DDL Cirinnà: il “matrimonio” omosessuale è servito

Per comprendere la gravità della promulgazione di leggi come quella proposta dalla senatrice del PD Monica Cirinnà, nota come DDL Cirinnà (1) – la quale ha come oggetto il riconoscimento di nuovi istituti giuridici, analoghi a quello del matrimonio – bisogna aver ben presente il valore della famiglia e la sua natura, nonché la rilevanza sociale dell’indissolubilità (2) del vincolo matrimoniale.

Sul piano legislativo, l’attacco alla famiglia risale alla prima metà degli anni settanta del XX secolo. In particolare, si ricorda l’anno di introduzione della legge sul divorzio, il 1970, e il referendum abrogativo – votato nel 1974 –, l’esito del quale fu la vittoria del fronte del NO all’abrogazione di tale legge e la sconfitta dei sostenitori del SI: tra i partiti, per il SI si schierarono le segreterie della DC e del MSI, per il NO quelle di tutti gli altri.

Sul piano del costume, invece, l’attacco alla famiglia viene da più lontano. Del resto si sa che i modelli culturali e comportamentali preparano l’avvento delle leggi.

In regime di democrazia, infatti, il percorso solitamente seguito dalle forze al servizio della Sovversione è questo:

  • Una esigua minoranza, un’avanguardia sovversiva, lancia e propone un nuovo modello comportamentale (inizialmente, ignorato o deriso dai più);
  • Poi – col favore di potenti mezzi di diffusione e con il colpevole silenzio, o la debole reazione, della parte sana della società –, il nuovo modello si diffonde e diventa costume, ovvero abitudine comportamentale gradita o, comunque, non esplicitamente respinta da un sempre maggior numero di persone;
  • Una volta divenuto costume consolidato (tale non perché praticato o accettato dalla maggioranza delle persone, ma in quanto tenacemente sostenuto e propagandato dai suoi sostenitori, nel frattempo cresciuti di numero, soprattutto negli ambienti capaci di condizionare psicologicamente la popolazione), grazie soprattutto ai potenti mezzi di cui dispone la Sovversione – compito dei quali è quello di far credere alla parte sana e refrattaria della nazione, di essere ormai diventata minoranza arretrata ed oscurantista – il nuovo modello è pronto a trasformarsi in legge dello Stato. Ovviamente, attraverso la via parlamentare e grazie al compiacente servizio di quei parlamentari desiderosi di non deludere i poteri che fruiscono dei vantaggi loro offerti dalla moderna democrazia.   

Il DDL Cirinnà ha lo scopo di introdurre nella legislazione italiana una sorta di surrogato del matrimonio omosessuale – che passerebbe col nome di “Unione civile” – ed anche di decretare il riconoscimento giuridico delle cosiddette “coppie di fatto”, che passerebbe col nome di “Convivenze di fatto”.

In entrambi i casi, si tratta sostanzialmente di scimmiottature del matrimonio, il cui effetto sarà sicuramente quello di indebolire ulteriormente il matrimonio, la famiglia naturale e di conseguenza la società, nonché contribuire al radicamento dell’idea che non esista alcun ordine naturale a segnare il limite morale dell’azione umana (del resto, da questo punto di vista, vi sono le leggi sul divorzio e sull’aborto a costituire un precedente di estrema gravità).

Perché affermiamo questo? Innanzitutto, perché le leggi dello Stato svolgono anche una funzione pedagogica. Infatti, se è vero quanto sopra sostenuto a proposito della dinamica che caratterizza l’approdo a certe leggi – ossia la legge quale esito di un percorso iniziato sul piano culturale e del costume sociale – è altrettanto vero che la promulgazione di una legge ha la capacità di spingere le persone a pensare che quanto garantito da una legge dello Stato sia buono e, dunque, accettabile (3). Inoltre, se lo Stato riconosce altre forme di convivenza da tutelare al pari del matrimonio, sul quale si fonda la famiglia, significa che riconosce anche a queste altre forme (surrogati del matrimonio) la possibilità di costituire una famiglia; da qui l’indebolimento ulteriore della famiglia naturale (e della società, che si basa sull’unione di più famiglie), la quale, per adempiere pienamente alla sua funzione, deve fondarsi sul rispetto dell’ordine naturale, sulla stabilità e l’indissolubilità del rapporto coniugale: requisiti che né le “Unioni civili”, né le “Convivenze di fatto”  posseggono (4).

Inoltre, l’introduzione nell’ordine legislativo dello Stato di questi due nuovi istituti, impegnerebbe risorse economiche e finanziarie che potrebbero, invece, essere destinate al sostegno della famiglia naturale (cellula base della società), favorendone la formazione di nuove su cui investire per il futuro del popolo italiano, altrimenti destinato all’estinzione (la denatalità è un fatto che le statistiche denunciano implacabilmente) (5).

Secondo la propaganda governativa, però, quello che si sta tentando di introdurre con il DDL Cirinnà non sarebbe né il matrimonio omosessuale e nemmeno la possibilità di adottare bambini da parte delle coppie omosessuali. Menzogna clamorosa!

