Foibe, sessant’anni di oscurantismo di Stato

Foibe, sessant’anni di oscurantismo di Stato

Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale, a forma di imbuto rovesciato, create dallerosione di corsi dacqua. È in quelle voragini dell’Istria che, fra il 1943 e il 1947, sono stati gettati, vivi e morti, migliaia di persone, la cui unica colpa era quella di esser italiani. Leccidio fu ,in maggior misura, il risultato di una “violenza di stato”, intesa come  strumento di repressione politica ed etnica, in vista dell’annessione alla Jugoslavia di tutta la Venezia-Giulia e, altresì, per eliminare gli oppositori – reali o presunti – del costituendo regime comunista di Tito. Una volta neutralizzata qualsivoglia leadership italiana, il dittatore slavo tentò di convincere la comunità internazionale che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta della popolazione: la composizione etnica sarebbe stata, infatti, un fattore decisivo nelle conferenze che sarebbero seguite nel dopoguerra e, per questo motivo, la riduzione della popolazione italiana sarebbe stata funzionale al suo progetto. L’apice della violenza si ebbe tra maggio e giugno 1945, quando i partigiani di Tito occuparono Trieste: per quaranta giorni le truppe comuniste del maresciallo imperversarono per la città, torturando, uccidendo e deportando migliaia di cittadini innocenti o, talvolta, colpevolidi essere italiani o anticomunisti. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non termina con questa oltraggiosa pagina di storia. Nel febbraio del 1947, l’Italia ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia. Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, versano in un grave stato di indigenza economica. Nel contempo, in Italia si respira un clima di diffidenza e le migliaia di persone scappate dal genocidio vengono viste come un corpo estraneo, incapace di inglobarsi in quel tessuto sociale fatto a brandelli dal dramma della Seconda guerra mondiale. Il tutto, poi, fu amplificato da una spietata propaganda politica messa in atto da una sinistra che vedeva, nella Jugoslavia, un paese comunista alleato dellURSS, in cui era stato possibile realizzare l’”illusionedel socialismo reale.

Nellimmediato dopoguerra, lItalia libera si apprestava a redigere il suo libro di storia sdoganato dalla penna rossa che, per decenni, aveva cancellato interi periodi e tante vicende riprovevoli che, certamente, avrebbero potuto minare la matrice antifascista di quella nuova Costituzione repubblicana che, da lì a breve, avrebbe trovato piena legittimazione. Era lItalia contraddistinta dalla violenza politica, fatta di esasperazioni ideologiche, di condizionamenti, di luoghi comuni, in cui la propaganda sottraeva spazi ai lutti, alle sofferenze dei civili.

Nel novero di chi, in Italia, fu complice delle atrocità perpetrate in terra slava, troviamo numerose personalità. Sono gli stessi individui che, dopo leccidio, furono lasciati indisturbati, nell’ombra dell’”anonimato.  Tra i tanti, rimaserodimenticatianche alcuni di quelli che ebbero un ruolo chiave nel susseguirsi degli eventi. Alcuni di essi, ottenuta tacitamente una sorta di indulgenza, mimetizzati sotto nuove spoglie, sono migrati in confortevoli sodalizi che hanno assicurato loro immunità e, a qualcuno, anche una significativa carriera politica. La connivenza, emersa nel periodo in questione, interessò non solo la politica, ma ogni livello della società civile, grazie, anche, alla complicità di alcuni esponenti della carta stampata.

Ne è limpido esempio LUnità, organo di stampa del PCI, che in un estratto risalente al 1946 scriveva: Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. I profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio, che sono già così scarsi.

Con il trascorrere degli anni, poco o nulla cambiò: la maggior parte dei nostri connazionali continuava a non possedere alcuna cognizione né informazione in merito alle Foibe. A far da corollario ad un disinteresse generale, vi era un popolo abulico che assisteva svogliatamente alle manifestazioni di affetto palesate  da parte di politicanti, lacchè di stato e riciclati vari, nei confronti di coloro i quali, con le mani intrise di sangue italiano, avevano evaso tribunali e corti, rimanendo impuniti per i loro crimini di guerra. Come dimenticare il caso del presidente della Repubblica, Sandro Pertini, eroe della resistenza, definito il presidente di tutti gli italiani”, che, nel 1980, partecipò in veste ufficiale ai funerali del maresciallo Tito baciando il feretro del boia di migliaia di nostri connazionali e la bandiera jugoslava, quella stessa bandiera sotto cui vennero massacrati tantissimi innocenti.

La strage delle Foibe è stata per troppo tempo una strage negata. Solamente nel 2005, lex leader del PCI, Walter Veltroni, recandosi alla foiba di Bassovizza, ha finalmente ammesso che se vi fu rimozione, fu per colpa della cultura di sinistra, prigioniera dellideologia e della guerra fredda.

Ancora oggi, nonostante listituzione del Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, e nonostante il dibattito che da anni imperversa in merito a questo tema, il dramma delle Foibe resta sconosciuto ai più, quasi fosse una pagina rimossa dalle nostre menti e dalle nostre coscienze. Intere generazioni di studenti non conoscono questa tragedia, una pagina nera di storia italiana alla quale gli stessi libri di testo dedicano, per motivi incomprensibili, poco spazio.

Sono trascorsi oltre sessantanni. In questo lungo lasso di tempo, lassordante silenzio della storiografia ufficiale e di unintera classe politica ha cercato di nascondere, sminuire la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. Essa è, certamente, una ferita ancora aperta perché, lo ribadiamo, è stata ignorata per molto, troppo tempo. Ma si sa, questo è il Paese delle stragi (di Stato), della collusione profonda ed organica della politica, dei falsi sorrisi, delle menzogne. Come sotto effetto di unipnosi cronica, siamo stati indotti ad unamnesia selettiva:  ricordiamo e celebriamo solo alcuni avvenimenti tragici, mentre altri, probabilmente scomodi al sistema, non entrano a far parte del patrimonio collettivo della nazione. C’è un sottile filo rosso che unisce la storia di questi sessantanni, che trova nel silenzio che lha accompagnata, nellignoranza che lha contraddistinta, il suo comune denominatore.

Ne siamo certi: la storia è foriera della nostra identità. Una storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita, ma il più subdolo strumento di controllo, capace di indottrinare generazioni di ragazzi, attraverso l’omissione di intere pagine della nostra storia e la distorsione di altre, e trasformarli in individui incapaci di pensare. Svegliare le coscienze dal torpore della menzogna è un dovere di tutti. Parola dordine: non dimenticare!