Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 28-01-2015 Cronaca - Roma - Approvazione del registro delle unioni civili. Nella foto
Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 28-01-2015 Politics - Rome - Approval of the civil unions registry. In the pic

Dal diritto obiettivo al diritto sentimentale

Non è solo una deriva etica quella che ha portato alla recente comparsa del DDL Cirinnà. Lasciamo pure da parte le questioni morali e rimaniamo su un piano squisitamente giuridico e logico-giuridico.

Le norme sulle unioni civili e sulle coppie di fatto sono uno stravolgimento del diritto, della sua funzione e della sua intima logica.

E’ asservimento della legge, della norma, ad una categoria che sempre le era rimasta estranea o marginale, ossia quella del sentimento, della motivazione personale, della ragione intima.

Il diritto, quello che noi conosciamo, quello della tradizione di Roma Antica e che tutt’oggi di quel passato ha conservato molti istituti e soprattutto la sua struttura logica, fu creato per regolare i rapporti sociali, per risolvere i problemi del commercio, dei contratti. Non aveva pretese moralistiche; non che respingesse la morale, anzi, ma prescindeva da ciò che superava il naturale riconoscimento del senso di giustizia, perché il pragmatismo dei Romani lo rendeva concreto ed ancorato alle cose reali. Ars boni et aequi, scienza di ciò che è giusto e conveniente, senza interferenze ideologiche. E così è sempre stato da allora, perlomeno nel quadro dei rapporti regolati dal diritto privato.

Gli esempi valgono più di mille teorie. La norma che regola per esempio l’acquisto di una casa, secondo il diritto civile, prescinde dalle ragioni, dai motivi personali che determinano il compratore; ciò che è importante è la sua manifestazione di volontà, esteriorizzata da una firma su un atto notarile, il resto è indifferente per il diritto. Ciò che conta è la funzione che il contratto assolve e ciò che produce nel quadro della società e dei rapporti sociali.

Anche il matrimonio ubbidisce alla stessa logica. La legge non pone la condizione dell’amore fra i coniugi e prescinde dai sentimenti che provano e dai motivi che li determinano a quella scelta. E’ ovvio che i motivi esistono, come in tutti gli atti della vita, ma per il diritto sono indifferenti; ciò che conta, anche qui, è la funzione che quell’istituto va a svolgere nella vita sociale, in questo caso quello di favorire le condizioni per una crescita naturale e ordinata di una micro-società capace anche di creare, accogliere ed educare le nuove generazioni, indispensabili al mantenimento della più ampia società umana.

E’ il concetto di “causa” in senso giuridico, ossia la funzione socio-economica che quel contratto, quell’istituto, quel negozio (nec-otium, dunque attività giuridicamente rilevante), andranno a svolgere nella comunità umana e nei suoi variegati rapporti interni e che il diritto, in quanto emanazione del potere statuale, deve garantire e regolare; un concetto che si contrappone in maniera chiara al “motivo”, che rimane nel campo della sfera personale e che non ha, in quanto tale, dirette ricadute nel quadro dei fenomeni sociali.

E’ pure evidente che il diritto deve tener conto dei cambiamenti che si producono nella società, proprio per la sua funzione di regolare i rapporti e le esigenze che via via nascono, ma non può al tempo stesso abdicare al criterio della sua funzionalità obiettiva. Che nella società esistano sempre più nuclei di convivenza diversi dalla famiglia naturale è un dato di fatto che il diritto deve considerare; non facendolo abdicherebbe al proprio ruolo. Ma il suo compito non è indugiare sui motivi di queste nuove scelte, cosa che appartiene, caso mai, alla sociologia, ma di provvedere in funzione delle necessità – d’ordine economico, pratico, etc… – che questo nuovo dato sociale implica.

Che due o anche più persone decidano di convivere e seguire un percorso di vita in comune perché fra loro legate da un sentimento d’amore o di semplice amicizia, di parentela, di convenienza o di comunanza d’interessi è cosa che non compete al diritto valutare – né più né meno di quanto competa al legislatore o al giudice stabilire il motivo per cui io vendo una mia proprietà o stipulo un contratto qualsiasi – il suo scopo essendo quello di regolare i relativi rapporti nel contesto socio-giuridico.

