Lo spirito di giustizia nelle voci della Tradizione e nei capricci della modernità

Lo spirito di giustizia nelle voci della Tradizione e nei capricci della modernità

La giustizia è la costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto(Ulpiano, D.1.1.10). Ognuno ha la libertà che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona(Evola, Gli uomini e le rovine). Frasi che, per nitidezza e semplicità, sembrano scolpite in un marmo che resiste ai secoli.

In queste affermazioni, infatti, è racchiuso il significato che il mondo della Tradizione attribuisce ai concetti di diritto e giustizia. Significato che, sotto molteplici aspetti, si differenzia rispetto a quello oggi acriticamente accolto.

Anzitutto, colpisce la maggiore chiarezza ed accuratezza che caratterizza le nozioni tradizionali in esame rispetto alle rispettive reinterpretazionimoderne. Il diritto tradizionale, infatti, è rigorosamente qualitativo, mentre il diritto moderno (leggasi: post-illuministico) è radicalmente quantitativo.

La giustizia tradizionale non creadiritti, ma attribuisce e riconosce a ciascuno i diritti che gli sono propri, in base alle specifiche caratteristiche umane e spirituali del singolo e delle differenti strutture sociali.

Affinché ciò sia possibile, la giustizia tradizionale non pone alla base delle proprie categorie giuridiche la semplice natura biologica che accomuna gli appartenenti alla specie umana, ossia l’essere tutti indifferentemente Homo sapiens sapiens.

La giustizia tradizionale compie un’operazione ulteriore, che richiede un maggiore rigore ed una maggiore sensibilità, sia culturale che giuridica: essa, infatti, considera tutti gli elementi che, nel caso specifico, contraddistinguono proprio quel particolare uomo, quella specifica struttura sociale, e sulla base di questi elementi attribuisce a tale uomo, a tale struttura sociale un peculiare statuto di diritti, doveri e posizioni giuridiche.

In questa accezione, dunque, giustizianon è – di per sé ed automaticamente sinonimo di uguaglianza. E infatti, come visto, la visione tradizionale del diritto considera irragionevole, ed ancor prima concettualmente errato, attribuire un’identica disciplina a fatti e soggetti che, per propria natura, sono fra loro irriducibilmente diversi.

Si avrà, così, il diritto” – in senso ampio, ossia comprensivo di diritti e doveri che contraddistingue chi ricopre posizioni di governo o di comando, il diritto dei giovani, il diritto dei padri di famiglia, il diritto delle madri, il diritto delle corporazioni professionali, il diritto degli stranieri, il diritto dei sacerdoti, e così via.

Si noti, poi, che la giustizia tradizionale tende ad attribuire al singolo un grado di responsabilità – ossia di doveri direttamente proporzionale alle prerogative ossia ai diritti che gli sono proprie. In questa direzione, quindi, è naturale che il grado di responsabilità del pater familias sia maggiore rispetto a quello richiesto al bambino, e che da un capo ci si attenda un rigore morale superiore a quello che ci si possa aspettare da un semplice gregario.

La giustizia tradizionale, dunque, è attributiva in entrambe le direzioni: a ciascuno i suoi diritti, a ciascuno i suoi doveri. Maggiori diritti, quindi, implicano necessariamente maggiori doveri.

La concezione tradizionale del diritto si basa, dunque, sull’accettazione e sulla piena comprensione delle differenziazioni che caratterizzano, per natura, ciascun individuo e ciascuna formazione sociale. Il diritto tradizionale, quindi, si pone in armonia con la natura, la rispecchia nelle proprie categorie e non entra in competizione con essa. Non nega che tutti gli esseri umani appartengano, ovviamente, alla categoria biologica “uomo”, ma a questa concezione di base aggiunge un quid pluris: l’analisi e l’accettazione di ciò che ciascun individuo nelle proprie capacità, nelle proprie caratteristiche fisiche, morali e spirituali intrinsecamente è.

La concezione tradizionale di giustizia, quindi, è per sua natura sinonimo di reciproca tolleranza. Essa, infatti, riconosce che l’abuso e la prevaricazione non hanno ragion d’essere, in quanto le eventuali pretese da parte di singoli e/o gruppi sociali di voler essere più di ciò che si è” sono già di per sé innaturali e, quindi, antigiuridiche.

Così, il bambino non pretende di assumere le prerogative del capofamiglia, in quanto sarebbe privo delle necessarie capacità e non gli si potrebbe richiedere un corrispondente livello di responsabilità. Il servo non pretende di contrarre matrimonio more sacerdotali, in quanto non detiene le qualità spirituali necessarie allassunzione di un vincolo di ordine sacro. Il capo non pretende, infine, che il soldato semplice si esponga in prima linea, se prima egli, nel pericolo, non si sia posto alla guida dei propri gregari.

Il diritto tradizionale, dunque, assegna anzitutto allindividuo un compito di rigorosa introspezione interiore: Conosci te stesso, e conoscerai la tua posizione nell’ordine naturale. Così, quindi, nessuno potrà essere meno di ciò che è, né dovrà essere più di ciò che è.

