A view shows the courtroom of the European Court of Human Rights ahead of the start of an hearing concerning the case of Vincent Lambert in Strasbourg, January 7, 2015. Vincent Lambert, 38, a tetraplegic since a road traffic accident in 2008, is being maintained alive, receiving nutrition and hydration and is in a state of total medical dependence. The public hearing in Europe's top court in Strasbourg in this right-to-die case will have testimony from his wife, in conflict with his parents who want him to be kept alive.   REUTERS/Vincent Kessler (FRANCE - Tags: CRIME LAW HEALTH POLITICS)

Contro i diritti umani

Contro i diritti umani. O meglio, contro una certa teorizzazione dei diritti umani. Contro una certa teorizzazione dei diritti umani che oggi va per la maggiore.

Bisogna innanzitutto chiedersi: ma che cos’è un “diritto umano”? Esiste, per converso, un “diritto non umano”? Il fenomeno giuridico, in sé considerato, attiene all’umano, attiene a quell’animale politico che, come ci insegna Aristotele, è l’uomo. Il fenomeno giuridico attiene alla “politica” nel senso più alto del termine, nel senso della polis le cui mura, come ci insegna Platone, delimitano il confine di una determinata forma di civiltà. E allora cosa sono i diritti umani, giuridicamente? Difficile dirlo, anche perché al di fuori del diritto è facile spiegare cosa siano. I diritti umani sono il prodotto di una lunga elaborazione politica che, dopo il secondo conflitto mondiale, si sforza di cercare un punto di contatto, un sostrato comune, su cui fondare un diritto condiviso riguardante quel nucleo essenziale di prerogative inerenti alla persona umana. Così, nel 1948, nasceva quella celebre Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo di cui l’ONU si faceva e si fa baluardo. Tutto questo, tuttavia, è qualcosa di politico, e non di giuridico. Sono nobili intenti, sono bellissime parole, che tuttavia devono necessariamente confrontarsi con la realtà degli strumenti a disposizione degli Stati sovrani: ossia, con gli strumenti giuridici.

Oggi assistiamo a non poche criticità riguardanti il concetto di “diritto umano”, che la maggior parte della dottrina giuridica finge di ignorare, appagandosi di concetti meramente politici, di cui tuttavia il giurista non dovrebbe accontentarsi.

In primo luogo, quali sono i diritti umani? E come si distinguono dai diritti “non umani”? Per saperlo, dovremmo sapere come individuarli; tuttavia questa operazione appare più complessa di quanto ci si potrebbe aspettare, se consideriamo che esiste la Dichiarazione Universale del 1948, la Dichiarazione Americana dei Diritti e Doveri dell’Uomo sempre del 1948, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1950, i due Patti dei Diritti Civili e Politici ed Economici e Sociali del 1966, il famoso “terzo cesto” dell’Atto Finale della Conferenza di Helsinki del 1973, la Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli del 1981, la Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani nell’Islam (!) del 1990, la Carta di Nizza dell’UE del 2000, la Dichiarazione Universale della Diversità Culturale dell’UNESCO del 2001, e la lista sarebbe ancora molto lunga. Si tratta di almeno una quarantina di atti. Appare, quindi, evidente come esistano decine e decine di “carte” internazionali sui diritti umani, ognuna con una propria visione di diritto umano, che rendono pressoché impossibile individuare in modo giuridicamente univoco cosa sia un diritto umano, e fin dove si estendano i suoi perimetri applicativi. Ogni due anni in media, ma anche meno, viene firmata una dichiarazione o una convenzione in materia, bella tanto quanto praticamente priva di effetti rilevanti: si potrebbe, alla prova dei fatti, ridurre la fame nel mondo utilizzando i fondi che vengono spesi annualmente per elaborare carte sui diritti umani.

Ancora. Chi è deputato a decidere quali siano i diritti umani? Ogni atto in materia si fa fautore di una certa visione di diritto umano, e quindi sorge spontanea una domanda: alla fine chi decide? Chi è il Leviatano che, decidendo sullo stato di eccezione, è in grado di stabilire una volta per tutte quali siano i diritti umani, in modo da fornire un’interpretazione univoca? Nessuno. Se un organismo come le Nazioni Unite avesse il potere di decidere univocamente il contenuto precettivo di norme maturate in contesti internazionali, quindi non sovrani, sarebbe davvero il Leviatano, e quello della peggior specie. La maggior parte di queste norme nascono in contesti internazionali, in qualche forum privilegiato di discussione, e non, quindi, nell’ambito della sovranità che, alla prova dei fatti, può garantire il rispetto dei diritti collegandovi una sanzione. Ma, è ovvio, limitatamente ai propri confine. E questo di per sé esclude l’”universalità” di queste dichiarazioni che, in pretesa, vorrebbero essere il punto d’arrivo della Storia umana, prescindendo dai confini e, talvolta, dalla realtà.

