L’imperialismo del cibo. Fiaccare l’identità dei popoli

Alla cura ossessiva per il cibo corrisponde il massimo disinteresse per le virtù”

Catone il Censore
Il processo della globalizzazione e della distruzione delle identità dei popoli non può che incalzare anche in tutto ciò che riguarda il piano culinario-nutrizionale, in specie laddove quest’ultimo sia sinonimo di tradizione, di salute, di qualità. Ciò che si sta evolvendo sotto i nostri occhi è una situazione dove il cibo, anche per una nazione così attaccata alla gastronomia come l’Italia, diviene prodotto industriale di massa, dove conta anzitutto la quantità, il guadagno, anche a discapito della genuinità, e la produzione per una popolazione sempre più esigente e numerosa. Tutto questo non può che creare, come si vedrà, una situazione dapprima di povertà culturale, e poi anche di malessere individuale.
IL CIBO COME MEZZO DELLA GLOBALIZZAZIONE
Considerando che ogni giorno, per necessità, occorre nutrirsi, ne risulta che il cibo è un potente veicolo di messaggi sia espliciti che impliciti. Ad esempio, quante volte nei moderni centri commerciali, passando davanti allo scomparto della frutta, si vedono mele grandi, rotonde, lucide, verdi, ma che poi, una volta acquistate e mangiate, si rivelano povere di sapore, di gusto. Ciò tanto ricorda una civiltà di forma senza anima, di esteriorità senza sostanza, dove è facile essere sedotti.
Questa inclinazione alla quantità, all’esteriorità, si differenzia molto dal passato dei nostri padri, dove vigeva una produzione contadina, sana e “autarchica”. Oggi, prima di arrivare a tavola, il cibo viene prodotto in un regime “intensivo” e fin dal principio trattato con pesticidi, vaccini o con diserbanti, per poi essere sminuzzato, mischiato, raffinato (con conservanti, coloranti, zuccheri, nitrati e così via), ricomposto, congelato, impacchettato, trasportato e venduto nelle grandi catene commerciali. Si consideri se per un sistema digestivo primitivo come quello umano l’ingerire prodotti trattati con ostici artifici possa davvero dirsi benefico, sano o nutritivo per il nostro organismo. La risposta, ovviamente, è no. Ciò è dimostrato dal fatto che, per compensare la povertà nutrizionale – quando non si tratta di “nocività” – degli alimenti che assumiamo ogni giorno, talvolta le stesse multinazionali produttrici di cibo di massa si muovono per vendere i cosiddetti “integratori”.
Passando al lato culturale, strumenti come internet, il rafforzamento delle infrastrutture, dei trasporti e fenomeni come l’immigrazione hanno permesso un continuo livellamento delle tradizioni culinarie. Tutto è ovunque e sempre disponibile ed imitabile. Sicché si può mangiare un ragù spacciato per italiano nell’Illinois, oppure mangiare un kebab per le vie di Venezia, o ancora assaggiare spezie orientali nelle piazze di Firenze. Questo fenomeno, ad una mente lucida, non dovrebbe risultare come innocuo o non degno di nota: è giusto ritenere la faccenda come un attacco alle tradizioni culinarie locali. Ogni ristorante cinese, ogni McDonald’s, ogni “Kebab House” è come un piccolo e silenzioso processo di mondialismo, quasi al pari della costruzione di una nuova moschea o di un centro per l’integrazione.

Si consideri, inoltre, l’incredibile varietà di cereali, ortaggi, frutti, razze di animali, selezionati con attenzione nel corso dei secoli dai nostri padri, i quali puntavano ad avere un alto valore nutrizionale, una facile coltivazione (senza che si abbia bisogno di diserbanti e altri veleni): tutta questa qualità deve essere necessariamente riscoperta, se si vogliono recuperare le tradizioni locali. Nei supermercati cominciano invece a farsi sempre più presenti i prodotti OGM. Anche gli stessi semi che vengono venduti nei consorzi di campagna sono molto diversi rispetto alle varietà locali che coltivavano un tempo i nostri avi. Così, molte specie di ortaggi, di frutta, di animali si sono estinte a causa della preferenza per prodotti economici e adatti ad una produzione di massa.
