Noi, Evola e la Tradizione

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“Per comprendere sia lo spirito tradizionale che la civiltà moderna quale negazione di esso bisogna partire da un punto fondamentale: dalla dottrina delle due nature. Vi è un ordine fisico e vi è un ordine metafisico. Vi è la natura mortale e vi è la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’essere e vi è quella infera del divenire. Più in generale: vi è un visibile e un tangibile e, prima di là da esso, vi è un invisibile e un non tangibile quale sovramondo, principio e vita e vera”.

Questo è l’incipit di “Rivolta contro il mondo moderno”, l’opera maggiore di Julius Evola (1), l’autore che, a partire dall’inizio del secondo dopoguerra del XX secolo, ha esercitato una notevole influenza sugli ambienti della destra radicale italiana ed europea.

Dalla lettura di questa affascinante premessa, chi scrive – all’epoca giovane militante del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano – fu portato a coltivare un certo interesse nei confronti del concetto di Tradizione e, nel contempo, a considerare la lotta politica alla luce della contrapposizione fra due categorie irriducibili: modernità e Tradizione.

Per non parlare dell’altrettanto affascinante riferimento alla romanità, descritta come la realizzazione storica di nobilissimi concetti e principi quali la lealtà, la disciplina, il coraggio, il senso del sacro, dell’onore e del limite, il rigore morale, la sobrietà. Insomma, quell’opera – non la sola, non possono essere dimenticati, infatti, un paio di altri testi marcatamente “politici e formativi”: il pamphlet “Orientamenti” (del 1950) ed il saggio “Gli uomini e le rovine” (del 1953), entrambi finalizzati a tracciare le linee di una ricostruzione politica ed esistenziale fondata sulla Tradizione – rappresentava uno sprone a compiere lo sforzo di differenziarsi, di tendere ad essere un tipo umano superiore, ovvero capace di non conformarsi alla mediocrità imposta dalla mentalità democratica, liberale e progressista. La scelta di schierarsi in quello che chi scrive identificò come il “fronte dell’essere” (opposto a quello di un caotico e indefinito divenire) fu istintiva, e dettata da quell’entusiasmo giovanile tanto naturale e necessario quanto molto bisognoso di affinamento.

Nel lungo e impegnativo percorso di ricerca e di formazione, si fece insistente la necessità di approdare ad un risultato, ossia individuare cosa concretamente fosse la Tradizione. In questo, l’opera di Evola non fu di grande aiuto, anzi, più la si leggeva e meno si comprendeva quale potesse essere l’approdo: la ricerca del sacro, di preciso, a cosa doveva condurre? Ad una sorta di individualistico “fai da te”, oppure a percorrere una qualsiasi “via tradizionale” conosciuta o da scoprire? Quello che, invece, davvero importava e, in fondo, si desiderava era individuare l’autentica via che conduce alla Verità, ovvero alla ragione ultima che dà senso ad ogni cosa.

Per quanto possa sembrare paradossale, Julius Evola – personaggio complesso ed eclettico, certamente maldisposto nei confronti del cristianesimo e propugnatore di un inaccettabile esoterismo iniziatico (2) – con quel suo incipit ha fatto approdare chi scrive (e diversi altri camerati) al cattolicesimo romano. Le vie del Signore sono infinite …

Cosa devono alcuni di noi a quell’autore? Certamente la scoperta della dimensione reale dello scontro in atto, il quale non è limitato alle mere vicende umane sottoposte all’incedere del tempo ed al mutare delle passioni, bensì immensamente più grande e riflesso di un dramma metafisico. Avremmo potuto arrivarvi in altro modo, percorrendo altre vie? Certamente sì, ma a noi capitò di incontrare l’opera di Evola.

