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Difendere l’idioma per difendere l’identità

L’uso ormai generalizzato di termini stranieri, in particolare d’inglesismi, continuamente utilizzati anche nel linguaggio “tecnico-politico” c’induce ad alcune riflessioni sul rapporto fra lingua e nazione.

Tra tutti gl’ingredienti che compongono il concetto di “nazione”, la lingua è forse quello più importante, ancor più del dato etnico-razziale. La constatazione è d’immediata evidenza: la parola è il veicolo con cui l’uomo si relaziona coll’ambiente circostante, coi suoi simili, parlando e scrivendo. E’ la sua presentazione al mondo, il riflesso del suo pensiero.

Lo stesso significato originario di “nazione” si riferisce, dal corretto punto di vista etimologico e storico, all’eredità culturale che l’uomo, nascendo, riceve dai suoi predecessori e che si esprime generalmente attraverso l’idioma; fin verso la fine del XVIII secolo, “nazione” significava esclusivamente comunità idiomatica; vi erano sudditi del Re di Francia, di “nazione” provenzale o germanica, e sudditi del Re di Sardegna e Piemonte, di “nazione” francese.

E l’idioma è la prima caratteristica identitaria, la prima creazione dell’uomo che si costituisce in società e che distingue da tutte le altre; è il riflesso della struttura mentale che una data aggregazione umana, che condivide territorio, clima, costumi, si è formata nel tempo. Ogni lingua ha una grammatica, un vocabolario, una struttura sintattica – per quanto elementari possano essere – una prevalenza di certe vocali o di certe consonanti e ciò è l’effetto della storia, del carattere e del pensiero dei popoli che l’hanno adottata e forgiata attraverso esperienze secolari.

La lingua è l’anima dei popoli ed è uno strumento di formazione e consolidamento dell’unità nazionale. Alessandro Manzoni conferisce ai  “Promessi Sposi”, il cui primo abbozzo risale al 1821, un compito di costruzione e di diffusione d’un linguaggio unificante, parallelamente alla lotta per l’edificazione dello Stato unitario; e l’opera fu adottata come testo di riferimento nelle scuole fin dal raggiungimento dell’Unità. Durante il Fascismo, l’abolizione dei termini stranieri ubbidiva alla logica di rafforzare, attorno alla lingua italiana, un sentimento di maggior coesione nazionale; allo stesso modo, all’inizio del ‘900, Ataturk, il padre della moderna nazione turca, purificò il vocabolario da tutte le parole di derivazione araba e persiana che erano state assorbite dalla lingua originaria. Le repubbliche ex-sovietiche, cui era stato imposto da Stalin l’alfabeto cirillico, primo passo per la russificazione generalizzata, una volta riacquistata la libertà sono ritornate all’alfabeto latino.

Pensiamo alla forza identitaria con cui l’idioma nutre, per esempio, le pretese indipendentiste del Québec francofono nel Canada; o alle analoghe rivendicazioni, che minano l’unità dello Stato belga, dei fiamminghi rispetto ai valloni francofoni.

La lingua non è solo strumento di difesa identitaria, ma anche di potenza.

La permanenza della civiltà cinese per più di duemila anni è stata favorita dal fatto che la lingua scritta ideografica, dominio dei mandarini e dell’apparato dello Stato, ne ha rappresentato e garantito la continuità, mantenendo i dialetti parlati in ciascuna provincia e preservandone così la specificità, senza intaccare l’unità etnica di quel popolo, che assai raramente tende a mescolarsi; grazie a ciò, tutte le volte che la Cina ha subito rovesci militari o spezzettamenti, questa forte connotazione etnolinguistica ne ha permesso un’identica ricostituzione senza fratture, consentendo altresì l’assorbimento degli elementi estranei e persino degli invasori.

Anche i c.d. “panismi”, movimenti politico-ideologici che si pongono come fondamentale obiettivo il raggruppamento di tutti i membri di una comunità sparsa, sono espressione di volontà espansionistica e riunificatrice di comunità etno-linguistiche allo zoccolo originario (pensiamo al pan-turchismo, al pan-germanesimo); questi fenomeni, sovente espressioni di nazionalismo esacerbato e ottuso, tuttavia ci fanno riflettere su un dato, ossia che il concetto di “nazione” è talmente ricco e complesso che, in certi limiti, può anche fare  a meno di un elemento che, a prima vista, può apparire irrinunciabile, ossia il territorio; pensiamoci bene: le nostre comunità italiane sparse per il mondo, quando mantengono in vita certe loro caratteristiche originarie – lingua, costumi, cultura – non continuano a fare parte della “nazione italiana”, pur non risiedendo nel suo territorio?

Pensiamo inoltre alla lingua latina, utilizzata dalla Chiesa per unificare, liturgicamente e dottrinalmente, popoli e culture totalmente differenti.

Pensiamo infine al legame inscindibile tra l’Islam e la lingua araba ed alla sua adozione come lingua dei commerci e delle transazioni nei mercati dell’est, la qual cosa favorì, parallelamente, la diffusione della religione di Maometto.

Il principio che abbiamo enunciato possiede anche la controprova: il popolo franco, d’etnia e di lingua germanica, adottò la lingua della popolazione gallo-romana e si fuse con essa in maniera assolutamente indolore. Altrettanto accadde coi Normanni che si spostavano attraversando i mari, dunque senza mogli e figli al seguito, diversamente da quanto accadeva cogli esodi di massa di altri popoli barbari. Giunti a destinazione, si accoppiavano con le donne del luogo ed i figli che nascevano parlavano, secondo un’ovvia regola pratica, la lingua materna.

La lingua dà un senso all’esistenza d’una comunità; non sono forse gli inglesismi e le altre brutture linguistiche oggi in voga degli strumenti di scardinamento del pensiero e della costruzione logica che caratterizzano una cultura? Non è forse l’analfabetismo di ritorno che colpisce la nostra gioventù un primo passo verso l’abbrutimento e, dunque, l’accettazione d’una sia pur morbida schiavitù? Non furono forse i poeti i primi cantori della libertà dei popoli?