Piero Buscaroli, superstite della RSI in territorio nemico

Piero Buscaroli, superstite della RSI in territorio nemico

Piero Buscaroli se n’è andato. Quelli della mia generazione hanno conosciuto i suoi articoli, i suoi libri, la sua inimitabile capacità di mettere a nudo, col suo stile spesso caustico, la verità, snidandola, andandola a toccare proprio nei suoi nervi scoperti. Quando negli anni Settanta si comprava “il Borghese”, una delle ultime roccaforti di resistenza culturale, politica e soprattutto morale, c’era anche lui, Buscaroli, coi suoi scritti, soprattutto di politica estera e di storia, ma non solo, a fornirci l’ossigeno per respirare aria pulita in mezzo ai fetori che il putridume del c.d. “arco costituzionale”, della storiografia antifascista, del progressismo arrogante e del giornalismo servile già esalava.

Ed io lo conobbi personalmente, e ci legò un’amicizia di famiglia e anche cameratesca; di ciò voglio dare, spezzettata in qualche piccolo frammento, la mia modesta testimonianza. Non del valore dell’intellettuale e dello scrittore – ché tanti lo conoscevano e poco potrei aggiungere a ciò che scriveranno quanti lo ricorderanno in questi giorni – ma del suo valore e della sua sensibilità di uomo.

Mi trovavo nel 1983 in vacanza in Spagna con un gruppo di amici, fra cui una delle sue figlie, con cui mi ero da pochi mesi fidanzato. Ci eravamo fermati ad Alicante e seppi da lei che suo padre, a cui aveva telefonato, le aveva ricordato che lì era stato fucilato José Antonio Primo de Rivera. E lei gli aveva risposto: “Si, lo so, ‘lui’ – cioè io – mi ha già portato a visitare il luogo dell’esecuzione”. Avevo passato l’esame e da lì iniziò la simpatia e, finito il fidanzamento, rimase comunque l’amicizia con la famiglia e col padre.

Nelle elezioni politiche del 1994, si offrì di affiancarmi in un comizio per sostenere la mia candidatura (per il MSI, a cui s’era già aggiunta la sigla AN). Lo facemmo a Pieve di Cento, un paesello medioevale della bassa bolognese di cinquemila anime, storico bastione della fiamma nella provincia (dove le percentuali erano pari alla media nazionale, a differenza del resto del territorio); il paese dei fratelli Govoni, dei duecento volontari della Repubblica Sociale, molti dei quali caduti, dei fascisti spariti nel nulla nell’immediato dopoguerra prelevati dai partigiani comunisti, il paese di mio padre.

Volle preparare lui i tre manifesti di annuncio del comizio da affiggere nelle bacheche di Pieve di Cento; lo fece con la sua bellissima scrittura, usando il pennarello a scalpelletto, lo vidi al lavoro e sentii che ci metteva la stessa passione e la stessa cura con cui avrebbe scritto un suo pezzo, perché mi voleva bene. Io ed un altro andammo a megafonare il giorno prima in tutta la zona e la mattina del comizio, una domenica, in piazza c’erano oltre un centinaio di persone, quasi tutti pievesi, ed erano lì per lui. Un vecchio amico e collaboratore di mio padre si avvicinò e gli disse in dialetto: “Professor Buscaroli, seguo sul “Giornale” i suoi articoli sulla musica, anche se per me sono arabo, ma non ha importanza, l’importante è che lei scriva; e tutto quello che lei scrive io lo leggo”.

Montanelli, però, di politica e di storia non gli faceva scrivere nulla, relegandolo nella pagina della musica; lì, comunque, dimostrò tutto il proprio valore, tutto il proprio genio: le sue biografie di Bach e di Beethoven e il volume dedicato alla morte di Mozart sono opere di livello internazionale, dei punti fermi nella storia della musica. Ogni tanto appariva qualche nota di costume, in una colonnina, a firma Piero Santerno; era lui, era tutto quel che l’anticomunista, che diceva di votare DC turandosi il naso, gli concedeva fuori dal campo musicale. Per non far vedere che dava spazio ad un fascista dichiarato e anche per invidia, perché scriveva meglio di lui. E una volta che Montanelli l’interpellò, chiedendogli un parere su un pezzo appena uscito sul quotidiano, Buscaroli gli rispose: “Direttore, io sono pagato per scrivere articoli, non per leggerli. Se vuole che legga quelli scritti da lei o dai suoi collaboratori, dovete darmi un altro stipendio”.

