Nietzsche e il Superuomo di Facebook

Nietzsche e il Superuomo di Facebook

A guardare la pagina Facebook dedicata alla memoria di Friedrich Nietzsche viene quasi da tirare un sospiro di sollievo, visto quello che è capitato ad altri personaggi fondamentali per la storia e la cultura mondiale nella sventura di essere celebrati sul social-network ideato da Mark Zuckerberg. In effetti, la pagina, in lingua inglese e gestita dalla Vintage Books, è mediamente ben fatta per gli standard facebookiani: pochi fronzoli, varie citazioni delle maggiori opere del filosofo tedesco, qualche link ad articoli di giornale che meritino l’attenzione. C’è una cura e un certo grado di professionalità e serietà dietro il Nietzsche di Facebook, certificata dal bollino blu, che ne attesta la preminenza rispetto ad altre pagine o account aperti da buontemponi annoiati. Eppure, vedendo come Nietzsche viene utilizzato sui social network da una moltitudine di gente dalla preparazione in materia peggio che dubbia, non si può non percepire un che di grottesco nel destino beffardo a cui è stata relegata l’energia vibrante che emerge da tutte le opere del filosofo col martello.

Più di tanti altri, Nietzsche si presta all’utilizzo facebookiano delle propri riflessioni grazie al carattere aforistico di alcune sue opere e alla perentorietà e durezza, mista a forza idealizzante, delle sue affermazioni. Svariati suoi brani, tratti da opere quali La nascita della tragedia, Così parlò Zarathustra, Al di là del bene e del male, vengono estrapolati dal loro contesto e messi in bacheca, in attesa del corposo novero di “like” che riceveranno. Ciò capita anche a molti altri autori, cantanti, poeti, filosofi e politici, e in sé non c’è neppure nulla di male, qualora l’estrapolazione di queste affermazioni non comporti una distanza abissale rispetto al loro senso originario. Ma frasi nietzscheane vengono utilizzate nella maniera più disparata, in contesti, discorsi e immagini che fanno rabbrividire per la totale mancanza di attinenza rispetto alla sostanza della riflessione del filosofo nativo della Prussia.

Siamo sicuri che il filosofo dell’Anticristo e delle maledizioni contro il cristianesimo, oggi sarebbe felice di essere costantemente accomunato a una schiera di autori atei, laicisti e razionalisti, da chi pensa che l’attacco scettico e razionalisteggiante contro il cristianesimo sia un’avanguardia del pensiero, e non la più becera tra le battaglie di retroguardia, lontana dalla sostanza delle critiche nietzscheane alle religioni semitiche? Che il misogino maschilista, adoratore della forza dei miti nordici e della crudeltà sublime del dionisiaco, avrebbe gioito di fronte alla ripresa che della sua filosofia è stata fatta in ambito LGBT, in cui l’immersione nella vita scade nell’orgia di chi volutamente confonde il maschile e il femminile, di chi ha fatto della devirilizzazione e della castrazione spirituale la propria stella polare? Che non gli sarebbe apparso squallido leggere della sua caotica stella danzante utilizzata come giustificazione morale di puttanate e idiozie del sabato sera?

Probabilmente no, oggi Friedrich Nietzsche non sarebbe contento dei suoi epigoni, non sarebbe felice di piacere al mondo e alla modernità, la più grande tragedia che potesse capitare a un uomo che la modernità la disprezzava a tal punto da far risalire a Socrate l’inizio del pervertimento umano. Non sarebbe grato di essere diventato di moda, di essere stato travolto dalla marea consumista e dalla melma post-moderna, che tutto deve frammentare, distorcere e banalizzare, cancellando la fortissima visione d’insieme, la vita vera e concreta che stava dietro i violenti aforismi di Nietzsche.

Ma anche se non ne fosse contento, il risultato odierno rappresenta pienamente il triste fallimento che sta al fondo della vita e della filosofia di Nietzsche. In tutta la storia del pensiero occidentale (ad eccezione, forse, del tanto odiato Socrate), nessuno ha mai vissuto la propria filosofia con la stessa intensità e forza di quest’uomo tedesco di fine Ottocento. Quelle che per un normale pensatore sarebbero state problematiche teoriche su cui arrovellarsi, per Nietzsche furono drammi personali ed esistenziali. L’adorazione per la musica di Wagner, il periodo illuministico, la sempre più grande sfiducia nella ragione umana e nel senso del mondo, l’abbandono disperato dello stesso Wagner e l’involuzione, la scrittura sempre più sconnessa e aforistica, fino al crollo fisico e mentale e alla follia. Tutto questo è stato Nietzsche, passione e inquietudine, ricerca di un senso che non ha mai trovato, e in tutto questo nessuna traccia del Superuomo.

C’è un che di post-moderno in questo quadro a tinte fosche. Come la società contemporanea, Nietzsche non ha mai trovato un senso al fondo di tutto il suo sbraitare. E’ arrivato a urlare che di un senso non ce n’era bisogno, commentando se stesso nel secondo incipit della Nascita della tragedia. Ma, alla fine, quella stessa mancanza di senso lo ha portato al manicomio, a una fine troppo lontana da quei cacciatori di draghi che, da giovane, immaginava avrebbero spazzato via lo squallore della modernità.

Forse c’è da augurarsi che il popolo dei social-network, la massa amorfa della società post-moderna, possa dimenticarsi presto dell’esistenza di Nietzsche, lasciandolo in pace e non sottoponendolo all’ulteriore umiliazione di essere paragonato a ridicole icone pop come Jim Morrison. Ma chi ha l’interesse e gli strumenti per farlo dovrebbe assolutamente leggere Nietzsche, magari evitando di trovarci, o di volerci trovare, più di quello che c’è effettivamente scritto. Nietzsche è meraviglioso, la sua letteratura dopo più di un secolo resta di una vitalità e di una forza espressiva tra le vette più alte mai raggiunte a livello mondiale. E’ meraviglioso, forse, proprio nel suo essere senza senso, nell’essere interrotto, mancante, la pars destruens prodroma a una pars construens mai nata. Probabilmente, lui per primo non avrebbe gradito che si leggesse nelle sue opere più di quello che con tutta evidenza c’è. Nietzsche, severo e durissimo verso il mondo, sapeva esserlo anche verso se stesso:   

Il pretendente della ‘verità’ – tu? così schernivano

no! soltanto un poeta!

un astuto, rapace, strisciante animale

che deve mentire,

che sapendo, volendo, deve mentire,

bramoso di preda,

variamente mascherato,

maschera egli stesso,

egli stesso preda

‘questo’ – il pretendente della verità?…

Soltanto pazzo! Soltanto poeta!

Che parla in modo variopinto,

che dalle maschere di pazzo parla confusamente,

arrampicandosi su menzogneri ponti di parole,

aggirandosi, strisciando

su arcobaleni di menzogne

tra falsi cieli-

‘soltanto’ pazzo! ‘soltanto’ poeta!…

(Ditirambi di Dioniso)