Molte delle colpe ricadono sulle politiche dell’UE, che impongono direttive vincolanti, a mò di nodo scorsoio. In base a tali direttive, infatti, i nostri imprenditori e agricoltori non sono liberi di operare autonomamente, o addirittura si vedono vietare l’utilizzo di metodi di pesca, di allevamento o di agricoltura tradizionali. Tutto deve essere catalogato, tutto deve seguire le regole stabilite da Bruxelles; ad esempio, si tende a produrre e vendere prodotti in base al solo vantaggio competitivo, gettando tutto il resto al macero (1).
Come apologia di tutto quanto precede, vi è poi il vero e proprio “imperialismo del cibo”, dettato dalle grandi multinazionali del cibo-spazzatura e dei fast food. Un curioso paradosso è che, nonostante si conoscano gli effetti dannosi di tali cibi-spazzatura, la loro vendita continui in un crescendo costante: si continua a fatturare miliardi, senza che la crisi economica mondiale ne fermi l’aumento. La “M” di McDonald’s, posta ormai in quasi ogni città sviluppata del globo, sembra una sorta di avanguardia nella conquista di questo strano imperialismo infarcito di americanismo, di palese nocività, di capitalismo sfrenato. Uno stendardo che quasi funge da triste parodia delle aquile dorate a capo delle legioni romane vittoriose oppure delle croci di Cristo poste sopra i campanili delle grandi cattedrali.
Il fast food, inoltre, è uno specchio della vita frenetica dei tempi correnti. Tutto è subito pronto e disponibile, basta scegliere secondo i propri appetiti. Sta scomparendo quella autentica premura della moglie o della madre di preparare un buon pasto, magari con il tipico tocco femminile di fantasia; premura volta amorevolmente a sfamare la propria famiglia, stando tutti assieme a tavola, fattore che unisce e consolida il nucleo famigliare. Questa immagine sta scomparendo. Sempre più ci si reca in locali esterni, dove appunto tutto viene servito da altri, velocemente, perché non c’è tempo in una società convulsa.
L’OBIETTIVO: INDEBOLIRE LE MASSE
In una società in depressione economica, che impone ritmi sempre più taglienti e logoranti, si rivelano necessarie due cose: economicità e velocità. Questo stile malsano, nel nostro caso, oltre a tutti gli altri domini dell’esperienza, si riversa pure nell’alimentazione. Come si è accennato, anche il cibo, nella preparazione, nell’acquisto, nel mangiare, deve possedere le caratteristiche di velocità e economicità, le quali vanno ad abbassare il livello di genuinità e di qualità. Ciò, si è detto, fa la fortuna delle multinazionali e, allo stesso tempo, permette la rovina o l’oppressione dei piccoli agricoltori e imprenditori, nonché dei ristoratori.
Ora tra i cibi, ciò che presenta caratteri di velocità ed economicità, non solo nell’acquisto e nella preparazione, ma anche nell’assimilazione, nella digestione, è tutto ciò che è dolce, in specie dolciumi preconfezionati, bevande zuccherate. Si prediligono pure le carni, i formaggi e fritture d’ogni sorta: prodotti economici per un mercato in depressione, veloci da preparare e da mangiare e che subito innalzano il livello di energia. Questi cibi che, è facile da comprendere, ben si adattano allo stile di vita e alle esigenze della modernità, sono sempre più oggi alla base della nutrizione delle masse.
