Foto Roberto Monaldo / LaPresse
12-12-2013 Roma
Cronaca
Assemblea Fiom davanti a Palazzo Chigi
Nella foto Un momento della manifestazione

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
12-12-2013 Rome (Italy)
Demonstration organized by Fiom union
In the photo A moment of the demonstration

Non è un paese per giovani: S.O.S. lavoro

Posseggono un’istruzione maggiore rispetto alla vecchia generazione, ma faticano ad inserirsi nel mercato del lavoro: sono i giovani italiani. È quanto emerso da uno studio realizzato dall’Eurostat, secondo il quale la percentuale di occupati, nella fascia di età compresa tra 15 e i 24 anni, si attesterebbe ad un impietoso 15%. Dimensioni apocalittiche se sommiamo, a questi numeri, quei tanti giovani che, oltre a non possedere un impiego, non  seguono alcuna attività di formazione, entrando di diritto nella cosiddetta categoria dei Neet (Not in Education, Employment or Training).
E, negli ultimi anni, stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo che sta caratterizzando le dinamiche sociali del nostro Paese. C’è una nuova generazione di italiani con le valigie pronte. Non sono più di cartone,  legate con lo spago, ma contengono PC e tanta preparazione professionale ed accademica:  sono i giovani laureati e diplomati italiani che, schiacciati dal peso della congiuntura economica,  decidono di abbandonare il proprio paese in cerca di “fortuna” e benessere altrove. Anche in questo caso, i dati a nostra disposizione denotano un quadro sconcertante: secondo le ricerche condotte non più tardi di settembre 2015 dall’Istituto Tonioli, il 61% dei nostri ragazzi sarebbe disposto ad emigrare all’estero per cercare lavoro. E nove su dieci sono convinti che, ormai, lasciare la Penisola sia una necessità. Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche Australia e Nuova Zelanda, le mete più ambite.

A determinare un’insofferenza così radicata sono, soprattutto, le endemiche criticità del nostro mercato del lavoro: contratti a tempo determinato, sedicenti stage e tirocini “formativi” espongono questa generazione ad una condizione di povertà a lungo termine, aumentando, di fatto, il rischio di indigenza ed esclusione sociale cronica.

Le conseguenze si riverberano in primis sulla partecipazione alla vita sociale, culturale, politica: per questo esercito di “fantasmi”,  deporre la scheda nell’urna elettorale è percepito sempre meno come un diritto e ripongono scarsa, se non nulla, fiducia nelle istituzioni. Ma, d’altronde, è proprio ciò che auspica la tecnocrazia europea: esautorare interi popoli dal processo democratico, riuscendo, così, a governare senza alcuna “ingerenza” esterna.

A fare da corollario ad una situazione di per sé tragica vi è, poi, l’aumento esponenziale del tasso di immigrazione clandestina extraeuropea: è evidente che il nostro tessuto economico, nell’attuale congiuntura, non sia in grado di assorbire nuova manodopera “low cost” non qualificata. A sconfessare tesi e deliri propagandistici, che vorrebbero dipingere l’immigrazione come una risorsa per il nostro paese “vecchio ed in crisi di natalità”, ci pensano ancora una volta dati statistici e percentuali: i Neet, tra i giovani immigrati presenti in Italia, sfiorano il mezzo milione di unità. Non solo. Il tasso di disoccupati, nelle seconde generazioni, è maggiore del 50% rispetto ai propri coetanei europei.  I paesi del nord Europa, interessati ormai da decenni  dal fenomeno immigratorio, hanno dimostrato come quest’ultimo sia elemento fortemente destabilizzante, capace di alimentare pericolose tensioni sociali. Tra i fautori dello ”status quo” ci sono, spesso, imprenditori che richiedono manodopera per  lavori “che gli italiani non vogliono più fare”. Ma è davvero così? Prendiamo in esame, ad esempio, il comparto dell’edilizia, in cui è, ormai, difficile trovare qualche operaio che parli italiano: nei cantieri, la mediocre manodopera immigrata ha rimpiazzato la professionalità degli operai italiani, costretti a fare i conti con una diminuzione sostanziale delle opportunità lavorative. Un sistema “perverso” che ha rafforzato, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, il fenomeno del caporalato: in quest’ottica, l’immigrazione ne è naturale “combustibile”.

La verità è che siamo di fronte ad una nemesi storica. L’individuo, oggigiorno, appare soltanto come un consumatore passivo di beni effimeri ed informazioni fittizie, del tutto subalterno alle decisioni imposte, spesso in modo artificioso, da grandi lobbies e conventicole che condizionano ed orientano economia, lavoro, quotidianità, in funzione mondialista ed antinazionale. Multinazionali e grandi potentati economici, è ormai assodato, utilizzano l’immigrazione per rimuovere tutele sociali, immettendo nel mercato del lavoro ciò che Marx – ebbene sì, non voglio sconvolgere nessuno, ma il teorico della “dottrina” comunista, nel contesto odierno, sarebbe stato un fervente anti-immigrazionista – definiva “esercito industriale di riserva”, composto da individui che non posseggono alcuna “coscienza di classe”, né cognizione dei propri diritti costituzionalmente riconosciuti in ambito lavorativo. Parola d’ordine, sostituire la manodopera nostrana e spacciare tale aberrazione come “solidarietà”. Un’operazione, quella perpetrata nei paesi occidentali, tanto “astuta” quanto spietata: sopraffare la manodopera europea – ed italiana – e costringere quest’ultima a produrre a “10” ciò che un tempo produceva a “20”. Di una cosa siamo certi, la competitività, in ambito internazionale, non può essere costruita abbattendo diritti e salari (che, in ogni caso, resterebbero superiori a quelli dei Paesi meno sviluppati), ma tramite innovazione, qualità e, soprattutto, riduzione della pressione fiscale.

Intanto, in una nazione che fa del precariato un suo “fiero” cavallo di battaglia, a breve verrà messo in discussione quel “patto generazionale” su cui poggia l’intero sistema pensionistico nostrano. Il dato è chiaro: per oltre il 40% di giovani italiani il posto di lavoro rimane mera utopia. Continuiamo ad importare manodopera non qualificata, lasciamo fuggire un’intera generazione di ragazzi. La nostra “vocazione” sarà quella diventare una nuova Cina, in cui prevarrà il dogma dell’eterna crescita. In questo scenario, serviranno poche “menti” e molte “braccia”, meglio se “inconsapevoli” e sottopagate. C’è poco da discutere, se non che stiamo scivolando verso un terzo mondo in cui il potere delle élites finanziarie prenderà, sempre più, il sopravvento. Salvo “tirar fuori un nuovo Robespierre” (sic!). Si salvi chi può!