Intervista a Paolo Jafar Rada

Intervista a Paolo Jafar Rada

E’ possibile essere musulmani, vivere in Italia e, nel contempo, sfuggire completamente ai canoni in cui il mainstream mediatico vorrebbe incanalare la tua visione della delicata situazione dei rapporti tra Europa e Islam? Parlando con Paolo Jafar Rada, musulmano sciita, residente a Lovere, in provincia di Bergamo, a pochi metri dalla splendida cornice del lago d’Iseo, si può intuire che è possibile. Direttore del dipartimento Studi Storici del Centro Studi Internazionale “Dimore della Sapienza”, Paolo ha recentemente ha preso parte a Milano all’edizione 2015 del forum annuale “Il mondo verso un futuro multipolare”, e risponde volentieri alle nostre domande sull’Islam, sulle peculiarità della sua (nettamente minoritaria) parte sciita, sull’immigrazione, anche e soprattutto islamica, che sta sommergendo l’Europa e rischiando di minare alla base il Trattato di Schengen.

D: Lei premette di parlare a titolo personale, e di essere solamente “vicino”, senza farne parte, all’associazione islamica sciita Imam Mahdi. Iniziamo dal nome di questa associazione con cui collabora, chi è il Mahdi, a chi si fa riferimento?

R: Il Mahdi, per noi sciiti, è il dodicesimo discendente del Profeta Muhammad (Maometto). I 12 discendenti del Profeta, tramite la figlia Fatima e suo marito Alì, il quale era anche cugino del Profeta, vengono designati da noi sciiti con l’appellativo di Imam. Il Mahdi è, dunque, il 12° Imam: gli Imam hanno il ruolo di “Corano vivente”, a loro spetta svelare i significati occulti e palesi del Corano, di iniziare i fedeli alle verità esoteriche presenti nel libro Sacro stesso. Ogni versetto coranico ha un’apparenza esteriore (zahir) e un significato interiore (batin).Gli Imam, naturalmente, hanno anche il compito di guidare a livello sia sociale che politico la comunità stessa, così come sancito da Dio. Il Profeta Muhammad nominerà Alì quale suo  successore (waly) nel suo ultimo anno di vita nella località di Ghadir Khumm, di fronte a 70000 fedeli, ma purtroppo la nascente comunità islamica, una volta morto il Profeta, designò quale guida della comunità Abu Bakr. Per tornare alla domanda che mi hai fatto, il Mahdi si è occultato nel 941 d.c. e riapparirà alla fine dei tempi assieme a Gesù, per colmare la terra di giustizia e di armonia. Il Mahdi è presente anche ora, ma è possibile solo a coloro i quali raggiungono vette spirituali altissime avere un contatto con lui. Ogni sciita, potenzialmente, è in contatto con il Mahdi. Ogni sciita invoca la protezione del Mahdi, sperando sempre di poter avere una visione uditiva o visiva del Mahdi stesso. Possiamo dire che il Mahdi è l’effluvio divino su questa terra. Senza questa presenza, la terra scomparirebbe all’istante, non potendo immaginare il nostro mondo senza la presenza di Dio. E’ interessante notare che il padre del Mahdi fu l’11esimo imam (Hasan al Askari), mentre la madre fu la principessa bizantina Nargiso, discendente di Simon Pietro (San Pietro).

D: Lei è musulmano di fede sciita, una minoranza in un mondo islamico popolato al 90% da sunniti. Lasciando da parte le questioni puramente teologiche, quali sono le differenze politiche più nette tra queste due correnti?