Ciò comporta però diversi problemi, in quanto una dieta ricca di zuccheri e carboidrati andrà a formare una catena di conseguenze. Il corpo umano è per natura attratto da ciò che è calorico (2) e questi alimenti, in particolare gli zuccheri raffinati, sono capaci di fornire una grande quantità di energia all’organismo, che però lo indebolirà pure. Dagli elettroencefalogrammi, insieme ad altri esami, è stato rilevato che lo zucchero (che è presente in quasi tutti gli alimenti “trattati”, dall’insalata preconfezionata al formaggio), sembra agire in qualche punto come la cocaina sul cervello. Ciò creerà una sorta di dipendenza, innestando un circolo vizioso dove si andrà a cercare costantemente cibi ad alto contenuto calorico, affinché si ritorni costantemente ad uno stato “eccitato”, come nelle droghe. L’assumere una cosi alta quantità di calorie, però, presto porterà a costituire una massa adiposa. Questa massa adiposa infiacchirà ulteriormente l’intero organismo, rallentandolo, rammollendolo, quasi rendendolo attivo solo per la ricerca del cibo. Abbandonandosi alle voglie dello stomaco, si indebolirà anche la forza d’animo, il dominio di sé stessi, la capacità di decisione. Si consideri un intero popolo in cui pensieri di fame e di preoccupazione per la “linea” occupano maggiormente la mente: l’immagine si allontana di molto da una gioventù rivoluzionaria, atletica ed aspirante a vette più alte (3).
Ma in una società che non riesce a reggere i propri stessi ritmi, gli alimenti calorici non bastano. Per mantenere alta l’eccitazione si adducono eccitanti quali il caffè, anche preso più volte durante l’arco della giornata. Mentre basta avere un semplice raffreddore, un mal di testa, un po’ di influenza per ingerire aspirine, sciroppi o pasticche (4), affinché “tutto passi presto”. Allo stesso modo, quando c’è bisogno di rilassarsi, invece, si fuma, quando c’è da divertirsi, si beve, se non, nei casi peggiori, ci si droga. Così, come per forzare, tramite sostanze esterne – quasi fossero pozioni magiche – uno stato d’animo sempre allegro, attivo, privo di pensieri. Questo è un fenomeno tipico dei tempi ultimi, dove sembra quasi regni una volontà di scansare la sofferenza, di rimandarla. Stando a questi ritmi disumani, non possono che presentarsi cicli depressivi e crisi di personalità sempre più gravi, finché pure per questo stile nutrizionale malsano non si giunge ai tumori o ad altre malattie correlate ad un’alimentazione scorretta. Per quanto riguarda questi ultimi argomenti, ovviamente, non è colpevole solo il lato dell’alimentazione, ma piuttosto tutta una serie di patologie della modernità che sommate sfociano in tali fenomeni. Però è bene ritenere che uno stile di vita alimentare nocivo non potrà che facilmente tendere verso la tristezza. E la tristezza della gente è un ottimo carburante per l’economia (5), in quanto incrementa gli acquisti.
LA RIVOLUZIONE INIZIA ANCHE DA TAVOLA
I fronti che oggi il cosiddetto “uomo differenziato” è portato a combattere sono innumerevoli. Uno, però, spesso non viene affatto considerato: il lato della nutrizione e la cultura che ne deriva.
Secondo quanto precede, si è visto che esiste un attacco contro le tradizioni alimentari locali e alla forza culturale di cui tali tradizioni sono portatrici. Ciò che si sta delineando è una costante “americanizzazione” della dieta, quest’ultima caratterizzata da un’elevata quantità di calorie, tramite carni, formaggi, dolciumi, salse d’ogni tipo, e dove domina la velocità, l’economicità e la quantità.
Ora, invece di scatenare la curiosità e la fantasia su piatti orientaloidi o americanate alla moda (che tra l’altro, per la maggior parte dei casi, sono piatti pessimi dal punto di vista qualitativo-nutrizionale), ci si dovrebbe sforzare di recuperare tutto il ricco complesso di tecniche, di metodi, di ricette, di pietanze, di usi dal gusto rurale e integro, di cui l’Italia era piena in ogni singolo angolo. Quindi, riscoprire la bontà dei prodotti dei nostri padri: frutti spiranti di fecondità e genuinità della nostra amata terra.
