Una riflessione suggerita dal caso Piquemal

Una riflessione suggerita dal caso Piquemal

Lo scorso sabato 6 febbraio a Calais, in Francia, nel corso di una manifestazione contro l’immigrazione, le “forze dell’ordine” hanno arrestato il quasi settantaseienne Generale Christian Piquemal, già comandante della Legione Straniera e, dal 2004 al 2014, Presidente dell’Unione Nazionale Paracadutisti, l’associazione degli ex paracadutisti militari francesi.

“Oggi siamo qui come cittadini patrioti per difendere la grandezza e l’identità della Francia, perché oggi, soprattutto a Calais, essa è minacciata. Il divieto di manifestare deciso dallo Stato è perfettamente scandaloso. Oggi siamo trattati come cannibali, vedere polizia, forze dell’ordine e militari che trattano i francesi in questa maniera è veramente qualcosa di inaccettabile. Succederanno delle cose, nei mesi che verranno, perché non si può accettare che dei cittadini onorevoli subiscano questo trattamento, persone che hanno per molti anni servito la Francia con onore e fedeltà. La Francia sta morendo. La Francia eterna è stata il faro del mondo ed essa lo deve restare”, questo uno stralcio dell’intervento del Generale Piquemal a Calais, parole pronunciate pochi minuti prima del suo arresto.

Un paio di giorni dopo i fatti di Calais, lunedì 8 febbraio, l’anziano generale in pensione ha rilasciato delle dichiarazioni volte, in qualche modo, a smentire ciò che solo due giorni prima era stato colto da tutti in maniera molto evidente. Non sappiamo per quale ragione Piquemal sia tornato sui suoi passi, tuttavia quanto accaduto sabato 6 febbraio – in particolare il comportamento delle forze dell’ordine descritto, in modo comprensibilissimo, dalle parole del Generale Piquemal – offre lo spunto per riflettere sia sul ruolo delle forze armate e di polizia, in rapporto al particolare momento storico che stanno attraversando le nazioni dell’Europa occidentale, sia sul significato del giuramento di fedeltà prestato dai militari.

A questo riguardo riteniamo opportuno proporre un articolo pubblicato sul numero 18-19 di Ordine Futuro, a firma di Marcus, dal significativo titolo: Il senso del giuramento militareUna riflessione sul ruolo politico e sociale delle Forze Armate.

Giuro di essere fedele alla Repubblica Italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere, con disciplina ed onore, tutti i doveri del mio stato, per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni (1). Questa è la formula del giuramento, che ogni militare italiano è chiamato a prestare.

Come si vede, tale formula sembra subordinare la difesa della Patria e l’impegno al suo servizio alla fedeltà alla Repubblica che oggi la rappresenta, ossia ad una forma di potere – la Repubblica, appunto – ed alla Costituzione che la rappresenta.

A nostro parere, il giuramento di fedeltà dovrebbe, invece, essere rivolto esplicitamente alla Patria – indipendentemente dalla forma di potere o di governo vigente – e così espresso: giuro, davanti a Dio ed al popolo italiano, di essere fedele alla Patria e di difenderne l’integrità e l’onore sino al sacrificio supremo della mia vita. Mi impegno ad osservare fedelmente tutti i doveri del mio stato per il bene dell’Italia e del suo popolo.

Una formula decisamente diversa, dove si fa riferimento in maniera esplicita a Dio, alla Patria, al popolo, ai concetti di bene, di integrità e di onore.

Ma, al di là delle formule, quello che qui si propone è una riflessione sul senso profondo del giuramento militare di fedeltà alla Patria. Perché è di questo, in fondo, che si tratta o, quanto meno, dovrebbe trattarsi (il condizionale è d’obbligo, in quanto decenni di cultura sostanzialmente anti-patriottica hanno fortemente minato l’amor di patria degli italiani).

Gli uomini delle Forze Armate, in definitiva, giurano fedeltà alla Patria, il che rimanda all’idea di difenderne l’integrità, ovvero garantire la permanenza di tutto ciò che concorre a fare dell’Italia una nazione libera e sovrana.

Integrità della Patria che si realizza non solo nella salvaguardia del territorio, delle istituzioni e dell’indipendenza politica, ma anche nella tutela del popolo,  che incarna storicamente il patrimonio umano della Patria, del quale occorre garantire l’integrità morale e fisica; il che significa salvaguardarne la rettitudine morale (abitudini di vita conformi alla morale naturale e cristiana), impedendo la diffusione di costumi e fenomeni capaci di minare la vita della comunità nazionale (tutto ciò che concorre alla dissoluzione della famiglia – il nucleo su cui si fonda la società – dei legittimi gruppi sociali e delle singole persone, per esempio: droga, aborto, abitudini sessuali contro-natura, usura).

La difesa della Patria, dunque, non si realizza solamente nella opposizione agli attacchi armati provenienti dall’esterno, ma anche vigilando e contrastando tutto quanto possa compromettere l’integrità morale e fisica del popolo, nonché l’identità stessa della Nazione.

Il venire meno dell’integrità, infatti, significa disgregazione e degrado, infine morte: la morte della Patria.

