#Hashtag per non svanire? Dietro il “cancelletto”, l’inquietudine di una generazione

#Hashtag per non svanire? Dietro il “cancelletto”, l’inquietudine di una generazione

Definire cosa sia un hashtag è semplice. Spiegarne la straordinaria fortuna lo è forse meno.

Tecnicamente, l’hashtag non è altro che un’etichetta, in forma di “#” o “cancelletto”, che si antepone ad una parola o a una frase per renderla facilmente rintracciabile all’interno di un social network. Spesso, inoltre, l’hashtag è accompagnato da una foto, che ne rispecchia – o dovrebbe rispecchiarne – il significato.

Attraverso l’apposizione di uno o più hashtag, quindi, chiunque – esprimendo un proprio pensiero all’interno di una rete sociale (Facebook, Instagram, Twitter, ecc.) – può facilmente associarsi a chi, prima, ha trattato lo stesso argomento. E fin qui, potremmo dire, nulla di male o di sconvolgente.

Nella quotidianità, tuttavia, questo strumento si presta – nella stragrande maggioranza dei casi – ad usi che è persino riduttivo definire distorti.

Nel nome dell’hashtag, infatti, ogni giorno assistiamo alla costruzione – da parte dei teenager biologici o di quelli che rimangono tali anche ben dopo i “venti” – di ardite architetture sintattiche, tramite le quali vengono cristallizzate (spesso, peraltro, maldestramente o in modo assai criptico) le varie fasi della vita moderna.

La smania di condividere urbi et orbi ogni momento della propria esistenza, infatti, trova un alleato perfetto nell’hashtag.

Così, il sociologo avrà pane per i propri denti cliccando sull’hashtag #youandme: migliaia di felici coppiette sfileranno sotto i suoi occhi. Ad oggi, un milione di fotografie è così taggata su Instagram. Sempre scorrendo lo stesso social, saremo felici di scoprire che mezzo milione di studenti sta #studyhard. Ma avremo anche la conferma che il nostro è un mondo d’amore: quasi novecento milioni (900.000.000) di foto è taggata #love. I malinconici si consoleranno con i cinquantotto milioni di foto #funny. Ci sono anche due milioni e mezzo di tramonti, per gli inguaribili romanticoni. Dati “bruti”, che però fanno comprendere la rilevanza del fenomeno hashtag.

La domanda è: perché? Cosa spinge le persone a scrivere novecento milioni di volte “amore” sotto alle proprie foto? Le risposte possono essere molteplici, ma sono tutte – sotto molti aspetti – desolanti.

Anzitutto, si avverte tangibile nella società moderna l’ansia del tempo che scorre. Fotografare o descrivere un momento che susciti emozioni e fissarlo con l’hashtag, quindi, è un modo per dire – faustianamente – “fermati attimo, sei così bello!”. Si ha, dunque, l’illusione di battere il tempo sul suo stesso campo. Almeno per un po’.

Il conformismo, però, è il fattore determinante. Fotografare un bel tramonto, una località turistica rinomata, la persona con cui si intrattiene una relazione, il proprio figlio appena nato, una via sotto la pioggia, è timbrare il cartellino di un doveroso riconoscimento sociale. “Ci sono anch’io, ho anche io una famiglia, anche io faccio bei viaggi, anche io sono sensibile, e ora ve lo dimostro: accettatemi”. L’ansia da prestazione sociale spinge a tutto questo. Si aprono le porte, anzi i cancelletti, e si accede – con un sospiro di sollievo – all’arena dell’accettazione.

Nessun momento della vita dell’individuo è risparmiato da questa frenesia. Studiare, lavorare, amare, viaggiare, nascere, cenare, credere, morire. L’hashtag è un retino che cattura farfalle di tutti i colori.

Esaminando i numeri di questo fenomeno, che è ormai attitudine sociale generalizzata, discende inevitabilmente un’altra domanda, che può sembrare amara, provocatoria, “sbagliata”. Eppure si pone. Ha ancora senso fare qualcosa all’insaputa di tutti? L’amore del singolo, il sacrifico del singolo, l’emozione del singolo? Si dimentica che il valore delle azioni umane non dipende dal numero di like che le sottolineano, ma dalla loro intrinseca statura. Si dimentica, per la paura di restare soli, che camminare nel bosco in una giornata di neve può renderci felici anche senza dirlo a nessuno. Il cugino di nostra zia non vedrà #feelthesnow sul proprio smartphone, ma noi avremo sentito più viva la terra sotto di noi, e più aspro il vento. Senza cancelletti che ci sbarrino la Via.