La dieta mediterranea, considerata oggettivamente come la migliore al mondo, è rimasta praticamente invariata per millenni fino a pochi decenni fa. Nell’antica Grecia, nell’antica Roma, così come nelle coste della Siria e della Spagna, la base della dieta mediterranea fu sempre la stessa nella sua semplicità: cereali integrali, pesce, poca carne, frutta e verdura in grandi quantità (6). Niente dolciumi, niente salse caloriche, niente nitrati, né conservanti, nemmeno c’erano caffè e caffeine, niente fast food e allevamenti intensivi, niente cibo di produzione industriale, ovvero artificiale. Almeno fino agli inizi del ‘900 tutto era così stabilito nella sua genuinità, nella sua bontà e semplicità, nel suo attaccamento alla terra e alle tradizioni.
Se si abbandonassero le maniere “americane” di concepire la dieta e la produzione del cibo e si ritornasse ad una sana autarchia contadina, aggiungendo i progressi tecnologici dell’agricoltura e dell’allevamento, oggi non ci sarebbe che da guadagnare in salute del popolo. La dieta che qui si prescrive, infatti, nella sua integralità ed essenzialità è diametralmente opposta a quella moderna, ipercalorica, e sarebbe addirittura capace di allungare la vita, dato che non si presenterebbero malattie come il diabete, si ridurrebbero i tumori, e anche il rischio di infarti. Una tale dieta, ricca di carboidrati complessi (e non semplici), di minerali e vitamine sarebbe non solo in grado di far resistere maggiormente alle malattie, ma pure di rendere più dinamico, attivo, efficiente la totalità dell’essere, donando uno stato di benessere ed equilibrio. Per non abbandonarsi agli “eccessi”, ai piatti invitanti, si avrà pure un rafforzamento della decisione interna.
Di conseguenza andrebbero assolutamente boicottati tutti i cibi spazzatura, i fast food, i cibi stranieri che distruggono la nostra cultura, ma che sopratutto distruggono l’individuo, gettandolo nel malessere. Non è sbagliato, perciò, affermare che la “rivoluzione passa anche da tavola”, poiché, innestando una dieta opposta a quella vigente oggi, si riconfermerebbe ad ogni pasto il proprio “no” contro il mondialismo oggi trionfante.
E, dunque, un uomo differenziato che voglia davvero definirsi tale unirà all’impegno culturale, all’attività sportiva e alla lotta attiva al sistema, un’equilibrata e genuina alimentazione, “radicata alla terra”.

NOTE
(1) Si ricordi il caso nazionale, scoppiato l’anno scorso, per il fatto che le direttive UE avevano imposto ai produttori italiani di inserire un’aliquota di latte in polvere nei nostri prodotti latticini tipici.
(2) L’insulina è un ormone anabolico, il principale. Gli zuccheri hanno il potere di alzarne la concentrazione nel sangue. Questo non è un male, senza insulina non si vive (vedi crisi diabetiche), e i carboidrati non vanno demonizzati. Vanno demonizzate le eccessive dosi di zuccheri semplici e modificati artificialmente. Gli zuccheri semplici determinano un rapido aumento della concentrazione di insulina nel sangue (picco glicemico) che, con il ripetersi del tempo, oltre all’accumulo di adipe, può portare al diabete nelle persone predisposte alla malattia.
(3) Al contrario, i bambini oggi spesso vengono educati ad ingozzarsi di immondizia davanti alla televisione, abitudine che sembra non affievolirsi con la crescita.
(4) Tutte sostanze sintetiche, artificiali e non esattamente “genuine”, che andrebbero assunte solamente qualora se ne presentasse un serio bisogno.
(5) Si consideri, inoltre, il paradosso di una società che istiga le persone all’obesità, ma che allo stesso tempo li discrimina.
(6) Ciò è risultato anche dagli ultimi scavi di Pompei, dove si osserva che i romani di allora si nutrivano in tal maniera. Non è vera la voce che solo i patrizi godevano di una buona alimentazione, tutti riuscivano a nutrirsi sufficientemente e sicuramente, in una maniera qualitativamente superiore all’odierna.

 

BIBLIOGRAFIA
1. V. Kumar, A.K. Abbas, N. Fausto, J.C. Aster, Robbins e Cotran. Le basi patologiche delle malattie. Patologia generale ed. Elsevier
2. M. Fenelli. Tot remedia donat natura