La giustiziamoderna, invece, opera in senso diametralmente opposto. Anzitutto, il diritto così come considerato a partire dallIlluminismo tende a considerare ingiustele differenziazioni fra individui che vadano oltre la generica e meramente biologica qualità di esseri umaniche li accomuna indistintamente.

Il diritto moderno, quindi, considera una priorità la negazione e l’eliminazione di tutte le differenze che impediscano, di fatto, l’attribuzione a chiunque di tutti i diritti, ossia dellindiscriminata libertà di fare o essere qualsiasi cosa. La giustiziamoderna, pertanto, non è più espressione e custode di un ordine naturale, ma è uno strumento di militanza politica, che si pone come obiettivo ultimo il livellamento dell’intera umanità quale semplice e indistinto aggregato biologico di esseri umani.

Ciò che colpisce nella concezione moderna della giustizia, quindi, è – da una parte la sua estrema povertà di strumenti concettuali ed interpretativi, e dall’altra parte la sua manifesta rivalità” con il mondo naturale.

Così, gradualmente ma inesorabilmente, la visione moderna della giustiziava accorpando in sé concezioni che, secondo la visione tradizionale, le erano pacificamente estranee.

La prima di queste concezioni è l’equivalenza fra pretesae diritto. La giustizia, quindi, non esige più che ciascun individuo e ciascun aggregato sociale si interroghi, anzitutto, sulle proprie effettive capacità e sulla propria statura morale e spirituale, ma si fa insinuante e seducente: Puoi essere tutto. Sii ciò che vuoi.

Abbandonata qualsiasi pretesa di rigore sistematico e di conformità all’ordine naturale, quindi, la giustizia moderna si fa spesso portatrice e garante delle istanze di ordine più basso, materiale ed egoistico. In sostanza, dunque, gli individui dovrebbero essere tutti identici, sia nelle proprie potenzialità che nelle proprie (rare e limitate) responsabilità. È un semplice caso, una grave ingiustizia, che per ora non sia così. La giustizia moderna intende porvi rimedio.

Così, ad esempio, basta che una coppia voglia provare l’“esperienzadi avere un figlio, pur non essendo fertile o composta da individui dello stesso sesso, perché tale pretesa che va contro i limiti posti dalla natura si trasformi in diritto da tutelare ed imporre.

Analogamente, è sufficiente che un soggetto per mera utilità materiale voglia essere cittadino di uno Stato, anche senza condividerne la cultura, le tradizioni e gli obiettivi, perché la sua pretesa sia immediatamente recepita e tutelata. Del resto, visto che tutto è possibile, perché negarlo?

La seconda concezione tipica della giustiziamoderna è lassoluta sproporzione fra diritti e doveri. A fronte di una crescita iperbolica di nuovi diritti, infatti, si ha una altrettanto iperbolica atrofizzazione dei doveri. Da una parte, quindi, sorge lindiscriminata tutela giuridica di semplici pretese materiali; dall’altra parte, si contrappone una marcata de-responsabilizzazione dell’individuo e delle formazioni sociali.

E così, tornando allesempio innanzi citato, mentre si va riconoscendo a qualsiasi tipo di coppia (uomo/donna, uomo/uomo, donna/donna, uomo/transgender, ecc.) il dirittodi essere una famiglia, si esime la famiglia stessa dall’onere di fornire un indirizzo educativo ai figli: chi sono, infatti, i genitori per poter pretenderedi dare ai figli un orientamento educativo piuttosto che un altro, o per decidere quale sport far loro praticare, in che modo nutrirli, o che orientamento sessualeseguire?

A titolo di ulteriore esempio, si pone unidentica questione nel considerare le questioni occupazionali: da una parte, infatti, si enfatizza il diritto di tuttiad avere un lavoro, a prescindere dalle proprie effettive capacità e potenzialità; dall’altra parte, si nega che il lavoratore abbia particolari doveri di fedeltà, competenza, diligenza nei confronti del proprio datore di lavoro. Il dignitoso Contribuirò alla crescita di qualcosa più grande di me, quindi, diventa un isterico Voglio la pappa!.

Icaro, quindi, nel mondo moderno avrebbe certo raggiunto il sole, anche con ali di cera. Perché – secondo la giustizia” – Icaro voleva volare, e quindi ne aveva diritto; aveva il capriccio di toccare il sole e, quindi, l’ordinamento avrebbe dovuto riconoscergli questa opportunità.

Si tratta di prendere consapevolezza di una tale innaturale e distruttiva deriva, e di opporre ad essa un fermo NO. Le sedi della Giustizia antica sono ancora lì, sepolte tra gli errori e le vanità dei moderni. Accostandoci, ascolteremo voci chiare e pacate. La Giustizia non batte i pugni, non pretende, non fa la piazza. Procede dall’ordine naturale e sempre all’ordine naturale conduce.