Storia di Pino, storia vera

Storia di Pino, storia vera

Pino aveva un cuore che urlava impotente e straziato. Sempre alle tre di notte. Da mesi. Come un sibilo. E il sibilo si faceva urlo e poi pianto. Accorato. Usciva dalla testa e dal petto.

Un conato di dolore che irrompeva, un vento nero che spalancava le porte dell’anima e lo lasciava immobile, terrorizzavo, affranto. Era l’assalto di un ladro nelle tenebre, una barbarie senza coltello che lo lacerava in un ripetersi ormai costante ed atteso, ma ancora scioccante.

La paura lo spingeva all’analisi. E Pino indagava e fremeva per una diagnosi che non riusciva a formulare. Nulla nella sua vita era cambiato. Come il verde intensamente cupo e ostinato di un cipresso, come l’argento senza stagioni di un olivo: tutto uguale, tutto come sempre e senza sfumature! Un cielo d’Agosto. La moglie Martina, amorevolissima, la figlia bellissima, la carriera all’apice, ormai da anni. Di tutto aveva avuto troppo; un solo cruccio: la figlia, inspiegabilmente sterile. Perfettamente in salute, teoricamente in grado di dare la vita, lei e il marito erano ancora senza figli e disperati nella consapevolezza che nessun medico cura una malattia che non c’è.

“Chi li ha non li vuole”, pensava Pino mentre faceva un’aspirazione o iniettava la sostanza salina che presto avrebbe liberato la madre da quel peso chiamato bambino.

Era pura routine. Gli aborti avrebbe potuto farli ad occhi chiusi. Arrivava in sala operatoria con l’aria scanzonata, scherzava con gli infermieri. La paziente era già sedata. Il tempo di un cappuccino e poi su al bar a berlo davvero, magari accompagnato da una brioche, ”tanto per alleggerire il momento”. Pino era abituato a quello che chiamava “lo sporco lavoro”, assuefatto come una prostituta al proprio mestiere, ma non ancora vinto. Non tutto in lui era stato soggiogato. Nelle tenebre dell’indifferenza, talora intravedeva una luce: un piccolo dolore. Sempre più spesso quella fitta impercettibile dell’anima rinvigoriva in un sussulto, un rigurgito di pietà mista a rabbia. Ogni aborto che faceva non era una caduta verso il basso, ma un fremito nuovo. Ogni volta la luce sembrava riprendere vigore, come quando una folata di vento rintuzza un incendio morente. Ricordava la prima notte nella quale l’urlo e il pianto lo avevano svegliato. Combatteva per non mettere in relazione i due avvenimenti, ma sempre ricompariva agli occhi della mente l’immagine di un aborto mancato. Sarebbe dovuto essere un aborto terapeutico. Uno tra tanti. Il bambino era in condizioni tali che non sarebbe sopravvissuto più di qualche ora al parto. Aveva consigliato ai genitori, amici della figlia, di liberarsene subito: sarebbe stato un dolore “inutile” per tutti, ma loro, caparbi, avevano rifiutato e quasi sprezzato la sua autorità di medico.  Lo avevano fatto nascere, quel bambino.

“Quei bacchettoni idioti” avevano osato sfidarlo e sfidare la ragionevolezza e la scienza e la musica rassicurante del “così fan tutti”. Emmanuele era nato!  Col suo nome importante e un battesimo celebrato di volata. Una vita durata, incredibilmente, tre mesi. “Uno spreco di energie”, aveva sentenziato Pino. Poi, un giorno, invitati a casa da sua figlia, aveva rivisto i genitori e, con loro, le foto di Emmanuele: quella in cui sorrideva, quella guancia a guancia con la mamma e quella nella quale era aggrappato alla mano del babbo. Una domanda lo assediò da subito, involontaria e martellante. Una domanda secca, brutale, precisa come una freccia ben scagliata: “Perché aveva considerato inutile la vita di quel bambino? Insensati, allora, anche i nostri sorrisi, un minuto di tenerezza e l’istante immortale di uno sguardo?” Anche la risposta arrivò presto. Anche lei, inaspettata. “La vita è sempre un incanto gratuito.” Nascita, vita e morte sono la liturgia di un mistero insondabile ed interrompere una liturgia significa profanarla. Chi era lui per dire NO ad Emmanuele? Chi era, per impedire che guardasse sua madre e suo padre, seppure per un istante? Il sorriso “inutile” e inconsapevole di Emmanuele, come quello di un vecchio ebete steso in un letto, non erano forse un cantico a Chi quel sorriso aveva permesso ci fosse? La bellezza fine a se stessa era inno indispensabile a Colui che l’aveva creata. L’incanto degli abissi marini che nessuno vede, i milioni di mondi sconosciuti in un universo infinito, cosa sono se non meraviglia gratuita? Improduttiva ed indispensabile. Superflua ed essenziale. 

