L’Europa meccanica

Come è noto, sono giorni di grandi incertezze sui mercati, in particolare sono sulla breccia i titoli bancari. Eppure, ovviamente, l’approvazione e l’avanzamento in sede europea del progetto di unione bancaria e del conseguente concetto di “bail-in” non trovano nessuna adeguata opposizione né degna copertura sui mass media.

Proviamo a fare un minimo di chiarezza.

Il progetto di unione bancaria europea si fonda su un ulteriore, e questa volta smaccato, progresso della più aperta tecnocrazia. Il concetto è sostanzialmente che, essendo i governi sovrani delle nazioni membre incapaci di gestirsi i propri sistemi bancari, questa responsabilità sarebbe avocata a sé dalla BCE.

In particolare, la BCE controllerebbe dei nuovi meccanismi, il SSM (Single Supervisory Mechanism) e il  SRM (Single Resolution Mechanism ), uno sistema di vigilanza e l’altro di gestione delle crisi bancarie, che si vorrebbero retti da automatismi.

Sotto di essi, sarebbero poste tutte le maggiori banche europee, salvo il diritto della BCE di intervenire, a proprio giudizio, anche su altre banche più piccole.

Il pretesto sarebbe che, in caso di dissesti bancari, sarebbe scorretto far pagare il crack ai contribuenti tramite interventi pubblici di salvataggio e, al tempo stesso, sarebbe inopportuno operare tali interventi, perché incentiverebbero condotte irresponsabili da parte dei management delle banche. Problema questo del cosiddetto moral hazard, se un manager sa che un dissesto sarebbe preso in carico dalla comunità, sarà pronto a gestire la banca in maniera irresponsabile, ritenendo che verosimilmente non ne pagherà le conseguenze.

Come fare perciò a risolvere tali problemi ?

Il generoso Draghi sembra avere la risposta pronta: il bail-in, appunto.

In caso di dissesto, è proibito agli enti nazionali gestire la crisi, la cui supervisione passa alla BCE, che determina se intervenire, dicendo giustificato un intervento di salvataggio, o se invece debba scattare il bail-in, ossia far colmare il buco da dissesto finanziario azzerando prima il capitale azionario, poi i titoli di debito, fino ai depositi fino ai 100mila euro; da notarsi che quest’ultimo limite viene presentato come garanzia verso i piccoli, mentre è abbastanza facile immaginare che chi detenga depositi  bancari oltre i 100mila euro non siano tanto i grandi risparmiatori (che hanno accesso a fonti di gestione del patrimonio più efficaci rispetto al mero deposito bancario), quanto le aziende, che sul conto corrente depositano le quote salari da versare ai dipendenti.

Come può sembrare a prima vista, e come ripetuto ininterrottamente da ogni parte, questa non sarebbe che una misura di equità, volta a far pagare il naturale rischio di impresa (e perciò di investimento) a chi voglia affidare i propri capitali a gestioni malaccorte.

Eppure sono da notarsi alcuni fatti rilevanti ed ineludibili.

In primo luogo, se è vero che non si possono lasciare impunite le gestioni inefficienti, favorendo sistemi in cui queste possano sentirsi libere da eventuali sanzioni, è pur vero che l’azionista è capace di gestire la gestione di una banca più de jure che de facto, anzi, a volte neanche de jure.

Come noto, non tutto il capitale azionario ha facoltà di incidere sulla gestione, si vedano infatti le azioni di risparmio (prive di diritto di voto in assemblea) o le azioni privilegiate (che, in cambio di privilegi sui dividendi, rinunciano anch’esse a parti dei propri diritti gestori). Si veda poi anche, tra il capitale di azioni ordinarie, quelle che stabilmente fanno parte del flottante di quotazione, per natura escluso dal coinvolgimento sulla gestione, e le azioni ordinarie detenute per chiari fini di investimento, da soggetti quindi tendenzialmente disinteressati o poco propensi a immischiarsi nella gestione dell’impresa bancaria.

