L’Olocausto di Dresda e lo squilibrio della colpa

L’Olocausto di Dresda e lo squilibrio della colpa

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«I “democratici”, che affermano di aver “liberato” il popolo tedesco da Hitler, non hanno portato nient’altro che terrore e distruzione. A Dresda, uccisero diverse centinaia di migliaia di persone in una sola notte d’inferno e distrussero innumerevoli tesori d’arte. Le donne che stavano partorendo i propri figli, nelle sale parto degli ospedali in fiamme, si buttarono fuori dalle finestre, ma nel giro di pochi minuti, queste madri con i loro bambini, ancora appesi al cordone ombelicale, furono anch’essi ridotti in cenere. Migliaia di persone che le bombe incendiarie avevano trasformato in torce umane si buttarono negli stagni, ma il fosforo continuava a bruciare anche nell’acqua. Anche gli animali dello Zoo, gli elefanti, i leoni e gli altri, cercavano disperatamente l’acqua, come gli umani. Ma tutti loro, il neonato, la madre, il vecchio, il soldato ferito e l’animale innocente dello Zoo e della stalla, morirono in modo orribile in nome della “liberazione”».

Thomas Brookes

«Volando abbastanza alto da evitare l’artiglieria antiaerea, il pilota del bombardiere notturno che liberava il suo carico non ascoltò mai le grida della madre, né vide mai la carne bruciata del bambino. Questo fu il vero Olocausto, una parola che significa morte prodotta dal fuoco».

Nicholas Kollerstrom
In ogni tempo, la storia di determinati conflitti, scritta da parte di coloro che hanno imposto con la spada il proprio dominio sui vinti, ne riporta esclusivamente una versione unilaterale e distorta, spesso in contraddizione con la realtà dei fatti, che risponde solo alla necessità di consegnare ai posteri un’immagine positiva del Potere che grazie a quella vittoria ha conseguito il suo trionfo, cancellando, per ragioni di opportunità e propaganda, tutto ciò che non si accorda con i suoi progetti di controllo e di dominio dei popoli soggiogati, i quali, spesso, oltre alla sconfitta subita, perdono anche la memoria del proprio passato, quando questa non venga addirittura sostituita con una narrazione completamente falsificata dalla propaganda dei vincitori, una volta divenuta cultura ufficiale, al preciso scopo di avvilire, colpevolizzare e spegnere ogni desiderio di rivincita di coloro che, da uomini liberi, sono passati alla condizione di sudditi, educati per generazioni a considerare liberatori i propri carnefici ed eterni nemici.

Accade così che uno dei peggiori crimini di guerra della storia, quale fu in effetti il bombardamento di Dresda, venga dipinto dalla cultura ufficiale e accademica come “un inevitabile prezzo da pagare per la liberazione dell’Europa e del mondo dalla barbarie nazista”. I tedeschi, si dice, diedero inizio alla guerra aerea, precipitarono il mondo nell’abisso del secondo conflitto mondiale e perpetrarono crimini infinitamente maggiori. In fondo, “se lo sono meritati”. A Dresda, è vero, morirono tante persone, ma lo si fece – concludono i custodi dell’ortodossia democratica – “per il bene dell’umanità”.

I fatti raccontano tutt’altra storia. I bombardamenti terroristici contro la popolazione civile cominciarono in realtà su iniziativa di Winston Churchill per provocare i tedeschi e indurli così a colpire per ritorsione le città inglesi. Per il cinico Primo Ministro britannico questo era l’unico sistema per infiammare il suo popolo di un feroce sentimento germanofobo e convincere la recalcitrante opinione pubblica del suo paese, maggiormente propensa ad una politica di conciliazione con la Germania, a combattere una guerra che nessuno voleva.

L’idea di fondo era che bisognava provocare Hitler fino al punto che questi, per fermare il massacro dei suoi connazionali, fosse obbligato a trasformarsi in aggressore, e a quel punto la propaganda di guerra britannica, capovolgendo i fatti, avrebbe fatto sembrare gli attacchi tedeschi come dei bombardamenti indiscriminati, mentre quelli inglesi come delle giuste ritorsioni, innescando una spirale di violenza che avrebbe dato il pretesto a Churchill di mettere a ferro e fuoco l’Europa.

