Il gioco delle parti, ovvero le relazioni bilaterali Usa-Iran e Russia-Israele

Il gioco delle parti, ovvero le relazioni bilaterali Usa-Iran e Russia-Israele

Le recenti dichiarazioni di Putin, le serenate di Netanyahu al presidente russo, la visita di Rouhani in Europa, sono tutti indici di un sommovimento geopolitico in continua evoluzione. Sembra che l’Italia e l’Europa non siano in grado, però, di trovare una dimensione autonoma nello scacchiere globale della nuova guerra fredda.

La guerra in Siria ci ha insegnato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, come la geografia degli interessi globali sia guidata dal più bieco opportunismo e dall’estrema volatilità delle alleanze. Al di là della problematica delle statue coperte dal misero Governo Italiano, la domanda interessante che ci si deve porre è, semmai, la ragione strategica del tour europeo del presidente iraniano Rouhani. O anche, se si vuole essere attenti osservatori degli svolgimenti geopolitici, del flirt spassionato tra Vladimir Putin e il premier israeliano Netanyahu. Proprio l’analisi dei rapporti bilaterali tra Iran e occidente e fra la Russia e Israele possono spiegare l’attuale fase di apparente stallo della situazione mediorientale (riteniamo che la conferenza di Ginevra sia una farsa, in quanto mancheranno alcuni attori essenziali).

Lo scorso 27 gennaio, giornata che il mondo dedica di prassi al ricordo della Shoah, il Presidente Putin ha rilasciato alcune interessantissime dichiarazioni durante la visita al museo ebraico di Mosca. Dopo aver ricordato il ruolo essenziale dell’Urss nella liberazione degli ebrei dal “tiranno nazista”, ha risposto alle critiche per non essersi recato ad Auschwitz nel giorno delle celebrazioni del settantesimo anniversario della liberazione (tanto per dire, in Polonia non è molto ben accetto…), spiegando che non è certo lui a sostenere le brigate con la svastica in Ucraina. Questa dichiarazione ha fatto seguito a quella rilasciata qualche giorno prima durante l’incontro con il presidente dell’European Jewish Congress, Moshe Vyacheslav Kantor. Lo Zar ha candidamente dichiarato che la Russia offrirà riparo agli ebrei minacciati dalla nuova ondata di antisemitismo. In fondo “hanno lasciato l’Unione Sovietica, adesso è tempo che ritornino”.

Forse non molti ricordano un dato. La maggioranza della popolazione residente in Israele ha origini russe. Gli ebrei residenti nell’Europa occidentale hanno trovato rifugio negli Usa, non in Palestina. E’ in Russia che è nata l’ideologia sionista, la quale non è una corrente religiosa, ma un preciso progetto politico socialista e nazionalista, concepito sostanzialmente da laici, volto alla creazione di Eretz Israel, la Patria caratterizzata dal sistema comunista dei Kibbutz, da realizzare nella terra promessa della Bibbia, connotata da una forte componente etnica e nazionale. Israele nasce come una nazione laica per tutti gli ebrei, a forte e radicale connotazione socialista. Quando in Israele cominciò a strutturarsi un apparato eversivo, ultra religioso e legato agli Usa, nacque una frattura politica all’interno dello Stato Ebraico, riflesso della Guerra Fredda e culminata con l’uccisione di Rabin, attenuata solamente nei momenti di maggiore tensione con il circostante mondo arabo.

Ma veniamo al presente. A settembre del 2015, dopo un lungo corteggiamento, Putin e Netanyahu raggiungono un accordo storico sulla Siria. I Russi potranno liberamente sconfinare nei cieli israeliani per bombardare l’Isis. Nel frattempo, l’esercito israeliano potrà condurre indisturbato le proprie azioni contro Hezbollah. A ottobre, il premier israeliano elogerà pubblicamente l’operato di Putin in Siria, mentre da dicembre cominciano le dichiarazioni in chiave anti-turca del governo di Tel Aviv. Una lettura non superficiale della vicenda apre varie ipotesi per interpretare il processo in atto. Da una parte, Israele è senza dubbio indispettito dalla politica occidentale nei confronti dell’Iran. Dall’altra, gli americani sembrano esser troppo accondiscendenti con i turchi, storici rivali di Israele. In ultima analisi, poi, il nuovo ruolo essenziale della Russia, economico e militare, conquistato in Medio Oriente grazie al suicidio Usa fatto nella guerra ad Assad, obbliga la potenza ebraica a proporsi come partner primario per non perdere alcuni importanti privilegi conquistati nel tempo. C’è un nuovo sceriffo in città, meglio farselo amico.

Venendo infine ai rapporti fra Occidente e Iran, vi è un tentativo di distensione fin dagli accordi sul nucleare del 2013, volto principalmente ad indebolire la storica alleanza tra Russia e lo stato persiano. Premesso che sembra l’ennesimo suicidio occidentale, la visita di Rouhani, dopo la fine delle sanzioni economiche, ha aperto il via a intensi rapporti commerciali con Teheran. La sola Francia ha concluso un affare da 23 miliardi di Euro per la vendita di 118 apparecchi airbus. Il capitolo Iran si inserisce nel più ampio programma Nato volto a controllare la mezzaluna sciita, dato che la mezzaluna sunnita è stata conquistata a suon di dollari, per metter definitivamente sotto il controllo degli Usa il Medio Oriente. Vedremo come si svilupperanno le relazioni internazionali, dato che la Francia ha chiesto già nuove sanzioni contro l’Iran. E’ certo, però, che l’Europa, se non si costituirà come forza geopolitica indipendente da Russia e Usa, rischia di rimanere schiacciata dalla nuova guerra fredda.