Nel 2014 il “padre spirituale” di questa legge, l’On. Scalfarotto (quello della legge contro la cosiddetta “omofobia”), nel corso di un’intervista concessa a Repubblica, dichiarò: “l’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di Realpolitik”. Mentre circa un mese fa, precisamente il 28 dicembre 2015, sul Corriere della Sera, la responsabile del “Welfare e terzo settore” del Pd, Micaela Campana, ha sostenuto che “Il Pd, appena dopo l’approvazione delle unioni civili, non può che incamminarsi sulla strada dei matrimoni gay”. 

Altro aspetto inquietante di questo DDL è quello rappresentato dalla cosiddetta “stepchild adoption”, formula anglosassone che significa “adozione del figliastro”, ovvero la possibilità da parte di una persona omosessuale, che si trovi in regime di “unione civile”, di adottare il figlio naturale o adottivo del proprio partner. In pratica, si tratta di dare il via libera alla adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali, anche attraverso l’immorale pratica dell’”utero in affitto”.

La polemica intorno al DDL Cirinnà e, più in generale, alle iniziative volte a sostenere per via legislativa le istanze omosessualiste e genderiste ancora una volta mette in luce la fondamentale importanza della questione etica, la quale non consiste – come qualcuno erroneamente pensa e sostiene – nel comportarsi bene secondo i cangianti canoni del progressistico “politicamente corretto”, bensì nel dovere di conformarsi alla morale naturale e cristiana, la quale è fondata sulla oggettività della natura umana. Giova, dunque, ricordare il monito che deriva dall’insegnamento della saggezza classica: dal momento che la politica è etica sociale, chi sbaglia etica sbaglia politica.

Infine, occorre denunciare come l’introduzione nelle legislazioni degli Stati europei di leggi contrarie alla morale naturale e cristiana sia esplicitamente caldeggiata e sostenuta (si potrebbe dire, quasi imposta) dalla UE attraverso i suoi organi. Non è un caso, infatti, che in Grecia – nazione massacrata dalle regole imposte dalla UE e bisognosa di provvedimenti volti a liberarla dal giogo usuraio e ridare prosperità al proprio popolo – il governo di sinistra radicale guidato da Tsipras (ma col centro-destra o col centro-sinistra sarebbe stata la stessa cosa) abbia introdotto nella propria legislazione il riconoscimento delle coppie omosessuali, evidente effetto di un ricatto. Non è troppo fantasioso, a questo riguardo, immaginare una ramanzina, da parte della UE, di questo tipo: “Hai fatto i capricci, ti sei sfogato, hai fatto un po’ di teatro di fronte al mondo? Bene, ora se vuoi sopravvivere, lo devi fare alle nostre condizioni: tra queste quella di riconoscere giuridicamente le unioni tra omosessuali”. Anche se occorre riconoscere che non deve essere stato particolarmente impegnativo convincere la sinistra in tal senso, vista la sua naturale predisposizione a percorrere le vie della dissoluzione.

Note

  1. Atto del Senato n° 14, Disegno Di Legge per la disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili.
  2. Per quanto possa sembrare poco realistico parlare oggi di indissolubilità del vincolo matrimoniale, occorre fare lo sforzo di andare controcorrente e riconoscere che la vera stabilità del rapporto matrimoniale – e, di conseguenza, della famiglia e della società – si fonda proprio sul concetto di indissolubilità e di fedeltà; ciò significa assumere di fronte a Dio, a se stessi, al coniuge ed alla comunità l’impegno di formare una famiglia fondata su di un matrimonio che duri sino a che morte non separi. Resta inteso che la possibilità della separazione dei coniugi è da prevedere, nel caso in cui vi sia qualche oggettivo e grave impedimento alla normale vita in regime coniugale. Separazione che non significa divorzio, ossia scioglimento definitivo del matrimonio con possibilità di contrarne altri (il plurale è d’obbligo, visto che non vi è limite al numero di volte che una persona può divorziare), bensì cessazione della convivenza (per un limite di tempo indefinito), ma permanenza dello stato coniugale. Il codice di diritto canonico della Chiesa, per alcuni e ben definiti casi, prevede l’annullamento del matrimonio, con la conseguente possibilità da parte dei soggetti coinvolti di convolare a nozze con altra persona.
  3. Cosa per niente vera, in quanto l’esperienza dimostra che quanto ammesso come lecito e garantito da una legge dello Stato non è affatto detto che sia giusto e moralmente accettabile. In tal senso, il caso dell’aborto – ammesso dalla Legge 194 del nostro ordinamento giuridico – è eloquente: pratica immorale e contraria al bene comune, ma garantita da una legge dello Stato.  
  4. Le “Unioni civili”, che riguardano le coppie omosessuali, sono contro-natura e dunque contrarie all’ordine naturale; le “Convivenze di fatto”, che di norma riguardano coppie formate da persone che hanno scelto di non legarsi stabilmente col vincolo del matrimonio, sono il frutto del rifiuto di assumere pubblicamente l’impegno alla stabilità del rapporto.
  5. “In alcuni decenni i figli di immigrati supereranno il numero dei figli di autoctoni. Allo stato delle cose ciò è previsto in molte zone d’Italia intorno al 2050. La cosiddetta “italianità” sarà solo un ricordo. Il Paese è avviato a diventare multietnico e multiculturale in modo radicale.” (Brano tratto da Il cambiamento demografico, Editori Laterza 2011, p.174.  A cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana. Prefazione di Camillo Ruini).