Secondo alcuni, il militare dovrebbe curarsi solamente del proprio addestramento, finalizzato a renderlo efficiente nell’adempimento del proprio dovere, identificato con la difesa armata della Nazione, minacciata e attaccata dall’esterno, ed in alcuni interventi di soccorso alla popolazione da svolgere in caso di calamità (terremoti, inondazioni, frane, etc…). A nostro giudizio, questa concezione è errata in quanto mortifica il significato reale del servizio alla Patria reso dagli uomini delle Forze Armate.

Chi giura di essere fedele alla Patria (perché questo, lo ripetiamo, è il significato profondo del giuramento militare), sino al supremo sacrificio che consiste nello spargimento del sangue – usque ad mortem – ha il dovere e, dunque, il diritto di vigilare sulle sorti della Nazione.

I militari non possono e non devono disinteressarsi di ciò che accade nella vita della Nazione. Se, come abbiamo scritto, il significato del giuramento di fedeltà alla Patria è quello di difenderne l’integrità affinché essa viva, allora non può esservi distacco e disinteresse nei confronti della vita politica e sociale che in essa si svolge.

Sia chiaro, non si tratta di trasformare i militari in politici o in parlamentari, ma di evidenziare come vi siano questioni di vitale importanza di fronte alle quali i militari sono chiamati a vigilare, in quanto decisive proprio per l’integrità morale e fisica della Nazione.

L’attualità fornisce chiari esempi a supporto di quanto sostenuto in questo breve scritto. La situazione in cui si trova oggi l’Italia è di particolare gravità e delicatezza, almeno sotto i seguenti aspetti:

  • l’incessante afflusso di genti straniere, che assomiglia sempre di più ad una vera e propria invasione, destinata a cambiare per sempre i connotati spirituali ed etnici che hanno caratterizzato per più di mille anni l’identità nazionale;
  • l’imposizione di modelli comportamentali radicalmente immorali, capaci di distruggere la famiglia (la cellula base della società) e l’equilibrio psicologico dei giovani (il futuro della Nazione);
  • il progressivo venir meno della sovranità nazionale, minacciata sempre di più dall’influenza esercitata da poteri sovranazionali che perseguono interessi diversi da quelli del popolo italiano.

Questioni di vitale importanza, che non possono lasciare nell’indifferenza chi abbia a cuore le sorti della Patria, poiché su di esse si giocano il suo futuro e la sua sopravvivenza.

A chi facesse notare che i militari possono esprimere il loro parere su quanto accade nella vita politica e sociale della Nazione, attraverso l’esercizio del voto, rispondiamo che non è di questo che si tratta. La classe militare deve poter intervenire come tale nella vita della Nazione: chi è pronto a dare la vita per la Patria, deve avere un ruolo nella vita della Nazione proporzionato al valore della sua funzione.

Non si tratta di far governare l’Italia dai militari, ma di considerarne la fondamentale importanza quale garanzia di tutela dell’integrità morale e fisica della Nazione, cosa che si traduce, da parte dei governanti, nell’obbligo di ascoltare la voce delle Forze Armate e, da parte dei militari, nell’obbligo di rispettare il giuramento di fedeltà alla Patria con tutto quello che ne consegue, evitando ogni lusinga da parte di un potere politico pronto ad accattivarsi le simpatie degli uomini in armi, facilitandone la carriera ed i guadagni.  

Note

  1. Questa è la formula del giuramento militare, secondo l’articolo 575 del decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90 “Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246″ (precedentemente la formula era contenuta nella legge 11 luglio 1978, n. 382, “Norme di principio sulla disciplina militare ed istituzione della Rappresentanza Militare”), che ogni militare è tenuto a prestare, in particolare, non appena divenuti Ufficiali, pronunciando individualmente la formula alla presenza della bandiera e del Comandante del corpo di assegnazione.

(Fonte UNUCI)

“Ci avevano detto, quando lasciammo il suolo natale, che andavamo a difendere i diritti sacri che ci conferiscono tanti cittadini sistematisi laggiù, tanti anni di presenza, tanti benefici recati a popolazioni bisognose del nostro aiuto e della nostra civiltà. Abbiamo potuto verificare che tutto ciò era vero e, poiché era vero, non abbiamo esitato a versare il nostro sangue, a sacrificare la nostra giovinezza e le nostre speranze.

Non abbiamo rimpianti, ma mentre qui ci anima questo spirito, mi dicono che a Roma si succedono cabale e complotti, che il tradimento fiorisce e che molti, esitanti, turbati, prestano un orecchio compiacente alle peggiori tentazioni dell’abbandono e vilipendono la nostra azione.
Non posso credere che tutto ciò sia vero e tuttavia guerre recenti hanno mostrato a qual punto poteva un tale stato d’animo essere pernicioso e sin dove poteva condurre.

Rassicurami al più presto, te ne prego, e dimmi che i nostri concittadini ci comprendono, ci sostengono, ci proteggono come noi proteggiamo la grandezza dell’impero.
Se le cose dovessero stare altrimenti, se dovessimo lasciare inutilmente le nostre ossa calcinate lungo le piste del deserto, stiano allora attenti alla collera delle Legioni!”

Marcus Flavinius
Centurione della 2^ Coorte della Legione Augusta
al cugino Tertullus in Roma