Un documento ufficiale della RAF suggeriva: «Se la Royal Air Force assalisse la Ruhr, distruggendo gli impianti petroliferi con le sue bombe più precise e le proprietà cittadine con quelle cadute fuori bersaglio, la richiesta di rappresaglie contro l’Inghilterra potrebbe rivelarsi troppo forte per la resistenza dei generali tedeschi. In realtà, lo stesso Hitler probabilmente guiderebbe la rivolta».

M. Spaight, primo Assistente Segretario al Ministero dell’Aeronautica durante la guerra, ammise nel suo libro del 1944, Bombing Vindicated, che: «Poiché eravamo dubbiosi sull’effetto psicologico della distorsione della verità, che eravamo noi ad aver iniziato l’offensiva dei bombardamenti strategici, rifuggimmo dal dare alla nostra grande decisione dell’11 Maggio 1940 la pubblicità che meritava. Questo fu sicuramente un errore. Perché era stata una splendida decisione». [1]

Sin dall’inizio della guerra, la Luftwaffe, al contrario, si era astenuta da qualunque attacco sull’Inghilterra. Nonostante ciò, il 10 maggio 1940, appena divenuto Primo Ministro, Churchill ordinò di dare inizio ai bombardamenti aerei, chiarendo l’8 luglio: «Una cosa ci permetterà di ricacciare e piegare il nemico: una guerra aerea illimitata che distruggerà tutto».

La distruzione della Germania e dell’Europa era un chiodo fisso nella mente del Primo Ministro, che già nel 1936 aveva dichiarato arrogantemente al generale americano Wood: «La Germania sta diventando troppo forte, deve essere distrutta!»

Lo storico F. Veale afferma che il raid dell’11 maggio: «Sebbene in sé stesso poco importante, fu un evento epocale, poiché fu la prima rottura deliberata della legge fondamentale della guerra civilizzata, secondo cui le ostilità devono essere condotte solo contro le forze armate del nemico», dato che «l’esclusione dei non combattenti dalla sfera delle ostilità è la distinzione fondamentale tra la guerra civilizzata e quella barbarica».

Ma Churchill, che non si faceva condizionare da simili scrupoli, il 16 luglio incitò apertamente al massacro, sbraitando: «e ora mettete a fuoco l’Europa!». La ritorsione tedesca, tuttavia, non arrivava. Anzi, Hitler, dopo aver rifiutato sdegnosamente il consiglio di Raeder, Jodl e Jeschonnek di ordinare il bombardamento a tappeto di Londra, continuava a offrire all’Inghilterra la pace.[2]

Il 20 luglio 1940, l’ambasciatore inglese a Washington chiese all’ambasciatore tedesco, di sua iniziativa ed in modo informale, quali fossero le condizioni della Germania. L’offerta era la seguente: «La Germania ritirerà le sue truppe dalla Francia, dall’Olanda, dal Belgio, dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia. Chiedo all’Inghilterra solo di avere carta bianca sui paesi dell’Est e, naturalmente, l’annessione delle antiche regioni tedesche». Condizioni molto modeste, che qualsiasi statista in buona fede avrebbe accettato. [3]

Ma Churchill, che agiva per conto dell’alta finanza ebraica, i cui interessi capitalistici poco si accordavano con le politiche autarchiche e socialiste della nuova Germania – tese ad anteporre l’interesse del popolo su quello degli usurai –, dopo esserne venuto a conoscenza, ordinò immediatamente una serie di attacchi terroristici contro Berlino. Questo era l’unico modo per scongiurare il pericolo di una pace duratura sul continente, che avrebbe segnato il definitivo affrancamento dell’intera Europa dalla criminalità organizzata di Londra e Wall Street. [4]

Infatti Churchill, nel suo discorso alla Guildhall nel luglio 1943, confesserà: «Siamo entrati in guerra di nostra spontanea volontà, senza che venissimo direttamente attaccati», vantandosi in una lettera a Stalin, il 1 gennaio 1944: «Non abbiamo mai pensato alla pace, nemmeno in quell’anno quando eravamo completamente isolati ed avremmo potuto fare la pace senza troppe conseguenze per l’Impero Britannico».