R: A livello politico, secondo me, la differenza principale è che il mondo sciita non vede nei non musulmani degli infedeli da convertire. Non vi è questa volontà di conquista dei territori e delle menti altrui, che è invece parte integrante dell’Islam politico di matrice sunnita. Durante il periodo dei 3 califfi sunniti, Abu Bakr, Omar e Uthman, i quali usurparono la guida della comunità, una volta morto il Profeta Muhammad, in un periodo contrassegnato da guerre scatenate da costoro contro i popoli vicini, l’Imam Alì, non partecipò a nessuna di queste guerre, ma rimase ad insegnare le scienze islamiche e a creare attorno a sé un nucleo di veri musulmani. Esplicò, dunque, la funzione di “Corano vivente” ed una volta che riuscì, a circa 30 anni dalla morte del Profeta stesso, ad assurgere alla guida della comunità islamica, mai fece guerre onde voler convertire popolazioni o conquistare territori. Arrivando  a tempi più recenti, il fondatore della Repubblica islamica dell’Iran, l’imam Khomeyni (naturalmente non si tratta di uno dei 12 imam di cui parlavamo prima: qui Imam è un titolo che vuol significare “guida”), dividerà il mondo in oppressi e oppressori, non più in musulmani e miscredenti, e si scaglierà contro quello che chiamerà l’Islam americano, ovvero l’Islam di coloro i quali assolvono a tutti i precetti islamici (preghiere, ramadan, etc.), ma si disinteressano del fatto che la propria nazione sia occupata spiritualmente e politicamente e sia sfruttata economicamente dalle potenze plutocratiche. L’Islam sciita, dunque, memore del messaggio del terzo Imam (Husayn), che verrà massacrato a Kerbala nel 680 d.c. dalle truppe del califfo ommayade Yazid, è un Islam che si batte contro qualsiasi potere oppressivo e illegittimo, sia esso musulmano o meno. Una delle più belle frasi dello stesso imam Husayn è la seguente: “Se non volete essere musulmani, siate almeno uomini liberi”. Non è un caso che oggi in Siria gli sciiti siano alleati dei cristiani. L’alleanza fra una grande potenza ortodossa (la Russia) e una grande potenza sciita (l’Iran) è un qualcosa che deve fare riflettere in questa fine dei tempi.

D: Il contrasto tra sunniti e sciiti pare acuirsi sempre di più, con lo scontro tra Iran e Arabia Saudita, seguito alla decapitazione dell’imam Nimr al-Nimr. Ritiene che sussista il rischio di un’escalation o tutto si fermerà a parole, per quanto dure?

R: Penso che, come sta avvenendo, i toni si smorzeranno, anche se sicuramente l’Arabia Saudita cercherà di far di tutto per tenere alta la tensione e impelagare l’Iran in varie contese sia militari che diplomatiche, stante anche il fatto che la politica ufficiale della Repubblica Islamica dell’Iran si basa sull’unità dei musulmani, siano essi sciiti o sunniti. Dunque, l’Iran stesso non ha nessun interesse ad inasprire i toni contro l’Arabia Saudita, la quale è uno dei principali stati sunniti, sebbene l’Iran distingua sempre il wahhabismo (il tipo di Islam sunnita professato in Arabia Saudita) dal sunnismo praticato dagli altri musulmani. Da musulmano sciita europeo dico che purtroppo il 90% delle moschee sunnite che vi sono in Europa sono finanziate dall’Arabia Saudita e dagli altri stati del Golfo Persico, i quali professano il wahhabismo e cercano di far si che i musulmani immigrati o convertiti presenti in Europa aderiscano alla loro ideologia. L’Arabia Saudita tenta – ed è in questo in competizione con la Turchia – di ottenere l’egemonia del mondo islamico sunnita. Ergendosi a stato difensore dell’ortodossia musulmana contro gli eretici sciiti e contro i persiani (Iran) – i quali, non dimentichiamolo, non sono arabi, ma sono indoeuropei – l’Arabia Saudita tenta di compattare attorno a sé tutto il mondo sunnita.

D: Erano anni che l’Arabia Saudita non compiva esecuzioni di massa (alcuni sostengono che non avvenisse dal Sequestro della Grande Moschea, nel 1979). Come mai proprio adesso ha ricominciato? Ha voluto dare un segnale?

