ENF: riflessioni, orizzonti e punti deboli

ENF: riflessioni, orizzonti e punti deboli

La convention dei movimenti euroscettici tenutasi a Milano settimana scorsa, dominata dal duo Salvini-Le Pen, fa ancora parlar di sé.

Oltre alle diverse coloriture dell’evento, oltre alla solita litania delle prevedibili “mobilitazioni democratiche” dei centri sociali e della sinistra milanese, oltre al variopinto pubblico leghista ancora inneggiante ai vecchi temi della secessione, oltre al “camerati” del belga Van Grieken e la reazione di freddo imbarazzo di tutta la platea, oltre insomma a tutta la cornice, bisogna cercare di trarre, manzonianamente, il sugo di questa storia.

Il sugo, cioè un significato e un giudizio politico dell’evento, valido in particolare per chi si riconduce ai valori e alle prospettive di una certa area politica, che spesso si definisce identitaria e che l’Europa l’ha avuta sulle labbra e nel cuore, l’Europa Nazione, come si soleva dire, da ben prima che ci si dovesse opporre a quell’AntiEuropa che è la UE di Schengen e Maastricht.

Che può essere questo significato? Che forse è necessario, armi e bagagli raggiungere la platea leghista della Fiera di Milano?

O che invece sarà più nobile rinchiudersi nella propria torre d’avorio, sdegnosamente negando ogni placet a questi movimenti euroscettici sì, ma per ragioni volgari e spurie?

In medio stat virtus, dicevano gli antichi, e in tal caso, senza accecamenti manichei, senza voler far lodi sperticate ai relatori dell’ENF, quasi che si possano scambiare per novelli paladini della tavola rotonda, non si potrà evitare di mettere in evidenza punti di forza e punti di debolezza di questa compagine politica.

Quali quindi i fattori da salvare e quali, invece, quelli da criticare?

Senz’altro il tenore generale degli interventi sentiti dal palco della Fiera di Milano si possono facilmente distinguere per la ricchezza nella pars destruens, quanto per la relativa povertà in quella construens.

Se infatti bisogna giudicare della bontà politica dell’evento e dei partecipanti rispetto a un unico metro di giudizio, ossia l’ostilità al farsi di quest’Europa della morte dell’identità dei popoli e della sovranità delle nazioni, Europa del dominio totale dell’economia sul fatto politico e morale, Europa della sudditanza atlantica e dell’immigrazionismo senza limite, è indubbio che i relatori abbiano dato buona prova di sé.

Gli esponenti dell’ENF, se dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare, non hanno difettato nel battersi su questi temi, che dei rispettivi movimenti nazionali sono le particolari ragioni sociali d’esistenza, oltre che i motivi dei propri successi elettorali.

Il no all’Euro, il no alla fine delle frontiere, il no all’ingerenza di BCE e Commissione UE nello stabilire le politiche delle nazioni europee, il no all’invasione migratoria, il no all’islamizzazione è ribadito chiaramente e di questo bisogna prendere atto e anzi rallegrarsi che finalmente si crei in Europa una pietra d’inciampo per il percorso della dissoluzione.

D’altra parte, come si diceva, resta più che vacua una pars construens , resta cioè più che dubbio (poiché sostanzialmente inespresso) quale sia l’Europa edificanda in alternativa all’attuale.

Il no al pensiero unico del politicamente corretto è ben presente, assente invece un pensiero, una matrice culturale o ideale, un sostrato di spirituale si potrebbe dire, che possa fargli da contraltare.

I richiami ad un’Europa cristiana sono stati molto radi e meramente aurorali, un fugace richiamo all’Editto di Milano del 313 da parte di Marine Le Pen – fatto, peraltro, che difficilmente si sarebbe concessa Oltralpe, visto il patriottismo laico-giacobino di cui è impregnata la retorica lepenista -, un fugace accenno al Duomo di Milano, terza cattedrale della cristianità, da parte dell’austriaco Strache.

Idem sul tema dell’islamizzazione. Pregevole rigettarla come prospettiva, ma, viene subito da dire, per preferirle cosa? La lode dell’Occidente americanizzato e nichilista?

L’idolatria del democraticismo liberale in salsa neocon, come ha lasciato chiaramente intravedere l’olandese De Graaff, citando la “grande” Oriana Fallaci?

Certamente, su tutte queste tematiche, quali siano cioè le vere identità dell’Europa, il cosiddetto mondo della Destra radicale può vantare un patrimonio di tradizioni che nessuno gli può non invidiare,  e questo fatto non può quindi che essere determinante. Determinante, poiché quest’area deve rendersi maggiormente conto di quale sia la sua reale natura, ossia non tanto forza elettoralista, quanto semenza ideale, zattera e scialuppa di salvataggio di quel contenuto ideale necessario e fondamentale per una rigenerazione futura dell’Europa.

Questa consapevolezza non può lasciar neutrali, non può quindi lasciar che si avallino velleità di dissolvenza di sé stessi a favore di questi movimenti, premiati da un fugace e incerto successo delle urne.

D’altro canto, come già detto, questa consapevolezza deve tradursi in azione e non in diniego stizzoso. E’ da trovarsi, fatto certo non semplice, l’operatività politica capace di lavorare affinché si costituisca una terra buona, un humus buono, perché quel seme possa essere accolto. Non è mistero per nessuno che, al momento, quanto più di vicino ci possa essere a quest’humus è senz’altro quel nuovo stato d’animo che si diffonde in Europa, per il quale i popoli, subendo i graffi dell’annichilimento di sé, oltre che di quelli della sudditanza assoluta al dominio dell’economia, riacquisiscono una certa autostima e nuova vitalità.

In questo contesto, quindi, non si possono che vedere le istanze e i gruppi legati alla galassia euroscettica sotto una visione prevalentemente informata all’utilità tattica, piuttosto che strategica, dove la strategia, necessariamente determinata, invece, da una più vasta visione del mondo, non potrà che reclamare la nostra sostanziale estraneità a qualunque progetto politico che non sia, per l’appunto, nostro.