E tuttavia, solo dopo 15 giorni di bombardamenti terroristici, Hitler decise di ordinare la ritorsione sulla città di Coventry. Tale raid fu comunque condotto secondo le leggi di guerra e contro legittimi obiettivi tattici. Nel complesso, durante tutta la campagna di bombardamenti aerei, il rapporto tra vittime inglesi e tedesche fu di 1 a 10. [5]

Il dottor Wesserle, che aveva assistito al bombardamento tedesco su Praga, riconobbe che «non ci può essere paragone tra la brutalità dell’offensiva aerea anglo-americana e la pochezza degli sforzi tedeschi e italiani». Analoga disparità emerge dalle istruzioni che le rispettive aeronautiche rilasciavano ai loro piloti. Le cavalleresche prescrizioni della Luftwaffe precisavano che «in linea di principio non è ammesso l’attacco alle città a scopo di terrorismo contro la popolazione. Qualora però si verifichino attacchi terroristici nemici contro città aperte, prive di protezione e difesa, attacchi di rappresaglia possono costituire l’unico mezzo per distogliere il nemico da questa tattica brutale di guerra aerea. La scelta del momento verrà determinata innanzitutto dallo svolgersi dell’attacco terroristico nemico. In ogni caso, l’attacco dovrà mostrare chiaramente il proprio carattere di rappresaglia».

I principi della RAF, al contrario, addestravano i piloti a compiere dei massacri indiscriminati e, dopo un susseguirsi di direttive che indicavano con sempre maggior chiarezza che l’obiettivo da colpire era la popolazione civile, finalmente il 14 febbraio 1942, infrangendo ogni norma di diritto bellico, il Gabinetto di Guerra di Churchill istigò i capi militari: «Bersaglio degli attacchi del Bomber Command contro la Germania non dovranno essere le industrie o altri obiettivi militari, bensì il morale della popolazione civile, soprattutto dei lavoratori dell’industria».

Lo stesso giorno il Maresciallo dell’Aria Charles Portal, capo di Stato Maggiore della RAF, incitò più esplicitamente al genocidio, ordinando: «In riferimento alle nuove regole sui bombardamenti: io credo sia chiaro che i punti di mira devono essere le aree edificate e non, ad esempio, i dock o le fabbriche aeronautiche, nel caso siano menzionati. Questo deve essere evidente, se non è stato ancora compreso».

A conferma della criminale strategia britannica il Capo del Bomber Command, Maresciallo dell’Aria Arthur Harris (soprannominato dai suoi stessi equipaggi “the Butcher”, il Macellaio), famoso per vantarsi con la bava alla bocca «uccido migliaia di persone ogni notte», confessò nelle sue memorie pubblicate nel 1948 che: «Il nostro vero obiettivo fu sempre il cuore delle città».

Da questo momento, inizia dunque la metodica distruzione di millenni di storia e di civiltà europea. Gli angloamericani cominciarono a radere al suolo città come Lubecca, Colonia, Dresda, in totale violazione della Convenzione dell’Aja concernente le leggi e gli usi della guerra per terra.

L’Olocausto di Dresda fu il crimine più mostruoso della Seconda guerra mondiale. Esso superò per barbarie e ferocia perfino il bombardamento atomico del Giappone [6]. Ancora oggi, molti si interrogano sulle sue reali finalità. Dal momento che la città non ospitava né industrie pesanti né obiettivi strategici, esso sfugge ad ogni logica militare. Al contrario, la città in quel periodo era divenuta meta di migliaia di rifugiati in fuga dalla barbarie bolscevica. I vertici militari alleati erano perfettamente consapevoli di ciò e tuttavia ordinarono la distruzione di Dresda. Perché?

L’esercito americano si difese con il pretesto che la città era un importante nodo di comunicazione e che i bombardamenti a tappeto dovevano servire a distruggere l’infrastruttura che sosteneva lo sforzo bellico del nemico. Ma poiché le bombe ad alto esplosivo e gli ordini incendiari sganciati dalla RAF presero di mira solo le aree residenziali, questa giustificazione è assurda. Basti pensare che la ferrovia, appena scalfita, ritornerà a funzionare entro pochi giorni.

