrimonio valido di fronte agli Dei e alla comunità. Si trattava, come noto, di un rito riservato alle stirpi aristocratiche.

Relativamente presto, i soggetti che ne erano esclusi – plebei, ma non solo – hanno avvertito l’esigenza di attribuire validità e stabilità ai vincoli more uxorio che loro stessi andavano a contrarre. Eppure, per lungo tempo (almeno cinque secoli!), le forme di contratto matrimoniale che si sono affiancate a questo istituito sono state considerate, appunto, alla mera stregua contrattuale, mentre il matrimonio confarreale (che pure andava scomparendo nella prassi) non perdeva il proprio valore di unico rito nuziale.

Il secondo esempio riguarda un ambito totalmente diverso e data, invece, all’epoca medievale. Nel sistema politico-amministrativo del Sacro Romano Impero, il trasferimento di porzioni di sovranità presupponeva, necessariamente, il giuramento del vassallo nelle mani del feudatario di ordine superiore. Si trattava, nei primordi, di allacciare o confermare un vincolo personale e gerarchico di libera subordinazione.

In seguito, l’istituto ha perduto la propria valenza di rito attributivo di una “fides” e si è trasformato, in sostanza, nello strumento necessario a confermare uno status quo. Eppure, stupisce  rilevare che questo giuramento sia stato prestato fino alla fine del XVIII secolo e anzi, in alcuni casi, fino al primo quarto del XIX secolo.

Molti elementi inducono a ritenere che questi fenomeni di sopravvivenza – o “super-vivenza” – non siano determinati dalla semplice resistenza di forme consuetudinarie recessive. Nelle società tradizionali, ed è un fatto noto, l’innovazione non rappresenta certo un valore in quanto tale. Si può anzi dire che il caotico “progresso” che contraddistingue l’epoca attuale fosse considerato, dagli uomini della Tradizione, come un disvalore ed un’insania. Da qui, fra l’altro, il turbamento dell’autore citato in apertura.

Nei tempi attuali, occorre rinsaldare la consapevolezza che l’introduzione di nuovi istituti o regole sociali, per radicarsi sul terreno solido dell’essere e non franare miseramente nel divenire, deve essere sempre innestata in un alveo di naturale continuità rispetto al passato. Ciò, fra l’altro, ha avuto una indubbia funzione di “freno sociale”, che ha spesso impedito il verificarsi di bruschi sovvertimenti o fratture. L’esistenza di valori super-temporali o ultra-temporali, quindi, ha una positiva funzione di collante valoriale fra le generazioni che si avvicendano, che possono così conservare, anche per secoli, un dialogo reciprocamente intelligibile.

Il fenomeno cui si è sopra accennato, tuttavia, va rapidamente scomparendo, in quanto – persino anno dopo anno – il lasso di tempo che intercorre fra l’introduzione di un nuovo istituto sociale/giuridico/culturale e la sua piena accettazione da parte della società va progressivamente riducendosi.

La tendenza, infatti, è quella di una vertiginosa identificazione fra il momento del sorgere di un c.d. “valore nuovo” e la sua acritica accettazione come doveroso e “giusto” (ancora in senso ampio) da parte della collettività. Il tutto, con l’immediato accantonamento – se non anche con l’aperto sovvertimento – di norme, valori ed istituti che, seppur talvolta caduti in desuetudine, avevano fino a ieri conservato un fondamentale influsso orientativo sul tessuto sociale. Anche in questo caso, gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Ci limiteremo ad evidenziare che, fino a ieri, nessuno avrebbe potuto seriamente porre in dubbio l’esistenza di doveri dell’individuo nei confronti della comunità, fosse essa la “piccola patria” familiare o la comunità nazionale. Tali “doveri”, oggi, vengono invece avvertiti dai più come una sorta di “coercizione” e vengono sempre più soppiantati dalle innumerevoli pretese del singolo nei confronti della società, vissuta come una galassia sterminata di diritti cui attingere a proprio piacimento. Il dialogo fra generazioni, quindi, si è interrotto.

Mai come oggi i morti sono davvero muti e lontani, e mai come oggi l’esistenza di valori trascendenti è posta in discussione. Mai come oggi mutantur mores hominum, mutatur et ordo. Preservare e riscoprire una continuità ideale con le esperienze della Tradizione, dunque, è oggi un imperativo che ha assunto caratteri assoluti. Che almeno da pochi non sia dimenticato.