Per padre il Diavolo

Per padre il Diavolo

“Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora, invece, cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro.” Giovanni 8, 39-44

In occasione della consueta Giornata della Memoria, non possiamo esimerci da qualche considerazione circa Israele; Israele, si badi bene, non come stato moderno, quanto, in prima istanza, come luogo e come popolo teologico, e da qui sviluppare poche considerazioni più generali sul fatto specifico della Giornata della Memoria.

Inevitabile, prima di affrontare un tale argomento, un bagno di umiltà: un problema tanto vasto, tanto esteso, nella storia quanto nella dottrina, non può certamente essere ben esposto in un modesto articolo.

Esporrò solamente alcune considerazioni di massima che, lungi dall’essere esaustive, dovrebbero più che altro figurare come spunti di riflessione circa queste complesse tematiche.

In primo luogo, è perciò da considerare il rapporto, determinante per la nazione di Israele, del popolo ebraico, il popolo dell’Alleanza dell’Antico Testamento, con la Rivelazione di Nostro Signore.

A tal riguardo è indubbio che la pastorale, l’attitudine pratica e predicativa, degli uomini che oggi costituiscono la gerarchia ecclesiastica è quanto meno incerta e difficilmente si concilia con l’insegnamento che la Chiesa ha costantemente diffuso per quasi venti secoli in materia.

Tralasciamo qui, troppo gravoso sarebbe trattare questo vasto e spinoso tema, come vada ponderata questa discrasia tra l’oggi e l’ieri ecclesiastico, e tralasciamo quindi le diatribe sulle varie ermeneutiche del Concilio Vaticano II e del post Concilio; tralasciamo egualmente le discussioni sulla valenza del nuovo magistero. D’altra parte, quanto in ogni caso fu insegnato dalla Chiesa e stabilito chiaramente, la stessa dottrina ecclesiastica lo sostiene, non è ritirabile, non è ritrattabile e, come precisò papa Paolo VI, il Concilio non fu dogmatico, doveva iscriversi e leggersi all’interno dell’unico patrimonio della dottrina di sempre della Chiesa.

Allora, per soffermarci invece sulla dottrina tradizionale cattolica, non si potrà che riconoscere che essa è quella della “teologia della sostituzione”, in cui cioè il Vecchio Israele, ossia il popolo ebraico dell’Antico Testamento, legato con Abramo e con Dio in primo luogo per filiazione carnale, è stato sostituito dal Nuovo Israele, ossia il nuovo popolo di Dio, che è la Chiesa, legata a Dio per Spirito.

Quanto meno dubbia è perciò la prassi odierna di considerare il popolo ebraico ancora come depositario della divina Rivelazione e di una discendenza vera da Abramo e altrettanto discutibile sostenere che verso di esso non si debba fare opera di conversione, o che lo si debba anzi tenere in particolare stima e considerazione, tutte cose, come noto, propagandate dalle più alte autorità ecclesiastiche.

Ciò sembra contrastare apertamente con l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, che si ricollega a Sant’Agostino e ad altri Padri quando afferma: “La loro carne derivava da Abramo, ma non ne derivava la vita”( Expositio super Ioannem, n°1222).

Chiarifica al riguardo Romano Amerio, forse il più insigne e coerente teologo cattolico del Novecento, appoggiandosi su un dato scritturistico ampio ed ineludibile: <<Il principale insegnamento da Gesù Cristo è il principio che governa il rapporto tra cristiani ed ebrei, è il principio della sostituzione, secondo quanto detto dal Signore stesso in Matteo 21, 40-44, concludendo la parabola dei vignaiuoli malvagi : “Ora, quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei contadini?”. Gli risposero: “Egli colpirà senza pietà quei malfattori e affiderà la vigna ad altri contadini, i quali gliene renderanno il frutto a suo tempo”. Disse loro Gesù: “Non avete mai letto le Scritture: ‘La pietra rigettata dai costruttori è quella che è diventata pietra angolare; dal Signore è stato fatto questo ed è cosa meravigliosa ai nostri occhi?’ Perciò io vi dico che il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato ed essa stritolerà colui che cadrà.” A riguardo di questo luogo scandalosissimo, il commento unanime della Tradizione della Chiesa addita senz’altro nei Gentili il popolo sostitutivo del popolo giudeo nella fede in Dio: i vignaiuoli malvagi demeritano il possedimento e i frutti della vigna, avendo essi ammazzato l’erede, il padre del quale, loro signore li fa sterminare e chiama a beneficiare dei frutti della vigna altri e più degni vignaiuoli.  Anzi: la consegna dei frutti è richiesta precipua a questi chiamati per essere essi gli unici responsabili della buona raccolta.>> ( Stat Veritas, Chiosa 49 ).

