La cultura Cirinnà: perché il no

La cultura Cirinnà: perché il no

Migliaia e migliaia di persone al Family Day (bella manifestazione italiana, con un nome in una lingua che italiana non è, perché?). Ma francamente non importa quante siano state, come non importa quanti siano gli italiani a favore o contro il disegno di legge Cirinnà: l’iter parlamentare riguarda solo il Parlamento, e si sa come vengono usato i sondaggi.

Quello che importa è un’altra cosa, che ai più sembra sfuggire. Importano, soprattutto, le ragioni (mancate) di un dialogo, su un argomento che è innanzitutto un argomento giuridico, e che quindi deve essere esaminato secondo categorie giuridiche. Le ragioni degli oppositori al disegno di legge Cirinnà le vedo, e le vedo piuttosto bene, anche se chiaramente non vengono solitamente espresse nei dibattiti. Tra le ragioni, per esempio, vedo che la Costituzione italiana, al suo articolo 29, definisce la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”. Eppure, oggi, a parlare di famiglia “naturale”, o a dire che la famiglia sia necessariamente fondata sul matrimonio, ci si espone al ludibrio di un fanatismo omosessualista sempre più infuriato, e sicuramente si viene definiti “omofobi”, “razzisti” (come se l’omosessualità fosse una razza), e così via. Ma la Costituzione italiana non era la più bella del mondo? Eppure, a rigor di logica giuridica, la più alta norma dello Stato definisce la famiglia come naturale e fondata sul matrimonio.

In secondo luogo, sempre la Costituzione, all’art. 29 comma 2, parla di parità di genere tra i coniugi, con una necessaria implicazione: che i coniugi siano di sesso diverso, a riprova di quanto affermato dal comma primo. Ciò, del resto, è confermato anche dai lavori preparatori della Carta, redatta in un tempo in cui i Democristiani intendevano difendere i valori della famiglia tradizionale (poi sarebbe arrivato il divorzio, l’aborto, e altre vergogne simili) e in cui anche il Partito Comunista si faceva promotore di una solida visione del mondo, che si poteva amare o odiare, ma comunque lontana dal marasma politicamente corretto che domina la sinistra odierna. Anche questa, comunque, è una ragione giuridica.

Ancora, un’altra ragione che vedo sostenuta dai fautori della famiglia tradizionale, oltre al rispetto del diritto costituzionale, che sul punto è chiaro, è la seguente. L’amore è un concetto giuridico? No, non lo è. Il diritto, necessariamente, deve basarsi su fatti certi, proprio in ragione della “certezza del diritto”, che costituisce un principio fondamentale e che anche i non addetti ai lavori avranno spesso sentito nominare. Come si fa a misurare l’amore? E a regolarlo? Ma siamo poi sicuri che lo Stato, incaricato di regolare la società attraverso il diritto, debba occuparsi dell’amore? O non è piuttosto qualcosa che, per necessità strutturale, sfugge alla regolamentazione dello Stato? Così, il matrimonio è un atto giuridico, implicante uno scambio di volontà con data certa. La convivenza, come elemento fattuale basato sull’“amore” tra i conviventi, come può essere regolata? Conta il periodo in cui io effettivamente convivo, l’animus con cui convivo, o il periodo di tempo che io, in potenza, avrei voluto dedicare alla convivenza prima che qualcosa me lo impedisse? Semplicemente, bisogna prendere atto che non si può. Ancora una volta, il matrimonio è un’altra cosa, e giuridicamente si basa su uno scambio certo di volontà, indipendente dall’“amore” e dalle motivazioni soggettive.