Fausto Gianfranceschi e Primo Siena hanno concordemente riconosciuto che la lettura delle sue opere (di Evola, ndr) costituì, per i cattolici partecipi della milizia politica in precedenza evocata, una positiva occasione per l’approfondimento di una cultura anti-illuministica e per la valorizzazione antropologica di canoni eroici e aristocratici, rappresentativi del naturale sostrato di una fede autentica, non contraffatta nelle pose snaturanti di un pauperismo pseudo-evangelico. Ispirandosi ad una intransigente difesa dei principi tradizionali, i “Figli del Sole” (3) compirono un decisivo salto di qualità dalla politica fine a se stessa o tutt’al più intesa come rivendicazione del passato fascista, alla politica intesa come puro riflesso, nel contingente, di valori trascendenti la mondanità secolarizzata. Questo “salto” risulterà poi un fattore esistenzialmente determinante nel permettere la conversione al cristianesimo di molti evoliani, attraverso una cerca personale che durerà, a seconda dei casi, anni o decenni” (4).

L’approdo alla fede cattolica, splendidamente compendiata dal magistero di San Tommaso d’Aquino, è stato la logica conclusione di una ricerca del sacro e del vero, che solo in Gesù Cristo può trovare il suo pieno compimento. La chiamata del Signore alla conversione ed a schierarsi sotto il suo stendardo (sub Christi vexilli regis militare gloriamur) è venuta, dunque, attraverso il fascino suscitato dal concetto di Tradizione del quale è stato doveroso cercare il vero significato.

E siccome la Tradizione altro non è che Verità, logos, spiegazione del senso della vita e dell’esistenza delle cose, arrivare a Gesù Cristo incarnazione del logos – una volta fatti i conti con la constatazione dello stato di crisi in cui versa la Chiesa, attaccata dall’infezione modernista e progressista – non è stato troppo difficile.

In conclusione, crediamo di poter affermare che l’opera di Evola, nonostante alcune pregevoli analisi ed indicazioni, presenta delle decisive difficoltà che non esitiamo a chiamare controindicazioni. Come sostenuto dal Prof. Paolo Rizza, infatti, la totale estraneità e avversione del pensatore romano al “realismo metafisico che rappresenta il cardine della philosofia perennis del cattolicesimo”, costituisce un grave ostacolo a “cogliere nella fede cristiana la sorgente viva e originaria dell’autentica Tradizione”. Accanto a questo importantissimo aspetto, ve ne è un altro impossibile da trascurare. Ci riferiamo alla contraddizione riscontrabile tra la radice soggettivista – dunque moderna – del pensiero evoliano e l’opposizione dell’autore alle realizzazioni storico-politiche della modernità (5). L’uomo evoliano non si sottomette al Dio personale, trascendente e creatore, non si subordina all’ordine oggettivo da questi stabilito, bensì cerca in se stesso la fonte della verità auto-divinizzandosi. Questo pone Evola nel solco della modernità antropocentrica, l’esatto opposto di quel mondo della Tradizione del quale egli si è voluto fare alfiere (6).

A proposito del difficile rapporto di Evola con il cristianesimo, ci pare, infine, opportuno riportare quanto scritto da Luca Gallesi in un suo recente articolo: “… il giudizio severo, di condanna inappellabile, contro la religione cristiana si sarebbe poi smussato col tempo, e, nella maturità, Evola non si sarebbe stancato di suggerire, a molti discepoli assetati di spiritualità, di seguire la religione cattolica, molto più vicina a quella che chiamava la Tradizione di quanto non fossero le logge massoniche o i gruppi teosofici, liquidati dallo stesso Autore come inutili quando non addirittura diabolici.” (7). A chi scrive non risulta che Evola si sia convertito alla fede cattolica, tuttavia resta nei confronti del pensatore romano una sorta di debito morale, che ci porta a sperare che egli si sia infine convertito, riconoscendo in Cristo l’incarnazione di quella Tradizione che, seppur in maniera ambigua, tanti giovani ha invogliato a conoscere e ad amare.  