Ugualmente falsa è l’ipotesi che l’attacco servisse a minare il morale della popolazione per costringerla alla resa. Questa giustificazione poteva essere vera all’inizio della guerra aerea, ma già nel 1943 i vertici militari erano perfettamente consapevoli della loro inutilità, grazie ai rapporti costantemente negativi dell’US Strategic Bombing Survey. Come ci illustra Giuseppe Federico Gergo:

«Le persone morte per le incursioni della RAF furono vittime di una strategia che, oltre a non avere reali finalità militari, assai presto si sospettò non fosse neppure in grado di deprimere il morale della popolazione nemica, come è dimostrato dal atto che già alla fine del 1940 lo stato maggiore britannico dubitava che questo obiettivo si sarebbe mai raggiunto. Nonostante ciò, i bombardamenti non furono interrotti ,dopo che si era dichiarato che non erano più indispensabili, ma anzi furono continuati e intensificati, quando i pretesti per la loro continuazione da tempo erano venuti meno, in questo modo trasformando l’uccisione di massa di civili in una comune arma routinaria, che per di più si dimostrava assai lontana dall’essere di reale utilità per vincere il conflitto».

Il vero motivo della distruzione di Dresda è molto più inquietante di quello che si potrebbe immaginare. Qui siamo di fronte a un premeditato e sistematico sterminio di civili, che nella mente diabolica dei suoi pianificatori aveva come unico scopo quello di produrre il maggior numero di vittime, soprattutto donne e bambini.

Nel 1990, David Irving portò alla luce una scioccante dichiarazione di Winston Churchill, in cui il “paladino della democrazia” ordinava a sangue freddo: «Non voglio nessun suggerimento su come distruggere obbiettivi militarmente importanti vicino a Dresda. Voglio suggerimenti su come possiamo arrostire i 600.000 profughi che si sono rifugiati da Breslau a Dresda[7]

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Lo scopo principale del bombardamento era dunque uccidere i civili (non danneggiare l’industria, non piegare il morale della popolazione per indurla alla resa). Basti pensare che, dopo la tempesta di fuoco, quando ormai della città non rimaneva più nulla, partì un terzo attacco di squadriglie aeree che scendevano a bassa quota per mitragliare gli ultimi superstiti che cercavano disperatamente di mettersi in salvo [7b].

Questo fatto è di estrema importanza, poiché ci fa capire il vero movente criminale che dettò la partecipazione alla seconda guerra mondiale da parte dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, falsamente dipinti dalla propaganda come “liberatori”. Churchill era spaventato, poiché la fine della guerra sembrava imminente e se i tedeschi si fossero arresi troppo presto le vittime sarebbero state inferiori al desiderato. Secondo lui, bisognava far durare la guerra più a lungo possibile per sterminare il maggior numero di civili.

Poco prima, alla Conferenza di Yalta, parlando della pulizia etnica che avrebbe accompagnato le espulsioni dei tedeschi dai territori dell’Est, confessò a Stalin «che c’erano molte persone in Gran Bretagna che erano imbarazzate al pensiero della deportazione, ma affermò che, lui personalmente, non aveva alcun scrupolo. Sei o sette milioni di tedeschi erano già stati ammazzati e un altro milione o milione e mezzo sarebbe stato probabilmente sterminato prima della fine della guerra. Queste idee per il futuro non erano affatto discorsi a vanvera di propaganda, ma erano le opinioni vere e proprie del Primo Ministro Britannico. Alla 4a. sessione della Conferenza di Yalta, il 7 Febbraio 1945, Churchill rafforzò il suo concento anti-umanitario, dichiarando “che non rientrava nei propositi di cessare l’eliminazione dei Tedeschi”. Una settimana più tardi, avvenne il genocidio di Dresda da parte dei bombardieri inglesi e americani».[8]

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Decomposing corpse of man with swastika arm band in Dresden, Germany, after the fire bombing during World War II. The aerial bombardment of the civilian center was one of the worst atrocities of the war.

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Dresda5Possiamo dunque gettare nella pattumiera tutte le tesi-pretesto sulla “necessità morale” di impedire la Shoah e annientare la “volontà nazista” di conquista del mondo, con cui si è cercato fino ad oggi di giustificare i crimini dei vincitori. La verità, invece, è che gli angloamericani non combattevano contro Hitler o contro il “nazismo”, e neppure soltanto contro i tedeschi e i loro alleati. Essi combattevano una guerra di sterminio contro l’Europa intera, per distruggere la sua civiltà e i popoli che l’avevano creata.

Come ha giustamente riassunto John Kleeves: «L’ideale per gli Stati Uniti [e gli inglesi ndr] sarebbe stato che tutti i paesi europei fossero giunti alla conclusione delle ostilità completamente distrutti, sia quelli alleati che avversari, sia vinti che vincitori, e possibilmente anche quelli neutrali».

