La Quaresima come “nostos”

La Quaresima come “nostos”

Quaranta giorni per tornare a casa. Un pellegrinaggio verso il Centro, laddove si trova la salvezza dell’Uomo. Una salita lenta verso il Calvario dove la nostra umanità viene crocifissa con Cristo. Un periodo di deserto, di meditazione, di preghiera. La Quaresima cristiana è uno dei momenti più belli della vita spirituale. Quello che vogliamo fare in questo articolo è, senza pretesa di esaustività né di esattezza, cercare di tracciare uno dei significati più belli del periodo che, come cristiani, stiamo vivendo.

Nella Tradizione, il tema del “nostos”, il viaggio di ritorno verso casa, è assai frequente. In un certo senso, chiude il cerchio (anche se non è mai una vera chiusura, bensì una sovrapposizione, poiché non si torna mai allo stesso identico punto di partenza) – o meglio, si avvolge la spirale, per chi sa cogliere il simbolo – della stessa possibilità esistenziale. Infatti, laddove vi sia stata una partenza, a meno che non ci si perda, si deve ritornare a casa. Si pensi ai poemi omerici. Ulisse parte da Itaca, combatte e vince la guerra di Troia, poi si imbarca per tornare in patria dalla moglie e dal figlio. Perché dedicare un intero poema al ritorno? Ancora. Facciamo un salto nella modernità e parliamo di Tolkien. Nel Signore degli Anelli, la storia non finisce con la distruzione dell’anello e con la sconfitta di Sauron. Il romanzo si esaurisce solo con il ritorno alla Contea degli hobbit e con la partenza dai porti grigi. Andando in India, potremmo fare l’esempio di Rama. Anche il principe della tradizione indù, per chi conosce il Ramayana, compie un viaggio di andata e di ritorno, con la sua bella dose di demoni da sconfiggere e con tanto di principessa da salvare.

Ma possiamo portare degli esempi naturalistici o fisiologici, tanto per fare un gioco. Pensiamo alla respirazione. I nostri polmoni non esauriscono il viaggio gonfiandosi e riempiendosi d’aria, ma con l’espirazione, grazie alla quale espelliamo le impurità e gli elementi nocivi. La stessa danza compie il nostro cuore, che, con l’alternarsi del movimento sistolico-distolico, manda il sangue a nutrire i nostri tessuti e purifica le impurità. Lo stesso fanno le piante, che assorbono l’anidride carbonica e restituiscono ossigeno. Quello che accumuna questi fatti, è il comune movimento ritmico di andata e ritorno, di dare e ricevere, di prendere e lasciare, che caratterizza la Vita.

Torniamo alla nostra vita spirituale e alla Quaresima. Tutti sanno che questo è un periodo di preparazione al Triduo Pasquale, ciclo di morte e resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha donato col suo sacrificio la vita eterna. Il segno del ritorno insito in questo periodo si coglie in vari aspetti. Il primo profilo è quello del “rientrare in sé stessi”. Collocandoci, attraverso la mortificazione e l’astinenza, in un “deserto”, ci dedichiamo intensamente alla pratica di ri-trovare la nostra essenzialità. Questo ritorno a Dio è, però, un momento di combattimento tanto quanto quello che abbiamo passato quando siamo stati mandati lontano da lui, nel mondo, ad annunciare il Vangelo. Ogni anno, infatti, viviamo due fasi concatenate che si avvolgono fra di loro a spirale. Da una parte, l’uscita nel mondo per annunciare il Vangelo, che inizia simbolicamente con la Pentecoste, dall’altra, il ritorno a Dio per “ricaricare le batterie”, toglierci la sporcizia di dosso, fare un salto nel Centro, per guarire dalle malattie che abbiamo contratto.

Questo viaggio di ritorno presenta ancora delle battaglie (vita est militia super terram…), ma di tipo diverso. Ora ci assalgono i demoni, allungano i loro artigli verso di noi. In questi quaranta giorni, proviamo a riflettere su quanto sia difficile rimanere fermi e costanti nel portare avanti una penitenza che ci siamo imposti. Scopriamo quanto sia difficile tenere a freno il cuore, quanto siano forti i richiami del mondo, quanto sia piacevole e allettante cedere alla proposta di fermarsi in un bel posto e lasciar perdere il ritorno. Scopriremo che il peggior nemico, forse, non è la lussuria, non è la mondanità, l’ira o la gola, ma l’accidia. L’akedìa, come la chiamavano i greci, ci fa calare il sonno sugli occhi, ci addormenta, ci fa vedere altre mille cose da fare, ci fa mancare la forza nelle braccia e nelle gambe, ci fa sembrare inadatti alla battaglia.

Per fortuna, Dio ci ha donato la Memoria. Questo fantastico strumento, di cui ha mirabilmente trattato anche sant’Agostino nelle sue Confessioni, ci può ingannare o rendere nostalgici, ma ci dà anche la capacità di ricordare la nostra terra beata di origine, ci da l’immagine dei nostri cari, dei prati verdi e dell’abbondanza. È nella memoria del Centro verso cui torniamo che dobbiamo attingere la Grazia per superare gli ostacoli della Quaresima e arrivare alla Pasqua da vincitori, per morire con Cristo e risorgere, rinnovati per tornare nel mondo a compiere la missione che Dio ci ha affidato.