Anche della continuità della carne, della mera forma, nella sua accezione deteriore di formalismo, e della materia del popolo giudeo odierno con quello figlio di Abramo, ci sarebbe di che dire.

E’ noto infatti che il giudaismo abbia anteposto alla lettura della Tanakh (ossia dell’insieme dei libri dell’Antico Testamento, di cui fa parte pure la Torah, il Pentateuco) il Talmud, ossia l’insieme degli insegnamenti rabbinici, prima tramandati per via orale e poi formalizzati per iscritto, nelle sue due parti della Mishnà (composta nel III secolo d.c. circa) e della Gehemarà (completata nei tre secoli successivi alla Mishnà).

Così facendo, però, ha anteposto e sovrapposto al possesso del deposito della Parola di Dio (seppur materiale, poiché il vero possesso spirituale, come sopra indicato, non può che avvenire in seno al cristianesimo),un altro insegnamento, tutto di origine puramente umana, che separando i giudei dalla conversione ha distorto totalmente il loro originario possesso dell’Antica Scrittura.

In questo senso, Israele ha tradito con Dio se stesso, fino a snaturarsi completamente, vivendo in una falsificazione dell’annuncio profetico di Mosè e degli altri suoi Padri. Tecnicamente, perciò, i giudei odierni non sono più ebrei (dove con “giudeo” si sottolinea la composizione su base etnica del popolo d’Israele, mentre con “ebreo” la sua connotazione religiosa), ma talmudisti, portatori di una nuova religione totalmente falsificata rispetto all’annuncio verace dei profeti antichi.

A controprova di ciò sta la dispersione e la confusione delle tribù di Israele, tra le quali il riconoscimento della tribù dei Leviti, la casta sacerdotale, era essenziale per lo svolgimento dei riti ebraici al Tempio, che solamente gli appartenenti a tale tribù potevano officiare in quanto sacerdoti. Propriamente, tali riti ora non si possono più svolgere, essendosi mescolata la tribù a essi preposta, i Leviti appunto, con le altre tribù, al punto da risultare tra loro indistinguibili. Non è sbagliato, perciò, sostenere che sono quasi duemila anni che non si officiano riti propri dell’ebraismo.

Il Tempio è un altro elemento costitutivo della religione ebraica, anch’esso significativamente venuto a mancare per opera di Roma, realizzando così le profezie di Gesù presenti nel Vangelo (Luca 21, 5-19), che tanto scandalizzarono i farisei. Il discorso fatto per la casta sacerdotale levitica vale anche per il Tempio, unico luogo preposto allo svolgimento dei riti della religione ebraica. Le odierne sinagoghe sono propriamente dei semplici luoghi di ritrovo, non di culto. 

Bisogna aggiungere qualcosa anche riguardo al popolo d’Israele al tempo di Nostro Signore. Esso era costituito allora da tre principali partiti: i farisei, i fautori dell’ortodossia religiosa; i sadducei, acerrimi nemici dei farisei (e poi primissimi persecutori dei cristiani), filoellenisti e portatori di una filosofia sostanzialmente materialistica (negavano l’esistenza dello Spirito e, perciò, ad esempio, l’eternità dell’anima); infine, gli zeloti, partito più schiettamente politico, il cui credo si incentrava su un messianismo secolarista molto accentuato, per il quale si richiedeva la lotta con le armi per l’edificazione terrena del Regno di Dio.

Di questi tre, zeloti e sadducei furono dispersi e pressoché annientati dalla guerra giudaica mossa in Palestina dagli imperatori Flavi nella seconda metà del I secolo d.c. Per dire della passione zelota, si può citare l’episodio in questa guerra della accanitissima e disperata resistenza alla fortezza di Masada, divenuto poi mito nazionale del moderno stato d’Israele.

Eppure, queste tre correnti sussistono da sempre nell’animo del giudaismo.