Se il tempo glielo avesse permesso, con tutta probabilità gli angloamericani avrebbero incenerito tutta l’Europa con decine o centina di bombardamenti atomici, chimici e batteriologici, fino a trasformarla in una landa desolata e senza più nessuna forma di vita. I vertici alleati avevano già pianificato:

«Il lancio di bombe a gas su trenta targets cities, prima fra tutte Monaco, Augusta, Norimberga, Stoccarda, Karlsruhe, Berlino, Colonia, Dusseldorf, Lipsia e Dresda, considerato praticabile da Churchill in un discorso ai capi di Stato Maggiore il 6 luglio 1944 e in un memorandum agli stessi il 26 luglio; all’epoca, l’Inghilterra dispone di 26.000 tonnellate di bombe con gas mostarda e 6000 con fosgene, mentre viene previsto anche l’impiego dell’aggressivo gas chimico “Lhost” contro sessanta città. L’operazione di guerra chimica, della durata di quindici giorni, avrebbe comportato 5.600.000 tedeschi “direttamente colpiti” e in massima parte soccombenti, e 12 milioni di intossicati, essendo sprovvisto di maschere antigas il 65% della popolazione […]

«Invero, già nell’estate del 1940, l’uso dei gas contro le truppe nemiche era stato previsto da Churchill nell’evenienza di uno sbarco tedesco in Inghilterra. Ed egualmente, cessata ogni possibile ritorsione da parte nipponica, l’uso dei gas era stato previsto dagli americani nel Pacifico […] Quanto ad un altro aspetto della guerra, quella batteriologica, nel febbraio 1944 erano stati ordinati negli USA 250.000 ordigni da quattro libbre, le bombe “N” o “Braddock”, contenenti bacilli del carbonchio, con la previsione di usarli in un solo gigantesco attacco di 2700 velivoli, col risultato di almeno tre milioni di morti e città ridotte a territori inabitabili anche per decenni». [9]

Questo sarebbe stato dunque il futuro che i “liberatori” avevano in serbo per l’Europa, non solo per la Germania e non solo per i “nazisti”, ed è stato solo il caso ad avergli impedito di portare a termine i loro diabolici piani.

***

Lo sterminio del nemico e di un’intera civiltà, per noi altrimenti inconcepibile, è il risultato della particolare forma mentis degli angloamericani, plasmata su una visione del mondo di stampo veterotestamentario, che, attraverso il Puritanesimo e il Calvinismo (di chiara derivazione ebraica), ha costituito per secoli la base della loro identità nazionale e della loro coscienza politica.

Le atrocità degli inglesi contro i boeri, gli irlandesi e gli indiani e quelle degli americani contro i pellerossa e tutti i popoli “democratizzati” dal ‘45 ad oggi dimostrano che i crimini di guerra per i popoli anglosassoni non sono un’eccezione, ma la norma. Nel corso della loro storia, essi hanno dimostrato di essere posseduti da una mentalità sadica e vendicativa, che gode dello spargimento di sangue fine a se stesso.

Questa particolare attitudine alla crudeltà discende direttamente dalla tradizione religiosa puritano-calvinista, che fa credere agli angloamericani di essere il popolo eletto da Dio. Un dio geloso, che esprime la sua predilezione per un popolo arricchendolo e permettendogli di sfruttare il resto dell’umanità. La nazione che rifiuta di farsi fruttare da loro deve per forza subire la vendetta di Dio, e il modo migliore di vendicarsi è appunto sterminando quel popolo.

A noi tutto ciò può sembrare assurdo e inverosimile, ma non si spiegano in altra maniera, ad esempio, le parole di un deputato ai Comuni nel maggio 1942, che dopo aver chiesto di fare di tutto per bombardare i quartieri operai in Germania, sbraitò con la schiuma alla bocca: «Io sono un uomo di Cromwell, credo al massacro nel nome di Dio!» [11]

L’esigenza dello sterminio del nemico discende direttamente da questa commistione tra fanatismo religioso e avidità di ricchezza, che fa si che gli angloamericani concepiscano la guerra non tra eserciti in armi, dotati di uguali diritti e doveri, ma contro le popolazioni civili, come conflitto mortale fra popoli buoni ed “eletti” e popoli malvagi e “dannati”. Anche oggi, i politici alla Casa Bianca agiscono guidati dal medesimo fanatismo.