E mi sento maledettamente in colpa con lui. Fui tra coloro che s’entusiasmarono all’idea di una sua candidatura alle europee del 1994, convinto che la sua fama, la sua intelligenza, la sua popolarità nell’“ambiente” gli avrebbero garantito l’elezione; e che la sua cultura, la sua visione politica, la sua precisa conoscenza della storia e dei rapporti internazionali, unite al suo coraggio, avrebbero fatto onore all’Italia a Bruxelles.

Fui ingenuo e stupido; diversi esponenti del MSI-AN – che nel frattempo stava marciando lungo il cammino di autodemolizione politica e avrebbe presto transitato per Fiuggi – lo boicottarono, dando indicazioni di voto, nelle province dove Buscaroli avrebbe potuto e dovuto fare il pieno di preferenze – Bologna, Modena, Ferrara – in favore d’un fesso, proveniente da ambienti liberalrepubblicani e poi scomparso poi nulla. Ciò nonostante, non fu eletto per poco.

Troppo colto, troppo geniale, troppo coerente perché i piccoli miserabili padroncini del post-postfascismo potessero permettergli di ricoprire un ruolo di prestigio. Vecchio vizio di molti ras missini, che temevano le persone intelligenti che potessero oscurarli.

La sua genialità non gl’impediva di dare sfogo alla sua rabbia – una collera santa – perché viveva in un paese che, come diceva Brasillach, sicuramente gli faceva male, anzi, per il quale non nutriva più alcuna speranza. Come quando durante la celebrazione del cinquantesimo anniversario della “liberazione” di Bologna, mentre sfilavano le vecchie jeep americane con i reduci seduti sopra, giunti alla Porta Maggiore sulla via Emilia, dove nel 1945 polacchi e statunitensi erano entrati preceduti dalla partigianeria già abbondantemente debellata militarmente, ma che aveva preteso la prima fila, sotto casa sua Buscaroli si mise a gridare “Viva la Repubblica Sociale!”. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli niente, anzi; un vecchio ex ufficiale dell’esercito a stelle e strisce fermò la jeep, scese e gli strinse la mano dicendogli con sincerità “Lei ha ragione”; esattamente come cinquant’anni prima, quando gli Angloamericani avevano concesso l’onore delle armi ai militi della RSI, legittimo esercito italiano perché tale riconosciuto dai suoi avversari. Arruolatosi a quattordici anni nella Decima Mas e ricondotto a casa dai suoi genitori perché troppo giovane, si definiva “superstite della Repubblica sociale in territorio nemico”.

Piero ogni tanto – spesso – mi correggeva. E lo faceva con la delicatezza d’un amico e l’autorità d’un vecchio maestro. Mi disse una volta “Non esiste la Storia, esistono le storie; degli Inglesi, dei Tedeschi, dei Russi, dei fascisti, dei partigiani, ognuno con la propria storia, fatta di eroismi, miserie, viltà, coraggio” e quest’affermazione dimostra la lucidità, anzi di più, la limpidezza del pensiero e dell’animo. Sfido qualunque storico del giorno d’oggi a pronunciarsi nello stesso modo.

Fu uno dei pochi, forse il solo, che, negli anni del “Borghese” – gli anni sessanta/settanta, quelli della guerra fredda, dove i ‘distinguo’ erano merce rara e poco apprezzata –, incaricato di scrivere un pezzo sulla crisi arabo-israeliana, difese le ragioni dei Palestinesi, in contrasto con l’allora direttore Mario Tedeschi, che in nome dell’accostamento – suggestivo ed ingannevole, ma non privo di qualche verità – “Paesi arabi/Russia comunista” stava, come moltissimi ‘a destra’, dalla parte d’Israele; e lo fece senza sbracare, con lucidità, obbiettività: “Se un risarcimento doveva essere concesso ad Israele per le persecuzioni ricevute dagli Ebrei, giusto sarebbe stato, secondo le sentenze emesse dai vincitori, regalargli la Sassonia. Che colpe avevano i Palestinesi per le loro sofferenze se non quello di essere, a differenza della Germania, inutili per una politica che, nel dopoguerra, già si giocava coi dadi di ferro”.

Ammirava Lucien Rebatet, scrittore ed intellettuale francese, condannato a morte – e poi graziato – per la sua adesione al governo di Petain: ne condivise l’amore per la musica classica e, soprattutto, la definizione di ‘fascista’, che adottò in pieno: “Un pessimiste actif”. Esattamente come lui, Piero Buscaroli, un Italiano che non ha mai firmato nessun armistizio.