E non basta. Il matrimonio civile, nel nostro ordinamento e secondo la scienza giuridica occidentale, è un negozio giuridico che riveste anche una valenza pubblica, almeno in parte, e non del tutto “privata”. Il matrimonio giuridico, quindi, non poggia esclusivamente sulla volontà dei contraenti, ma lo Stato vi pone alcune limitazioni di forma e sostanza appunto perché l’interesse che si va a tutelare non è soltanto quello dei coniugi, ma è anche quello della società nel suo complesso, in linea con quanto stabilito dal citato art. 29. Basti pensare, ad esempio, che nelle successioni ereditarie le quote di legittima sono in parte stabilite dal Legislatore a favore di alcuni membri della famiglia, appunto perché la famiglia, come cellula base della società, assume una rilevanza pubblica. Si pensi anche al divieto di incesto, che opera solo quando da esso derivi pubblico scandalo: anche in questo caso, l’interesse tutelato è pubblico, non privato, proprio in ragione del fatto che lo Stato non è chiamato a regolare affetti, ma a tracciare regolamentazioni sociali innanzitutto volte al soddisfacimento di un interesse collettivo. Le limitazioni imposte dalla legge alla forma e al contenuto di alcuni contratti, per esempio, sono il segno tangibile di questo, e le limitazioni imposte al matrimonio giuridico indicano proprio la sua rilevanza pubblica e costituzionale. Se, viceversa, si volesse fondare il matrimonio su di una prospettiva esclusivamente “privata”, quindi sull’”amore” dei coniugi, si dovrebbe necessariamente accettare qualsiasi tipo di unione, compresa quella poligamica e quella incestuosa, senza limitazioni di sorta. In Olanda, infatti, già esistono convezioni matrimoniali a più persone, e non vi è modo, giuridicamente, di negare questo sviluppo una volta che sia stata sovvertita la concezione giuridica di matrimonio. La questione è: la legge è legittimata a porre limiti al matrimonio? Se no, come vorrebbero i fautori del “ma se si amano!”, allora bisogna essere pronti ad accettare ogni tipo di affermazione volontaristica, se si vuole essere coerenti. Anche questa, credo, è una motivazione giuridica e, soprattutto, razionale.

C’è di più. Nel nostro ordinamento in materia di adozioni di minori l’interesse tutelato è innanzitutto quello dell’adottato, e non quello dell’adottante. Per il principio solidaristico e per la socialità dello Stato (fino a quando essa esisterà), l’ordinamento tutela la gioventù mediante la previsione dell’istituto dell’adozione, che tuttavia è volto ad assicurare al minore le migliori condizioni possibili, e non viceversa a soddisfare la pretesa degli adottanti. Va da sé, quindi, che non esiste alcun diritto “ad adottare”, appunto perché esso sarebbe innanzitutto un diritto degli adottanti, e non dell’adottato, con una sostanziale inversione dell’interesse tutelato: non più l’interesse del minore, quindi, ma la pretesa degli adottanti. Solo che i bambini non sono cani, e gli orfanotrofi non sono canili.

Da ultimo, si osserva come il diritto soggettivo (senza tirare in ballo i diritti umani, per i quali il discorso sarebbe ancora più complesso) non è fondato esclusivamente sulla volontà individuale. Se io voglio qualcosa, non per questo ne ho diritto di fronte allo Stato e all’ordinamento giuridico. Non basta desiderare qualcosa per averla, figuriamoci per averne diritto. La rivendicazione di alcuni diritti giuridici non è di per sé sufficiente ad affermare che tali diritti siano appunti diritti, e non solamente pretese. Anche questa è una motivazione profondamente giuridica, in quanto attiene alla stessa essenza del diritto, e dei diritti. La pretesa individuale è un’altra cosa.

Al contrario, non vedo ragioni giuridiche dalla parte dei fautori della “cultura Cirinnà” et similia. Vedo tanti slogan, tanta ideologia, e soprattutto tanta rabbia. Vedo un fanatismo che, forse, ma non ho la pretesa di saperlo, deriva da una cattiva interpretazione dei principi di uguaglianza, o forse dall’invidia per non poter avere figli naturali, secondo il basilare principio (ma pure messo in discussione) in base al quale solo dall’unione di un uomo e di una donna possa nascere la vita. E questa non è giurisprudenza, ma un fatto.

Non vedo ragioni giuridiche o razionali, dicevo, ma slogan. Sento dire che “si amano”, e sento dire che “i tempi sono cambiati” o che “la maggior parte dei Paesi europei lo fa” e che “lo voglio, lo voglio, lo voglio”, e “è così perché è così, e voi siete brutti omofobi” e cose del genere. Ma, e non ci sarebbe bisogno di ricordarlo, l’adolescenza è finita da un pezzo.