Nel momento in cui la legge, al contrario, valuta la motivazione personale, centrando su di essa il proprio interesse, modellandovi la norma, mettendola al servizio della causale soggettiva, compie un vero e proprio atto di auto-corruzione; tradisce la sua ragion d’essere, diventa ideologica, si fa di parte e compie il primo passo di una sua progressiva destrutturazione logica.

Avrebbe senso, a mo’ d’esempio, che la legge trattasse diversamente un matrimonio determinato dall’interesse piuttosto che dall’attrazione fisica o dalla stima delle reciproche virtù? O un contratto di compravendita motivato dalla necessità di denaro, piuttosto che da una volontà di investimento o da un intento speculativo? A parte l’impossibilità d’indagare seriamente le motivazioni psicologiche, la funzione obiettiva, a-ideologica, a-moralistica del diritto renderebbe inutili, superflue, prive di senso e di significato simili ricerche.

Lo speciale trattamento giuridico che il diritto – fin dai tempi di Roma antica – ha riservato all’istituto matrimoniale si spiega, quindi, non già in ragione delle motivazioni dei coniugi o dei sentimenti che li legano, bensì delle conseguenze che quell’unione, quel legame hanno nel quadro sociale, in particolare riguardo alla creazione della vita e alla successiva cura ed educazione dei figli. A chi obietta che nel matrimonio non è obbligatoria la nascita di figli, è facile rispondere che l’eccezione non fa venir meno la regola. A chi obietta che i figli possono nascere anche al di fuori del matrimonio, è facile rispondere che la legge provvede anche alla loro tutela e che comunque ciò non fa venir meno la particolare funzione che il matrimonio – civile o naturale – assolve.

Quale “causa” – in senso giuridico, intesa come funzione socio-economica – legittima l’adozione d’uno speciale statuto equiparato a quello matrimoniale, in assenza della ragione obiettiva e principale della creazione della vita e dell’educazione dei figli?

Quale giustificazione, fondata sul buon senso e su un criterio comune di giustizia, può fondare la sussistenza di privilegi (in tema di diritti successori, di reversibilità della pensione, di assegnazioni riservate ai nuclei familiari) sulla sola base dell’esistenza d’un rapporto sentimentale, rispetto ad altri tipi di rapporto, non meno meritevoli di considerazione e tutela, come per esempio un rapporto d’amicizia, di comune interesse economico o addirittura di parentela, quest’ultimo specificamente escluso (proprio nella logica dell’astrusa rilevanza del vincolo sentimentale/sessuale).

Forse che un progetto di vita in comune – nella misura in cui può essere di rilievo, nel quadro di un interesse sociale – non può valere fra due amici, due fratelli, due persone interessate a condividere le spese del ménage senza essere attratti fisicamente? La “specifica formazione sociale” che la coppia omosessuale (definita “Unione civile”) costituirebbe – secondo la ridicola espressione del disegno di legge Cirinnà, una specie di frittura del nulla – e che dunque fonderebbe l’altrettanto specifico affanno di previsione d’una normativa ad hoc è l’unica “specifica formazione sociale” degna di previsione e tutela?

La stessa fattispecie del contratto di convivenza e i diritti che ne derivano, previsti nella seconda parte del disegno di legge – i quali, tenendo conto dell’attuale concreto panorama sociale ed abitativo, hanno, al contrario dell’unione civile, una loro logica –, sono vincolati ad una situazione affettiva, come è espressamente indicato e come si evince dall’essere il contratto riservato ad una coppia, con specifica esclusione dei rapporti di parentela. Anche qui, valgono le stesse obiezioni precedenti. Anche qui ci ritroviamo, come conseguenza dell’ignoranza giuridica e dello sviamento del diritto, davanti a situazioni di manifesta ingiustizia, dove l’applicazione delle regole finisce per dipendere dalle motivazioni soggettive.

Una vero e proprio pastrocchio legislativo, frutto dell’incompetenza e dell’anarchia interiore della nostra classe dirigente, parlamentare in primis.