Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero

Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero

花見, Hanami, o letteralmente “ammirare i fiori”, un’usanza tipica del Giappone che consiste nel contemplare la bellezza primaverile degli alberi in fioritura. Tra tutti i fiori, quel che viene più apprezzato è certamente il fiore di ciliegio. In Giappone, il ciliegio germoglia nel periodo dell’equinozio di primavera ed è il primo albero a fiorire quando tutte le altre specie ancora dormono nel sonno invernale. I fiori di ciliegio (, sakura) annunciano, perciò, che il periodo di rinnovamento, di ascesa, di rinascita, è iniziato dopo la “morte” della fredda stagione. Un simbolo di vitalità, di forza e di giovinezza, dunque. Eppure, una volta sbocciato e raggiunta la sua forma finale, basta una lieve brezza perché il sakura si stacchi dal gambo, per poi disperdersi leggermente a terra. Allora il simbolo del fiore di ciliegio diviene anche un simbolo di contraddizione, di inquietudine: mentre lo si osserva sbocciare nella sua bellezza, si possiede già una malinconica consapevolezza che il fiore è qualcosa di caduco, di effimero, che presto morirà. 

Non è difficile comprendere la ricchezza di significati e l’alto valore racchiuso in quel roseo fiore (1). I Samurai furono facilitati nel vedere nel sakura un perfetto riflesso di se stessi, una “sintesi idilliaca” del Bushidō, la Via del guerriero. Il celebre verso nipponico  花は桜木人は武士 (tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero), testimonia proprio il parallelismo costruito intorno a quest’ultimo precetto: come tra tutti i fiori il migliore è il ciliegio, perché in esso è contenuto un aristocratico insegnamento, così tra tutti gli uomini il migliore è il guerriero, poiché esso, seguendo l’esempio del sakura, cresce meraviglioso e cade con dignità (2).

Entrando più nel profondo, occorre sapere che il fiore possiede cinque petali. Il cinque è il numero che simbolicamente raffigura l’uomo. In più, il sakura è un fiore che possiede l’idea di unicità, di purezza, di candido, di onesto e anche di coraggioso. Allo stesso tempo, però, basta un temporale inatteso – come una battaglia improvvisa – affinché il fiore sbocciato così grandiosamente muoia. Nella purezza e nell’unicità è racchiusa la mente tranquilla e stoica del Samurai, pronto a qualsiasi azione, anche a quelle che richiedono un particolare coraggio: come gli acquazzoni arrivano di sorpresa, così un Samurai deve in qualsiasi momento essere pronto alla più estrema delle prove, ovvero la morte. Inoltre, essendo il ciliegio il primo fiore a germogliare quando tutti gli altri alberi ancora sono spogli, il Samurai è il primo ad agire, l’avanguardia (principio dello , Yu, l’eroico coraggio) (3), ma questi è anche il primo a cadere a terra con un colpo inferto dal nemico. 

La costante presenza della morte, della caducità, rende fisso nei pensieri il fondamentale concetto dell’impermanenza delle cose: occorre sì riconoscere la vita in qualsiasi cosa, dai germogli dei fiori a una roccia, ad una civiltà, fino ai propri sentimenti e preoccupazioni. Se, però, ogni ente possiede una vita, allora esso nascerà, ma anche si dissolverà. Un precetto simile è paragonabile all’eracliteo τα πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός, “tutto scorre come un fiume”. I fiori di ciliegio, allora, assurgono ad una sintesi della presente meditazione: la vita è qualcosa di meraviglioso e prezioso, ma allo stesso tempo “basta una folata di vento” perché si disperda. Questo dovrebbe evidenziare in maniera estrema il valore della vita, come qualcosa di fragile, di caduco, dove tutto può essere immediatamente perduto.

