Popolo, sei ‘na monnezza

Popolo, sei ‘na monnezza

“Aoooo popolo, ma che te sei messo in testa? Ma che vói? Vói comannà te? E chi sei? Sei Papa? Sei Cardinale? O sei Barone? Perché se non sei manco Barone, chi sei? Sei tutti l’altri, e tutti l’altri chi so’? Risponni, risponni a me invece d’assartà li castelli, chi so’, so l’avanzi de’ li Papi, de’ li Cardinali, de’ li Baroni, e l’avanzi che so’? So’ monnezza, popolo sei ‘na monnezza! E vói mette bocca? Ma se non c’è nessuno che te dice la mattina quando t’arzi quello che devi fa’, dove sbatti la testa? Che ne sai? Sei annato a scola? Sai distinguere il pro ed il contro? Tu non sai manco qual è la fortuna tua… perché sei ‘na monnezza, ma resti pulito perché nun c’hai le responsabilità, vattene a casa popolo! Vattene a casa va’!”

Il popolo è immondizia, diceva cinicamente il frate Alberto Sordi nel film di Luigi Magni, “Nell’anno del Signore” (1969).

Chissà che in quelle parole, urlate nel film da un fraticello, non vi sia una verità incontestabile.

Un popolo di Santi, poeti e navigatori, si diceva un tempo. Di quell’italica stirpe, capace di scrivere gloriosamente intere pagine di storia, non rimane che un flebile ricordo.

Mi pesa, non poco, scrivere queste parole. Sin da bambino, nutrivo una profonda ammirazione per gli italiani. Un popolo in grado di superare le avversità, di essere artefice del proprio destino. Poi si cresce. Tanti falsi miti, alimentati da una certa propaganda, iniziano a sciogliersi come neve al sole e quello che  rimane tra le mani è una poltiglia nauseabonda fatta di fango e impurità: sporca, reale, poco piacevole.

Ma perché –  chiederà qualcuno – tanto astio e tanta acredine. I motivi sono molteplici. Basta sviscerarne alcuni per capire come quello italico sia un popolo inconsistente tanto a livello ideologico, quanto a livello etico e morale. Un popolo assopito, narcotizzato dalla futilità e distratto dalla banale mediocrità imperante.

Ma, analizziamo più da vicino questo punto. L’elemento cardine di molte crisi contemporanee può essere ricercato – oggi più che mai – in quella deriva morale giunta, probabilmente, ad un punto di non ritorno. In Italia, continuiamo a riempirci la bocca con parole decisamente “inflazionate”, quali libertà e democrazia. Quella stessa democrazia che, per il suo originario significato etimologico, presuppone la presenza di individui capaci di dar vita ad un’entità chiamata popolo, in grado di organizzarsi, in maniera più omogenea possibile, ponendo in essere  e valorizzando la propria autodeterminazione in ambito politico e civile. Tuttavia, il demos (il popolo), allo stato attuale, non è per nulla avvezzo a quel tanto agognato modello associativo, anzi, è fortemente incline alla frammentazione. E qui, si aprirebbero scenari cruciali sul valore della “démos-cràtos” e sulle sue implicazioni in campo civile e politico: concedere quella tanto decantata sovranità al popolo, quando esso non ha la facoltà di esercitarla, perché impantanato in un egoismo individualista, potrebbe dar vita ad una vera e propria aberrazione civile, antitetica con i più basilari principi democratici. Ma questa è un’altra storia.

L’ individualismo, in questi ultimi decenni, ha preso vita con un’aggressività e un’arroganza difficili da immaginare. Qualcuno potrebbe pensare che, tutto ciò, sia un’inevitabile conseguenza del “benessere” e del progresso, un elemento proprio di una società contemporanea che è strutturalmente distaccata da concetti solidaristici e da quei valori ancestrali che hanno plasmato secoli di civiltà occidentale.

Non è un caso che la stragrande maggioranza delle persone, in questo paese, sia pronta ad innalzare le “barricate” – e non sempre – solo quando vengono colpiti i propri interessi personali, non quelli della comunità. Basta una piccola ingiustizia o la messa in discussione di un privilegio, ed eccoli pronti, come una nuova Armata Brancaleone, a scendere in piazza – ovviamente se non gioca il derby! – e ad opporsi “strenuamente” alla decisione ritenuta “impopolare”. Come è facilmente intuibile, se la stessa ingiustizia, o una ancor più grave, riguarda altri, al massimo possono solidarizzare con squallidi convenevoli di circostanza.

Questo individualismo opportunista e materialista, prevaricatore e aggressivo, è, tuttavia, disposto a soggiacere a quel dominio liberticida imposto della logica consumistica. Esso si interseca e corre parallelamente  con l’ombra di una società priva di valori etici che fungano da collettore al raggiungimento di un’”utopica” giustizia sociale. Elementi basilari di una società civile, come il rispetto per il prossimo, l’uguaglianza sociale, la solidarietà, ma anche un’ empatia intesa come visione solidaristica tra cittadini, risultano essere principi misconosciuti alle masse.

Ad ulteriore prova di quanto detto finora, in un’ottica di becero materialismo, vi è un altro elemento caratterizzante della  subcultura popolare nostrana: tra molti italiani aleggia un diffuso senso di invidia e di competizione nei confronti di chi possiede un “euro in più” di loro. Ma, oltre una certa “soglia” di ricchezza, tale atteggiamento ostile muta in un vero e proprio senso di ammirazione. Lo “straricco”, in questo paese insulso, viene, spesso, “venerato” alla stregua di una divinità. È lo specchio di un popolo mediocre, di una nazione alla deriva che vive, ormai, di luce riflessa. E non importa se, ad emanare quella luce, siano personaggi grotteschi o perfino “sinistri”. Calciatori, attori, veline, componenti del cosiddetto mondo dello spettacolo rappresentano i giocattoli di un “popolo bue”, ottuso, incredibilmente infantile! Da quel vetusto “panem et circenses” di romana memoria, almeno in Italia, poco o nulla è cambiato! E i media che continuano a presentare questo “esercito di nullità” come eroi, anzi come i “soli” eroi possibili.

Ammettiamolo, dovremmo vergognarci della nostra nazione: di una classe dirigente impreparata e collusa, che ha sempre badato al proprio interesse e di un popolo tremendamente ingenuo e immaturo, molto spesso sprovvisto degli strumenti culturali e motivazionali necessari per opporsi alle decisioni di una minoranza più determinata e istruita.

E, intanto, in un clima di surreale banalità, assistiamo apaticamente alla creazione di nuove “ideologie” contrapposte, capaci di innescare pseudo-dicotomie, funzionali al subdolo operato messo in atto da chi ha interesse nel distrarre le già inebetite masse, da sempre “avvezze” a soggiacere a quel dominio dispotico mascherato, grossolanamente, da democrazia. Questo potere politico-mediatico è forte, organizzato, arrogante, ha grande capacità: è la logica della distrazione delle masse, del pensiero unico, delle false fazioni ideologiche, della guerra fra poveri, del “divide et impera”; il resto, poi, è plasmato dal naturale, stolto cinismo machiavellico italiano, alimentato, spesso, da quella triste sinistra intellettuale che cerca di celare il suo conformismo politico sotto una coltre di sbiadito “anticonformismo de’ noantri”.

Lo diceva anche Alberto Sordi nell’Anno del Signore: “Popolo, sei ‘na monnezza!“. Era però un povero frate e non un radical- chic di sinistra a proferire tali parole!

Popolo sei ripugnante! Ricordalo.