R: Penso che Arabia Saudita e Israele abbiano il terrore che l’Iran si possa avvicinare agli Stati Uniti d’America o che comunque esca dall’isolamento a cui è stato sottoposto dall’Europa e dagli Stati Uniti. L’Arabia Saudita sa benissimo, comunque, che in caso di scontro serio (magari una piccola contesa militare) contro l’Iran, gli Stati Uniti si schiererebbero sicuramente al fianco dell’Arabia Saudita stessa. Attraverso l’assassinio dello sheyck Al Nimr, i sauditi han cercato di far cadere l’Iran in trappola, sperando che, di fronte a una repressione violenta contro i sunniti presenti in Iran o addirittura di fronte ad una azione militare dell’Iran contro l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti interrompessero il cammino di avvicinamento diplomatico verso l’Iran. Sappiamo comunque chi sono gli Stati Uniti e sappiamo dunque che il loro avvicinamento all’Iran non è dettato da buone intenzioni o buoni propositi, ma ha, secondo me, lo scopo di allontanare l’Iran dall’alleanza con la Russia, dall’alleanza con la Siria, dal sostegno attivo ad Hezbollah e alla resistenza palestinese. Facendo leva sulla possibilità di migliorare l’economia attraverso la fine dell’embargo, gli Stati Uniti vorrebbero far sì che l’Iran si avvicini, per diventare poi simile a quelle nazioni che vengono chiamate “musulmane moderate” e che l’Imam Khomeyni chiamerebbe “musulmane americane”. Scopo degli Stati Uniti è quello di far si che l’Iran professi pure lo sciismo, ma dimentichi la politica estera…

D: Quali sono i rapporti dell’associazione Imam Mahdi con le altre associazioni di confessione sunnita presenti in Italia, ad esempio con l’UCOII, a Milano rappresentata da David Piccardo e da molti accusata di essere finanziata dal Qatar e dai Fratelli Musulmani?

R: Come dicevo all’inizio, parlo a titolo personale. Penso, comunque, che i rapporti fra l’associazione Imam Mahdi e l’Ucoii si possano considerare di “buon vicinato”.

D:  Dati alla mano, il terrorismo di matrice islamista negli ultimi decenni è quasi sempre stato legato a interpretazioni estremiste del sunnismo (salafismo, wahhabismo). Tuttavia, solo recentemente il più grande paese sciita del mondo, l’Iran, è stato riammesso nella comunità internazionale, e tuttora Hezbollah in Libano è considerata un’organizzazione terroristica da USA, Israele e Canada e il governo di Assad un regime dittatoriale in Siria. Ci sono degli interessi verso questo ostracismo internazionale contro la minoranza sciita?

R: Come dicevo in precedenza, vi è il tentativo da parte degli Stati Uniti di rompere l’alleanza che vi è fra l’Iran e la Russia e di far si che l’Iran, una volta ammesso nella cosiddetta  “comunità internazionale” – la quale, in ogni caso, non è altro che gli Stati Uniti stessi e i loro alleati -, smetta di appoggiare quei movimenti o quegli stati che si oppongono, seppure con differenti modalità, all’egemonia statunitense e sionista sul globo. Il tentativo è questo e si inquadra nel piano più ampio di isolare la Russia. Si cerca di far si che che l’Iran ammorbidisca le sue posizioni in cambio di nuovi rapporti economico-commerciali e che, inoltre, non metta più in discussione – come fatto precedentemente dal Presidente iraniano Ahmadinejad -i dogmi ideologici dell’Occidente (democrazia, diritti umani, etc.) o le verità ufficiali e incontestabili riguardanti la seconda guerra mondiale. Il tentativo occidentale è quello di  di deideologizzare la Repubblica Islamica, rompere l’alleanza fra Iran e Russia e interrompere l’aiuto attivo che l’Iran dà a quegli stati o a quei movimenti che possiamo definire antimondialisti o antiimperialisti. Quando la Repubblica Islamica dell’Iran si piegherà a queste tre condizioni, verrà completamente riammesa nella “comunità internazionale”. Per quanto riguarda la Siria, il discorso è simile: se domani Assad rinunciasse a rivendicare il Golan, occupato da Israele nel 1967, se firmasse un accordo di pace in tal senso con Israele stesso (ricordiamoci che la Siria non ha mai firmato la pace con Israele, ponendo come conditio sine qua non anteriore a qualsiasi accordo di pace la restituzione del Golan) e rinunciasse all’alleanza con la Russia e l’Iran, verrebbe riammesso nella “comunità internazionale” e verrebbe presentato da tutti i  mass media occidentali quale “presidente laico” che combatte il terrorismo. Anche per quanto riguarda Hezbollah il discorso è simile: non verrebbe  più considerato un gruppo terroristico nel momento in cui si disarmasse e rinunciasse alla lotta antisionista.