Il punto più controverso è forse il seguente: qual è l’effettività della tutela dei diritti umani? In altre parole: i diritti umani, così come descritti dalle migliaia e migliaia di pagine prodotte in materia, vengono rispettati? E ancora: chi deve farli rispettare? Come detto, il concetto si evolve nel contesto internazionale, dove, strutturalmente, non può esistere un’entità dotata del monopolio della forza coercitiva. Non esiste un uso della forza che non venga dagli enti sovrani, e così l’ONU, l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, necessariamente esistono fino a quando esisterà l’accordo degli enti sovrani che vorranno la loro esistenza. Con buona pace degli europeisti federalisti, non esisterà mai una polizia europea, una magistratura europea, un Esercito europeo, fino a quando non esisterà l’Europa entità politica, quindi sovrana, a prezzo della sovranità delle sue parti. L’uso della forza è strutturalmente connesso all’esercizio e alla titolarità della sovranità come elemento di fatto, come controllo fattuale su di un determinato territorio e all’interno di determinati confini. E quindi, dichiarazioni sorte in ambito internazionale, che necessariamente coinvolgono più parti, saranno rispettate solo fino a quando ci sarà la volontà di rispettarle. Non sembra che sino ad ora, nonostante l’immensa mole di convenzioni prodotte, questa volontà ci sia stata. I diritti umani sono strutturalmente destinati, quindi, a non godere di una tutela effettiva, giuridicamente collegata all’idea di sanzione così come concepita all’interno degli ordinamenti sovrani, in cui appunto la sanzione non è subordinata all’accordo del reo di subirla, pena la perdita di ogni deterrenza. Valga un esempio: lo Stato deputato oggi a vigilare sul rispetto dei diritti umani in ambito ONU è l’Arabia Saudita.

I diritti umani potrebbero trovare maggior tutela quando siano costituzionalizzati, o comunque normativizzati, all’interno degli ordinamenti degli Stati, in modo da poter godere di una tutela effettiva. Ma in tal caso, cosa li distinguerebbe dagli altri diritti tutelati dall’ordinamento statale? Sarebbe una distinzione qualitativa? Quantitativa? Gerarchica? Più probabilmente, sarebbero solamente diritti su cui elementi ideologici e culturali pongono una maggior enfasi, coniando un nuovo termine (“diritti umani”), dove tuttavia esiste ben poco di giuridico. Inoltre, se l’idea di diritto umano nasce proprio per travalicare il confine statale e per essere universalizzata da una “morale laica”, che trova il suo epicentro nelle Nazioni Unite, nell’Unione Europea e in simili organismi, la positivizzazione all’interno degli ordinamenti statali farebbe ancora una volta perdere loro l’universalità che avrebbe dovuto contraddistinguerli. L’effettiva tutela, a prezzo del loro snaturamento, semplicemente, a “diritti”.

Oggi, ancora assistiamo ad un progressivo svuotamento del significato di “diritti umani”. La loro moltiplicazione esponenziale, il loro sovrannumero, altro non fa che aumentare la confusione giuridica imperante attorno a questo concetto. E altro non fa, quindi, che svuotare di significato qualunque elaborazione se ne volesse dare originariamente. Se, in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, si aveva il pur nobile obiettivo di individuare un nucleo fondamentale di diritti allo scopo di tutelare la persona umana, perché quello che era accaduto non accadesse mai più, oggi il catalogo si è allungato ben oltre l’obiettivo. Oggi si parla di diritti riproduttivi, di diritto all’adozione (come se l’adottato fosse oggetto del contratto, e non beneficiario dell’interesse tutelato), diritto all’aborto, come nella Relazione Estrela e Lunacek (come se ignorassero che, nell’elaborazione delle Corti Costituzionali, l’aborto è sovente visto come una scriminante, che quindi non può costituire un diritto), diritto all’autodeterminazione soggettiva assoluta. Ciò, del resto, non può che condurre alla perdita del ruolo del diritto: non più regolatore della società, ma strumento per affermare i propri capricci. I diritti, ultimamente, e specialmente i diritti umani, si confondono con le pretese. Una clausola in bianco, quindi, da riempire con i contenuti che più vogliamo, un po’ come il XIV Emendamento della Costituzione statunitense è stato utilizzato per creare diritti ad hoc, dall’aborto nella sentenza Roe (che si scorda forse dell’unico diritto veramente umano, ossia il diritto alla vita dei bambini) al matrimonio omosessuale della sentenza Obergefell. Inutile dire che, ovviamente, il diritto è un’altra cosa.

Dalla degenerazione progressiva dei diritti umani, che fare? Da dove ripartire? Si riparta almeno, come primo passo, da una visione giuridica del diritto, e non da una visione sentimentalistica e capricciosa che maschera solo uno smisurato volontarismo che perde di vista quale sia il compito dell’autorità pubblica. La si smetta, magari, di etichettare, a seconda delle convenienze, talvolta l’una cosa come “diritto umano” e l’altra come sua “violazione”. Si abbia l’umiltà di ritenere, da ultimo, che esistono i diritti, diritti che si collocano in un contesto sociale, e che si devono necessariamente servire degli strumenti giuridici di cui si dispone. Sarebbe già un buon punto di partenza.