In questo ultimo punto, si entra nel nocciolo della questione. Si vive in un mondo dove è “vietato invecchiare”, dove tutto ciò che riguarda la sofferenza, il pericolo viene scansato, rimandato, oscurato e il solo parlare di “morte” fa rabbrividire. Al contrario, i Samurai intesero come tutte le paure umane si riconducano ad una principale, la più grande: la paura della morte. Dunque, prendendo ad esempio l’Hanami, l’osservare i fiori germogliare per poi vederli cadere, entravano in una sorta di serena “contemplazione della morte”, che ebbe proprio il fine di misurare se stessi e la propria stabilità interiore. Qui, il momento della battaglia diviene una estrema sfida che si da a sé stessi, come per verificare di saper controllare o meno i propri affanni, il proprio terrore, scendendo in campo con spirito fermo e paradossalmente “pacifico”. Ciò viene accortamente illustrato nell’Hagakure: “Ho scoperto che la via del samurai è la morte. Quando sopraggiunge una crisi, davanti al dilemma tra vita o morte, è necessario scegliere subito la seconda. Non è difficile: basta semplicemente armarsi di coraggio e agire. (…) Noi tutti amiamo la vita ed è naturale che troviamo sempre delle buone ragioni per continuare a vivere. Colui che decide di farlo (…) incorre nel disprezzo ed è al tempo stesso un vigliacco e un perdente. Chi muore senza portare a termine la sua missione muore da fanatico, in modo vano, ma non disonorevole. Questa è infatti la Via del samurai. L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Quando un samurai è sempre pronto a morire, padroneggia la Via”. Essi quindi si sforzavano di comprendere di vivere ogni giorno come fosse l’ultimo (4), in una visione calma nel pensiero, priva di sgomento, la quale non dovrebbe modificare alcuna cosa nel proprio agire quotidiano. Questa pratica ascetica rimase in piedi sino alla seconda guerra mondiale, con l’esempio dei kamikaze (5). Essi, a bordo delle portaerei, sapevano bene che sarebbero stati chiamati a compiere l’estremo sacrificio in qualsiasi momento. Tuttavia questo non li distraeva dalle faccende della vita ordinaria e militare, e ciò avveniva anche per diversi mesi.  

Raggiungendo questa consapevolezza, ci si distaccava da tutte le preoccupazioni profane, o più in generale si cercava di oltrepassare un limite interno laddove non si dia più importanza al rimanere o no in vita, cosicché, partendo da tale punto, si viva in maniera ideale, quasi in un’ebbrezza consapevole, libera dai vincoli e dalle paralisi della paura della morte (“padroneggia la Via”). Una volta superata la paura della morte, infatti, ogni prova dell’esistenza appare di conseguenza di minore fatica o pericolo. 

In conclusione, si è visto come la bellezza e la caducità del fiore di ciliegio riporti perfettamente i motivi della tradizione guerriera samuraica. Gli antichi guerrieri della tradizione giapponese vissero in un complesso universo di figure e valori che sono tra loro in apparente contraddizione: petali e sangue, gioia e inquietudine, delicatezza e violenza, poesia e guerra; un’assenza di dualità che spinge l’esistenza all’agire, al coraggio e alla morte. Così come un fiore di ciliegio, il quale non trova compimento nel finir di sbocciare, ma oltre, nel suo calarsi candidamente a terra.

Note

(1)  A tal punto che i fiori di ciliegio sono un emblema del Giappone.

(2) Dunque i Samurai vedevano riflessi nel simbolo del fiore di ciliegio se stessi investiti della propria armatura, che appunto spesso riportava temi di fiori di ciliegio.

(3) “Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte”. Da http://www.cultorweb.com/Samurai/Bushido.html

(4) Ancora un’aforisma esplicativo dall’Hagakure: “Ogni giorno, quando nulla turba la nostra mente e il nostro corpo, dobbiamo immaginare con tranquillità la nostra fine: trafitti da frecce, proiettili e lance, toccati dalla spada, inghiottiti da onde impetuose, divorati dalle fiamme in un incendio immenso, folgorati da un fulmine, travolti dal terremoto, precipitati in un abisso senza fine, vittime della malattia o di una morte improvvisa. Dobbiamo iniziare la giornata pensando alla morte. Come diceva un anziano:“Quando lasci la tua casa, entri nel regno dei morti; quando varchi il tuo cancello, vai incontro al nemico”. Questa massima non raccomanda la prudenza, ma la ferma risoluzione a morire”. Ciò non è estraneo neppure ad una certa ottica cristiana.

(5) La parola deriva dai guerrieri giapponesi della seconda guerra mondiale, i quali furono qualcosa di estremamente più nobile sia del terrorista islamico che si fa esplodere di sorpresa in mezzo ai civili, sia dell’abuso giornalistico del termine.