Questo fenomeno è ben noto nel sistema capitalistico e crea generalmente una dissociazione proporzionale alla grandezza della società quotata tra proprietà e gestione. I proprietari (gli azionisti), più è grande l’impresa, sono sempre meno coinvolti nella sua gestione, cosicché il management diviene sempre più autoreferenziale.

In secondo luogo, è da escludersi decisamente che l’impresa bancaria sia un’impresa assimilabile alle altre.

Ad ess,a non per caso, è destinata tutta una disciplina speciale assente per le comuni imprese industriali o di servizi, e questo perché l’impresa bancaria è un’impresa di schietto interesse pubblico, fondandosi sulla raccolta pubblica del risparmio. Che esso sia raccolto tramite depositi della clientela o tramite sottoscrizioni obbligazionarie poco rileva per l’essenzialità economica del fatto, al fine di destinare tali risorse al finanziamento di famiglie e imprese.

Che perciò sia lecito che si possano decurtare a cuor leggero i valori di uno Stato Patrimoniale passivo di una banca, come si potrebbe fare nel caso di un’impresa che, avendo puntato su di un investimento sbagliato, è costretta a dichiarare fallimento, è un fatto quanto meno dubbio.

Si aggiungano a queste considerazioni i danni per i risparmiatori, il cui interesse, almeno a parole, sarebbe costituzionalmente garantito da praticamente tutte le Costituzioni europee, i danni indiretti che potrebbe subire il sistema da una serie di crack bancari e il conseguente disgregarsi della fiducia che regola il tessuto finanziario (vedasi i costi enormi del mancato salvataggio di Lehman Brothers, capaci di innescare una recessione globale).

Una soluzione evidente sarebbe riformulare gli attuali sistemi, in vista non di amplificare le perdite dei risparmiatori (che non è certo un buono stimolo per il management a non attuare politiche che possano portare la banca al dissesto), quanto di aumentare la responsabilità degli amministratori.

E’ cioè possibile che si possa progettare un complesso sistema di perdite per i risparmiatori in caso di dissesto, senza che siano intaccate retribuzioni e bonus per i manager? E’ così difficile immaginare un sistema che blocchi e sterilizzi tali benefit?

Ancora, attualmente, per svolgere ruoli di direzione ed amministrazione in banche e società, sono richiesti requisiti di onorabilità e professionalità stabiliti dagli organi di vigilanza; sarebbe così assurdo pretendere, al fine di scongiurare fenomeni di moral hazard, che, in caso di dissesto, il management incapace perda sine die, oltre che i propri benefit, tali requisiti?

C’è ancora poi da fare qualche considerazione di maggior importanza.

E’ possibile che della convenienza o meno di intervenire in un frangente di crisi debba giudicare un ente estraneo alle vicende della nazione e della comunità che sara interessata da quel fatto di crisi?

Non dovrebbe essere l’autorità sovrana a decidere della convenienza, economica e sociale, di come gestire un grave dissesto economico, capace di interessare i propri risparmiatori e il proprio apparato produttivo?

Dietro l’unione bancaria, ma verrebbe da dire in fronte, tanto è scoperto e manifesto questo progetto, non sta altro che un altro formidabile colpo di piccone al principio di sovranità, mosso a tutela di un mondo dell’economia che si vorrebbe autoreferenziale e slegato, in nome di una, solo presunta peraltro, maggiore efficienza, da quello della politica, dalla politica di intere nazioni europee che si dovrebbero far quindi dettare la linea da organismi, “meccanismi”, meramente autoreferenziali.

Se il problema descritto era quello del moral hazard, dell’azzardo morale, sicuri che un meccanismo sia più efficace di una valutazione sovrana?

Se il problema descritto era tutelare il contribuente, sicuri che la soluzione sia un meccanismo che renda obbligatorio l’azzeramento del valore del risparmio?

Se il problema era la responsabilizzazione della gestione, sicuri che non prevedere nessuna sanzione per il manager sia la via più adeguata?

Sicuri?