I cattolici dopo il Circo Massimo

A margine della manifestazione svoltasi a Roma lo scorso sabato 30 gennaio, in occasione del Family Day (che tanto ci sarebbe piaciuto si chiamasse Dies Familiae, in omaggio tanto alle radici della nostra migliore tradizione nazionale, quanto al contributo fondamentale dato dalla Romanità alla diffusione universale del diritto fondato sull’etica naturale) – che ha visto scendere in piazza un elevatissimo numero di persone, per dire no all’abominevole Disegno Di Legge Cirinnà –, sentiamo doveroso proporre una breve considerazione sullo stato del “popolo cattolico” che, stando alla logica delle cose, tanta parte dovrebbe avere nella opposizione alla deriva relativista e nichilista delle società un tempo cristiane.

Affermiamo ciò ben consci del fatto che la mobilitazione contro la legge sulle “unioni civili”, proposta dal governo di Matteo Renzi, non riguardi i soli cattolici, bensì tutte le persone di buon senso ancora capaci di riconoscere l’ordine naturale e la necessità che comportamenti ad esso contrari non vengano legittimati e tutelati dalle leggi dello Stato. Tuttavia, da cattolici, riteniamo opportuno evidenziare come, accanto alla lodevole volontà di mobilitarsi dimostrata da tanti fedeli, occorra tener conto di quanto l’attuale cattolicesimo sia condizionato da elementi capaci di inibire una sua efficace presenza sociale e politica. Presenza che sia autenticamente cattolica, ossia non falsificata dal compromesso con le manifestazioni culturali e politiche della modernità e della post-modernità.

In particolare la nostra attenzione si è focalizzata su una questione di decisiva importanza, emersa ascoltando delle interviste televisive rilasciate da alcuni partecipanti all’evento, realizzate durante lo svolgimento della manifestazione al Circo Massimo.

La maggior parte delle persone intervistate, organizzatori compresi, non ha mai pronunciato la parola “combattere”. Tutti gli intervistati che abbiamo avuto modo di ascoltare si sono preoccupati di precisare che la loro presenza in piazza era finalizzata a manifestare “per” e non “contro”, premurandosi di sottolineare la propria comprensione nei confronti delle persone omosessuali richiedenti diritti.

Una tale disposizione d’animo è chiaramente il frutto del veleno neo-modernista e progressista dilagato nella Chiesa e nel cosiddetto mondo cattolico a partire dal Concilio Vaticano II; veleno il quale – quando non porta i cattolici a schierarsi palesemente col nemico (gli esempi sono tali e tanti da rendere deprimente il solo pensarci) – prepara schiere di pavidi soggetti i quali, ad immagine e somiglianza di tanti loro pastori, non sono nemmeno capaci di concepire l’idea del combattimento. Di un combattimento che non sia solo interiore ed individuale – ossia volto a contrastare il cedimento alle tentazioni ed alle passioni disordinate, che offendono Dio e la nostra personale dignità – ma anche sociale, ovvero volto a difendere i diritti della Verità e l’ordine politico che in essa si deve radicare.

Diremo di più: non solo difendere, ma attaccare tutto quanto rappresenti un attentato al vero ed oggettivo bene comune. È fondamentale, infatti, operare un’inversione di tendenza, affinché a dettare l’agenda politica della Nazione non siano i fautori del caos, con la parte sana della società impegnata in un’affannosa rincorsa, che spesso si risolve con il contenimento del danno e nel ripiegamento sul cosiddetto “male minore”.

In quanto cattolici, bisognerebbe, dunque, essere orgogliosi di combattere i nemici della Verità e consci del dovere di farlo, vincendo – con l’aiuto di Dio – le proprie paure. Fieri di andare in battaglia al seguito del supremo comandante, Gesù Cristo, e fieri di combattere sotto il suo stendardo. Fierezza che non significa né superbia né vanagloria, bensì legittima soddisfazione, fondata sulla volontà e sulla consapevolezza di stare dalla parte di Nostro Signore, con Lui e per Lui.