Le facoltà umanistiche tra produttivismo e scorie sessantottine

Le facoltà umanistiche tra produttivismo e scorie sessantottine

La scelta del Comitato di Direzione di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano di approvare un piano di riforma rivoluzionario degli appelli e delle sessioni di laurea ha negli ultimi giorni suscitato una marea di proteste tra gli studenti della facoltà. Rabbia e sconcerto si sono riversati sui social network, indirizzandosi verso i rappresentanti degli studenti, accusati di aver opposto una blanda resistenza nel corso della votazione, quando non di aver avallato direttamente alcune scelte contestate.

La riforma è costituita da due punti salienti e riguarda tutti i corsi di laurea afferenti alla Facoltà di Studi Umanistici, che a Milano raggruppa i dipartimenti di Filosofia, Studi storici, Beni culturali e ambientali, Lingue e letterature straniere e Studi letterari, filologici e linguistici.

Il primo consiste nella riduzione del numero di appelli annuali da 10 a 6. La rivoluzione è stata motivata da alcune valutazioni riguardanti la scarsa serietà con cui gli studenti tendevano ad affrontare il proprio percorso di laurea. Fiduciosi della grande quantità di appelli disponibili per rimediare, tendevano a finire fuori corso in una percentuale troppo alta sul totale. Si è ritenuto così praticamente di dimezzare il numero di appelli d’esame, con l’idea di “costringere la gente a studiare”. La riduzione è ancora più notevole se si pensa che il programma di un qualsiasi laurea di Studi Umanistici prevede un numero di esami (di poco) superiore al numero degli appelli che saranno d’ora in poi disponibili nel corso dei 3  anni.

Il secondo punto riguarda lo spostamento delle sessioni di laurea, con la sessione straordinaria che passa a settembre, invece che a febbraio. Quello che conta, in questo caso, è la conseguenza implicita per le lauree triennali. La straordinaria a settembre significa la possibilità di iscriversi alla laurea magistrale solamente per coloro i quali riescono a laurearsi entro dicembre del quarto anno accademico. Con il sistema precedente, era possibile iniziare la magistrale sin da subito anche per coloro che si laureavano a febbraio. All’apparenza ciò non sembra comportare particolari cambiamenti, ma bisogna tener conto che spesso il periodo di laurea dipende più da decisioni insindacabili e dalle soggettive disponibilità dei professori, che dall’effettivo impegno degli studenti. In facoltà piene di studenti come Storia o Filosofia, spesso è difficile anche solo trovare un professore disponibile a fare da relatore, e questo a prescindere dall’argomento della tesi e dall’ipotetico voto finale. Poiché molti professori sono già impegnati con un alto numero di altri tesisti (a cui è stato, recentemente, anche posto un tetto massimo abbastanza basso), ritardi e slittamenti sono all’ordine del giorno e avere una sessione di laurea in meno può anche arrivare, in certi casi, a comportare la perdita di un anno senza particolari responsabilità dell’interessato.

Questa riforma, che vorrebbe combattere l’attuale inequivocabile situazione di degrado e lassismo totale che impera nelle facoltà umanistiche, è piena di storture e di rimedi peggiori del male. Invece di agire sulla natura stessa dello studio universitario umanistico, di ragionare sul suo distacco dal mondo del lavoro e sull’opportunità di continuare a far ammettere ai corsi orde di perditempo, queste modifiche non fanno altro che rendere la vita un poco più difficile a tutti, senza fare alcuna distinzione di merito, andando a tagliare in maniera lineare il numero di appelli e i tempi di laurea. Si tratta dell’ennesimo intervento all’insegna del risparmio e della pura semplificazione, che colpisce piani di studio e carriere in itinere, senza andare ad affrontare direttamente, ma aggirando, i gravi problemi che affliggono tutte le facoltà umanistiche del paese, rispetto a cui l’Università di Milano non fa eccezione. Non è altro che l’esempio particolare di una tendenza più generale, quella che vede al centro delle possibilità di ripresa economiche dell’Italia la necessità di risparmiare denaro e aumentare produttività e competitività in ogni campo dell’esistente. In secondo luogo, si tratta di un altro capitolo dell’aggiramento del problema dell’educazione universitaria di massa, che i dogmi sessantottini impongono non si possa tuttora toccare.