Vedendo, infatti, il giudaismo moderno, si può osservare che esso si divide ancora in questi tre animi: l’ebreo “religioso” o “ortodosso” è il portatore di quella religiosità ipocrita e vuota, più volte stigmatizzata dal Vangelo, quella che appunto fa dell’originaria elezione divina non un motivo di servizio, ma di arroganza, e che si serve del deposito della legge e della rivelazione come di cosa propria, facilmente perciò volgibile nel Talmud con la relativa perdita di senso.

Il sadduceo, invece, rivive in tutte quelle forme tipiche dell’ebreo emancipato. Il neosadducesimo si può ravvisare, cioè, in quello spirito presente nell’ebreo incredulo verso la propria tradizione religiosa e che diviene perciò laico. Questo tipo spirituale si caratterizza per il materialismo dell’esistenza, per una ricerca e un’intima convinzione dell’inesistenza di ogni vincolo e realtà soprannaturale, che forse si genera per contrasto al fariseo, che vivendo di riti e forme vuote ha indotto il sadduceo a ritenere ogni rito e ogni credo come vuoto e menzognero. A questa corrente si può iscrivere, perciò, quel piglio ebraico per l’ironia, per lo scetticismo, per il materialismo.

Infine lo zelota: lo zelota è rivissuto e rivive potentemente nel sionismo. Cos’altro è il sionismo, se non quel desiderio messianico di ricostituire in terra la casa d’Israele; cos’altro è, se non questo il moderno Stato d’Israele?

Com’erano pronti gli zeloti del primo secolo a combattere con le armi per edificare in Palestina questa nazione, così è l’attitudine sionista, che si rivela, rispetto alla questione strettamente religiosa, equidistante dal nulla sadduceo e dal tutto farisaico. Ciò che importa in Israele è la cittadinanza, non tanto l’essere laico e incredulo o osservante e ortodosso rispetto all’insegnamento rabbinico.

Detto tutto ciò, perché parlarne il Giorno della Memoria?

Per spargere semi per un possibile becero antisemitismo? Per fare negazionismo? Per inneggiare ai fatti cruenti riguardanti gli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale?

No, evidentemente.

Queste tematiche sono altre rispetto al contenuto di questo articolo, che vuole solo ricordare alcuni fatti essenziali rispetto il rapporto cristiani-ebrei e alcune nozioni di base circa la cultura giudaica.

Detto ciò, esso si esime dal campo meramente storico e storiografico, entrando invece in quello distinto dello Spirito in senso lato.

Da questo secondo campo, tuttavia, si può notare come, da da parte di un largo fronte del mondo ebraico e all’interno della sensibilità generale del mondo moderno, a questo fatto storico, la persecuzione degli ebrei durante la Guerra, si diano connotati non solo di evento storico, ma di fatto metastorico, spirituale appunto.

Basti ricordare, non potendo entrare nel dettaglio, che certi intellettuali hanno interpretato le ferite subite dal popolo ebraico nel corso della guerra in senso messianico, leggendovi le ferite inferte al Messia, profetizzate da Isaia, e che, contrariamente, devono invece essere attribuite solo a Nostro Signore.

Similmente si procede, in un certo senso, a voler fare di quell’evento una novella Pasqua dell’umanità intera, mondata dallo scempio della barbarie, tramite l’esempio di crudeltà che essa avrebbe arrecato contro il popolo ebraico.

Questo concetto di nuova Pasqua fu sagacemente colto da un articolo di due anni fa, comparso su “Il Giornale”, a firma di Marcello Veneziani, a cui rimando.

Insomma, tra gli infiniti massacri e fatti cruenti e di sangue di cui la Storia è piena, come il genocidio armeno, l’Holodrom (ossia la strage comunista di sette milioni di ucraini uccisi per fame) e l’estinzione delle tribù dei pellerossa, per dirne solo alcuni, si erge quello di Israele sopra tutti gli altri.

Al ricordo di tali fatti viene conferita una qualifica di maestà, tanto che si arrivano a concepire numerosissime disposizioni legislative, della fattispecie del crimen laesae maiestatis, per chi, da un punto di vista storiografico, voglia analizzare quei fatti in maniera libera e indipendente rispetto alla linea maggioritaria degli studi esistenti. Lo stesso discorso vale per il sorgere delle relative liturgie commemorative dell’evento.

In conclusione, il ricordo, la considerazione e lo studio storico, che, per essere attendibile, non può che sorgere da una ricerca libera, dei massacri e delle sofferenze patite dagli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale non possono assurgere ad essere categoria spirituale e, anzi, in tale ambito, l’orientamento non può che essere quello sopra delineato.