Il ritorno in ospedale si fece di giorno in giorno più difficile. Dopo quelle foto e dopo quei pensieri, ci furono altri aborti. Aborti e pianti notturni. Aborti e urla. Poi un giorno, basta. Arrivato alle porte della sala operatoria, era tornato indietro. Semplicemente. Più facile di quanto si potesse pensare. Più facile di quanto avesse creduto. Mai a nessuno aveva raccontato i suoi dubbi. Quel giorno disse NO. Con convinzione, ma senza che alcuno lo avesse convinto! Senza di lui, quell’aborto non si sarebbe fatto e la madre avrebbe avuto il tempo di ripensarci. Forse. O si sarebbe fatto comunque, ma non grazie a lui. Lui, ormai, era libero. Aveva rifiutato una schiavitù che lo imbavagliava da anni ed ora era stato invaso dalla felicità. Dentro gli era scoppiata una gaiezza effervescente e pazza come un tripudio. Era un bambino davanti all’albero di Natale! Era un bambino a passeggio con suo padre, durante una nevicata! Era un bambino al suo primo giorno di mare! Invaso da cose belle e nuove che non sapeva chiamare e un cuore troppo piccolo per contenerle tutte. Una letizia senza parole. E pensava alla gioia di Emmanuele, anche lui, troppo giovane, non aveva certo saputo dare nome a quella felicità che sua madre aveva voluto immortale, ma che felicità era stata! Con quale autorità aveva pensato di potergli negare un sorriso, fosse solo uno, uno lungo un secondo? 

Una nuova luce l’aveva illuminato. Anni ci vollero perché l’urlo e il pianto cessassero. Anni quasi sempre in salita. Anni di lotte contro l’aborto e di umiliazioni professionali. La felicità incontenibile s’era dissolta; rimasto era il rimorso, accompagnato da una serenità profumata di rosari. Le “noiose litanie”, che recitava devotamente sua madre, s’erano rivelate rifugio, riparo, difesa e protezione. Lui le biascicava a stento. Pregava sempre senza convinzione, sempre annoiato, ma pregava e lo faceva con una costanza che lo meravigliava, con una caparbietà incomprensibile, con una ostinatezza che non era la sua. Poi, un giorno, il cambiamento. Anche stavolta improvviso, inatteso.  Arrivò un sacerdote. Vinse con la confessione ogni resistenza. Mezz’ora, e Pino era un altro. Quella felicità antica era tornata. Incontenibile anche adesso. Misteriosa, come la prima volta.

Sei mesi dopo, Pino abbracciò il suo primo nipote: novanta giorni di amore, sempre in braccio al nonno che confessava a tutti di non poter vivere senza quegli abbracci. Novanta giorni, non uno di più. Dio gli aveva concesso una gioia grande e breve, proprio come quella che Emmanuele aveva gustato nelle braccia dei suoi genitori…ma che gioia era stata!

Ora, riconciliato con Dio, morto nella Sua pace, ne vive una sempre nuova ed eterna, separato, eppure indissolubilmente unito alla sua famiglia. Da poco è arrivato il secondo nipotino! Pino non lo potrà abbracciare, ma il nostro Dio è il Dio che, a chi si pente, concede ogni consolazione. Martina ha sognato suo marito pochi giorni fa: aveva in braccio un bambino. Lei lo ha riconosciuto subito: era Emmanuele. Sorridevano entrambi.