Note

  1. Giulio Cesare Andrea Evola (Roma,1898 – 1974), di nobile famiglia siciliana. La prima edizione di “Rivolta contro il mondo moderno” è del 1934.
  2. L’esoterismo è inaccettabile in quanto si fonda sulla convinzione che le verità essenziali sul senso dell’esistenza sarebbero accessibili solo a pochi “iniziati” e irrimediabilmente nascoste alla maggioranza degli uomini. Il magistero cattolico-romano, invece, afferma che quelle verità (l’esistenza di Dio, la conoscenza della natura umana, il senso della vita) sono accessibili a tutti gli uomini capaci di un uso retto della ragione e disposti ad accogliere la Rivelazione ricevuta, custodita e trasmessa dalla Chiesa Cattolica Apostolica e Romana
  3. Corrente costituitasi all’interno del Movimento Sociale Italiano negli anni cinquanta del XX secolo e così denominata, in maniera quasi irridente, dai suoi avversari interni; tra principali esponenti dei “Figli del Sole” ricordiamo Enzo Erra, Pino Rauti, Clemente Graziani, Fausto Gianfranceschi, Fausto Belfiori, Giano Accame, Primo Siena, Silvio Vitale, Vanni Teodorani, Roberto Melchionda, Piero Buscaroli. Per un approfondimento rimandiamo il lettore al libro scritto da Sergio Pessot e da Piero Vassallo, intitolato “I Figli del Sole”, edito da Novantico. La presenza di cattolici tra i giovani del MSI attenti alle indicazioni di Julius Evola, non deve stupire. Vi sono, infatti, alcuni scritti del pensatore romano espressamente dedicati ai giovani militanti, che possono essere totalmente sottoscritti da ogni cattolico non contaminato dal progressismo dilagato nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II; uno di questi è il “Messaggio alla gioventù”, pubblicato nel 1950 dal foglio “I Nostalgici”, che segnò l’inizio della collaborazione tra Evola ed i giovani del MSI. Il neo-paganesimo professato dal pensatore romano, però, finì col costituire l’ovvio ed invalicabile ostacolo alla prosecuzione della collaborazione tra Evola ed militanti cattolici.  
  4. Brano tratto dal saggio di Paolo Rizza, Julius Evola Antimoderno o utramoderno? Edito da Solfanelli.
  5. Secondo il massone Giancarlo Seri “… le idee di natura socio-politica di J. Evola sono mutuate storicamente dal vissuto più che dal pensato e, a nostro avviso, è per questo motivo che hanno ricevuto valutazioni spesso eccessivamente negative. Invece, i principi di natura iniziatico – spirituale, che sono alla base dei suoi scritti, risultano essere, soventemente, molto distanti da quegli atteggiamenti del totalitarismo che, dal 1920 al 1945, orientò la vita e la giovinezza non solo del nostro personaggio ma di tutto il popolo italiano.” (Tratto dalla presentazione del “III Convegno sulla Tradizione italico Mediterranea – L’eredità di Julius Evola”, organizzato dall’Antico e Primitivo Rito di Memphis e di Misram e svoltosi a Roma il 29 novembre 2014).
  6. Secondo il Prof. Paolo Rizza “l’opera evoliana è stata caratterizzata da una paradossale e ardua coesistenza tra l’accettazione delle occulte radici esoteriche del mondo moderno e il ripudio delle sue conseguenti proiezioni storico-politiche”. Mentre per Luca Gallesi “Evola aveva il dichiarato obiettivo di portare alle estreme conseguenze le premesse della filosofia idealista andando, come dice il titolo del suo saggio, «oltre Nietzsche»: se il mondo è una creazione dell’Io, allora deve essere possibile operare concretamente per modificare quella che percepiamo come realtà.” (Tratto dall’articolo di Luca Gallesi intitolato Quando Evola cercava l’Io “oltre Nietzsche”, il Giornale del 19 gennaio 2016).
  7. Ibidem