La caratterizzazione deflazionistica e produttivistica di questo insieme di norme è evidente. Ci saranno meno appelli, meno professori nelle commissioni di laurea (da 5 a 3), meno peso specifico alla tesi triennale (in una delle prime bozze, la proposta era di abolire la discussione degli elaborati triennali, limitando il tutto a una consegna online, con assegnazione di un voto e successiva proclamazione). In generale, l’impianto è retto dall’idea che all’università non si faccia abbastanza, che bisogni studiare di più, avere meno occasioni, meno tempo e più pressioni, nella convinzione che chi sarà bravo ce la farà, chi non sarà in grado andrà fuori corso e chi sarà sfortunato (ad esempio, avrà problemi fisici o difficoltà in famiglia) si dovrà arrangiare. E’ un’idea ormai diffusa abbastanza capillarmente nella classe dirigente del nostro paese (almeno a parole) e anche in una fetta della popolazione. Un’idea che fa il paio con l’auto-razzismo filo-tedesco o filo-tutto ciò che non è italiano e con la necessità di recuperare il senso della “durezza del vivere”, teorizzato dal non più di tanto compianto ex-ministro Padoa Schioppa. Senza entrare ulteriormente nel merito di questa tesi, dal retroterra filosofico ed economico molto forte e secolare, si può notare che quella che è una tendenza che si sta imponendo man mano in tutti gli ambiti del sistema-paese non ha fatto altro che allargare la sua applicazione al mondo universitario. Suonano strane, perciò, le proteste e le levate di scudi di molti studenti, anche sedicenti sostenitori di partiti che a questo sistema di pensiero hanno aderito sin dal governo Monti e dalla sua “necessità di tornare ad avere credibilità in Europa”. Sarebbe curioso se qualcuno sapesse spiegare come si possa stigmatizzare la nullafacenza altrui, magari imbottendosi di retorica anti-statale e sugli impiegati alle poste, per poi essere in prima linea a difendere sempre e solo il proprio personale orticello tranquillo. D’altronde, non ci si poteva aspettare altro: la liquidità e l’atomizzazione della società post-moderna ha incrementato la tendenza – quella sì, un po’ italiana – a “farsi li cazzi propria”, come direbbe il sen. Razzi. Bisognava pensarci prima, chi poteva, che questa tendenza generale avrebbe avuto effetti distorsivi in ogni ambito, compreso quello universitario, e che non sarebbe rimasto un pour parler per farsi fighi con la “responsabilità e la credibilità ritrovata”.

C’è di più, però. Questo insieme di norme ha, inoltre, la spiccata caratteristica di toccare i temi annosi delle facoltà umanistiche, per poi proporre soluzioni inutili e totalmente assurde, come la riduzione degli appelli. Quale sia il vero problema lo sanno tutti: le facoltà umanistiche sono da molte parti ritenute facili e di scarso appeal lavorativo, quando non dei veri e propri ammortizzatori sociali per indecisi o dei parco-giochi per annoiati. Purtroppo, tale caratterizzazione non è che non abbia proprio ragion d’essere, pur essendo obiettivamente ingenerosa sia nei confronti di centinaia di studenti molto validi e meritevoli, sia di professori di altissimo livello, spesso relegati al rango di ricercatori fino a ben oltre i 40 anni. Le facoltà umanistiche sono, però, percepite nella maniera suddetta a causa del lassismo totale in cui sono state lasciate negli ultimi anni a livello organizzativo. Dopo il Sessantotto, il 18 politico e i sit-in contro la meritocrazia, le facoltà umanistiche non hanno avuto il ritorno al buon senso, alla serietà e al pianeta Terra che ha caratterizzato le facoltà scientifiche e tecniche. I risultati si vedono oggigiorno: ingresso libero a chiunque, senza test e senza numero chiuso; piani di studio lasciati alla più totale libertà e casualità; generale livellamento verso il basso della difficoltà (licealizzazione), con il voto medio di molti esami che si aggira attorno al 27 e al 28; distanza più alta che mai dal mondo del lavoro e disoccupazione alle stelle dei laureati in questi campi.