D: L’ISIS inizia a perdere colpi e terreno in Siria e in Iraq. Siamo vicini alla vittoria contro un terribile nemico, o i problemi sono appena iniziati, anche in riferimento alla massiccia immigrazione verso l’Europa?

R: E’ vero che l’Isis inizia a perdere colpi sia in Siria che in Iraq, grazie all’intervento russo e iraniano, nonché alla partecipazione attiva di Hezbollah in questa lotta. Ma è altrettanto vero che i volontari che accorrono nelle file dell’Isis o i mercenari che vanno a combattere nelle file dello Stato islamico sono sempre più numerosi e sembra non finiscano mai. Fino a quando la frontiera fra Turchia e Stato islamico non verrà occupata dalle forze regolari irachene e siriane e liberata dalla presenza dei terroristi, non vedo una vittoria imminente. Essendo permeabile all’afflusso di armi, di uomini, agli scambi commerciali (pensiamo al petrolio che viene esportato in Turchia e a tutti i beni tecnologici e/o alimentari che dalla Turchia vengono importati), la frontiera con la Turchia rappresenta l’ancora di salvezza per lo Stato islamico stesso. Da rammentare, inoltre, che probabilmente aiuti allo Stato islamico dal cielo arrivano anche dalle forze che compongono la “coalizione internazionale”, la quale bombarda solamente il deserto, inviando, invece, aiuti sopra le postazioni dell’Isis o degli altri gruppi terroristici che combattono Assad. La coalizione, inoltre, avvisa attraverso il monitoraggio dall’alto i terroristi stessi riguardo l’entità, gli spostamenti, le armi dell’esercito regolare siriano e dei suoi alleati. 

Il problema riguardante l’immigrazione proveniente dai paesi islamici sunniti è un problema reale: essa rischia di diventare il retroterra e/o la quinta colonna del wahhabismo in Europa. Questo non vuol dire che ogni immigrato sia un terrorista o un potenziale terrorista, ma il problema è che l’humus culturale-ideologico-religioso – stante anche l’opera di penetrazione del wahhabismo all’interno delle comunità immigrate – dell’immigrato proveniente da un paese islamico sunnita e il terrorista dell’Isis è lo stesso. Per fare un paragone con la realtà italiana degli anni Settanta, possiamo dire che il musulmano sunnita sta al terrorista dell’Isis, così come il militante del P.C.I. stava al brigatista rosso. Vi è un’affinità religiosa, culturale, ideologica incontestabile. Quando parlo di musulmani sunniti, non intendo la maggior parte delle confraternite Sufi, anche se purtroppo, ultimamente, all’interno del sufismo, vi sono, sebbene minoritarie, posizioni fortemente antisciite e anti-Assad. 

Uno dei problemi che è già sorto in vari stati europei è la presenza di cosiddette “zone franche”, ovvero  di quartieri abitati al 90% da immigrati musulmani sunniti, dove i terroristi sono come i pesci nell’acqua. Per fare un altro paragone con la realtà italiana degli anni ’70, possiamo menzionare determinati quartieri operai, dove i brigatisti rossi o gli appartenenti ad altri gruppi armati erano parte integrante della comunità che ivi viveva. Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, parlò a questo proposito di “omertà operaia”. Se non si pone un limite all’immigrazione selvaggia e non si pone un limite all’edificazione di centri islamici finanziati dall’Arabia saudita o da altri paesi sunniti, quali Qatar, Kuwait, etc., il rischio che nelle nostre città europee si creino sempre più “zone franche”, affini ideologicamente al wahhabismo, al salafismo, all’Isis, o ai vari gruppi dell’Islam politico sunnita, è un qualcosa di ben più che reale.