In questo senso, gli angloamericani sono stati gli inventori della guerra totale. Già nella guerra anglo-boera gli inglesi furono accusati di condurre una guerra di sterminio contro la popolazione civile, soprattutto donne e bambini [12]. Ugualmente, nella prima guerra mondiale, a causa del blocco alimentare, gli inglesi provocarono più di un milione di vittime tra i civili tedeschi, con una mortalità infantile elevatissima [13]. Gli americani, a loro volta, si sono sempre distinti per una morbosa predilezione nell’uso del fuoco per bruciare vive le loro vittime. Dall’incendio dei villaggi dei pellerossa ai bombardamenti al napalm contro i vietnamiti e al fosforo bianco contro gli iracheni non esiste soluzione di continuità. John Kleeves, in una sua celebre opera, dimostra che per gli americani gli obiettivi dei bombardamenti strategici non sono militari, ma psicologici e pseudo-religiosi. In particolare, in essi si esprime il desiderio di vendetta e l’esigenza inconscia di compiere sacrifici umani:

«Questa esigenza fu soddisfatta dai bombardamenti incendiari delle grandi città tedesche, Dresda, Amburgo, Colonia, Berlino e così via, luoghi che furono trasformati in enormi bracieri di fuoco, i cui abitanti venivano immolati al Dio del Vecchio Testamento. E’ chiaro che in un angolo della mente dei pianificatori dei bombardamenti era al lavoro il Vecchio Testamento. Ad uno dei più distruttivi – quello eseguito su Amburgo, dal 24 luglio al 2 agosto del 1943, che fece come minimo centomila vittime, per la maggioranza arse vive -fu dato il nome in codice di “Operation Gomorrah”. Gomorra è una delle due città – l’altra è Sodoma – che nel Vecchio Testamento Dio distrusse con una pioggia di fuoco […]

«E’ interessante la scelta della fotografia: sullo sfondo di un cumulo di nere macerie, ci sono in primo piano i cadaveri carbonizzati di quelli che erano stati due giovanissimi uomini, forse due adolescenti; essi giacciono uno accanto all’altro, sulla schiena, entrambi con le ginocchia piegate e gli avambracci in posizione verticale, come protesi al cielo in un gesto di supplica, o di autodedizione. Sono due vittime sacrificali. Ecco perché l’autore scelse tale fotografia fra le tante a disposizione: gli ricordava un sacrificio umano, gli suggeriva il vero, intimo significato del fatto. Tale pensiero dei sacrifici umani si agitava certamente anche nell’inconscio di Sir Arthur Harris, l’uomo che progettò il bombardamento con quei mezzi (bombe incendiarie) e gli diede il nome di “Operation Gomorrah”». [14]

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La decisione di ricorrere ai bombardamenti strategici era stata presa dai vertici militari angloamericani molto prima della guerra. Essi, infatti, avevano già da tempo avviato la produzione di bombardieri pesanti come il B17, il B15 e l’Avro Lancaster. Al contrario, gli aerei della Luftwaffe, come lo Stuka, erano leggeri, maneggevoli, e costruiti per effettuare bombardamenti a bassa quota e di alta precisione, progettati per il supporto alle truppe di terra e non per la strategia genocida.

Di fatto gli inglesi avevano deciso per i bombardamenti strategici già nel 1918, quando pianificarono di radere al suolo Berlino con una flotta di bombardieri Handlev-Page. Ma la mente criminale del genocidio, colui che pianificò in maniera fredda e scientifica lo sterminio dei civili, fu Frederick Lindemann, definito da sir Charles Snow in “Science and Governement”, edito nel 1961, un essere «pervaso da un impulso sadico profondamente radicato […] che lo condusse a far annientare i quartieri civili delle città tedesche, portando a morte migliaia di donne e bambini». Lo scrittore Alex Natan noterà: «Col tempo la totale distruzione della Germania divenne per lui una vera ossessione».

Proprio per queste sue caratteristiche psicopatologiche, egli, oltre che intimo consigliere, era anche grande amico di Churchill, che, in “The Second World War”, così lo ricorda: «Lindemann era già un mio vecchio amico […] divenne il mio principale consigliere per quanto riguardava gli aspetti scienti