Se la più grande questione del distacco delle lauree umanistiche dal mondo del lavoro è davvero complessa e chiama in causa l’intera tendenza storica dell’epoca attuale, sicuramente un passo in avanti per aiutare le facoltà umanistiche a non disperdere il loro patrimonio secolare sarebbe ripristinare i test di ingresso e il numero chiuso. Ciò metterebbe definitivamente in discussione, come già fatto in campo tecnico e scientifico, il dogma dell’istruzione universitaria di massa.

L’istruzione primaria e secondaria di massa è stata una delle più grandi conquiste della modernità, un fattore molto importante di avanzamento del benessere economico, di ascesi delle classi sociali più povere, di creazione di identità nazionali e collettive. L’istruzione universitaria di massa è, invece, un controsenso illogico, che ha portato soltanto alla suddivisione delle lauree in triennali e magistrali, rendendo scarso e semi-liceale il valore delle prime e favorendo la nascita di master e programmi post-laurea dai costi elevatissimi, per dare quella preparazione superiore alla media che le normali lauree triennali non forniscono affatto. L’istruzione universitaria non può per definizione essere appannaggio di tutti: se lo è, non è più studio universitario, è qualcos’altro e avrà per natura una molto minore considerazione. Così, oggi, a studiare alle facoltà umanistiche ci vanno folle di persone non interessate, perditempo, indecisi, gente che parcheggiata lì in attesa che la situazione economica migliori. Peraltro, lo stesso discorso finirà per valere anche per giurisprudenza, economia e scienze politiche, le cui lauree triennali hanno un peso specifico sempre minore per i medesimi motivi: mancanza di selezione, lassismo, basso livello e distacco dal mondo del lavoro.

L’università attuale, in specie in campo umanistico, lungi dal vedere l’instaurarsi di una vera meritocrazia (eterno nemico, chissà come mai, dei post-comunisti di ieri e di oggi), finisce per assumere un carattere sempre più censitario. Se la triennale è resa inutile dall’enorme quantità di gente che la possiede e dal suo basso valore intrinseco, a studiare finirà per andarci solamente chi può permettersi di pagare profumatamente un master all’estero o un programma post-laurea che supplisca a quel futuro che la laurea non garantisce più. Chi non ha abbastanza soldi, alle facoltà umanistiche tenderà sempre più a non andarci, che sia bravo o meno, per andare a guadagnare qualcosa per contribuire al bilancio familiare o per provare a entrare in facoltà più appetibili e lavorativamente più convenienti.

Limitare nettamente il numero di ingressi e porre un test selettivo per l’ammissione (sulla cui modalità effettiva, poi, si potrà anche discutere) aiuterebbe questi corsi di laurea a venire frequentati solo da gente veramente motivata, che abbia scelto consapevolmente questo indirizzo di studi e che si sia distinta per brillantezza, capacità logica e conoscenze nel campo. Ciò incrementerebbe il peso specifico di queste lauree, contribuirebbe a diminuire le code alla domanda della tesi e agli appelli e, di riflesso, agirebbe anche sull’impegno dei professori, al momento scarso proprio a causa del lassismo generale percepito in queste facoltà. Sarebbe anche più facile, per lo Stato, dare supporto mediante borse di studio a gente realmente meritevole e bisognosa di un aiuto economico per poter proseguire a studiare in un momento così complicato. L’equalitarismo massificante del ’68 ha fatto il suo tempo ed è ora che, in maniera chiara e tonda, si dica che ha fallito e che si deve andare oltre le sue utopie massificanti e livellatrici verso il basso della cultura e dell’istruzione del nostro paese.