Vandea, un genocidio liberale

Vandea, un genocidio liberale

Considerata come la madre di tutte le rivoluzioni democratiche e liberali, fin da subito la Rivoluzione francese ha chiaramente mostrato un gravissimo cortocircuito tra gli ideali ed i principi che trionfalmente affermava e l’azione, durissima e sanguinosa, condotta nei confronti di tutti coloro che a quegli ideali tanto sbandierati ed osannati non credevano.

L’intera popolazione della Vandea fu accusata e condannata a morte senza possibilità d’appello, scientificamente sterminata per la sola colpa di non voler accettare una sedicente repubblica che, con i suoi vaneggiamenti e stravolgimenti, andava a sovvertire il quieto vivere che da sempre aveva caratterizzato quei luoghi e che, probabilmente, caratterizzava tutta la Francia. Il dipartimento di Vandea, quindi, è il luogo presso il quale la nuova Francia repubblicana – illegale, criminale e feroce – getta via la maschera per mostrare definitivamente il suo autentico volto, disumano e crudele.

In questo articolo, si vuole dimostrare che gli eccidi compiuti dall’esercito repubblicano nei confronti dei vandeani – saranno in 600.000 ad essere trucidati -, che l’efferatezza e la brutalità di cui si macchiarono le colonne infernali sono da interpretare come l’efficace esecuzione di un piano di sterminio concepito e formalizzato  nelle democratiche sedi istituzionali della neonata Francia repubblicana.

Il primo documento di aperta denuncia che rivelò il preciso piano di sterminio è stato il pamphlet scritto dal comunista Gracchus Babeuf,  La guerra della Vandea ed il sistema di spopolamento, una fonte coeva, dato che Babeuf era contemporaneo ai fatti. L’opuscolo di Babeuf, scritto nel dicembre del 1794 – vietato e distrutto dopo qualche mese dalla sua stesura – venne ritrovato quasi per caso circa duecento anni dopo da Jean-Joël Brégeon, uno studioso di storia locale che stava lavorando sull’affaire Jean-Baptiste Carrier, il responsabile degli eccidi perpetrati a Nantes.

In esso, l’autore, protagonista qualche anno dopo della cosiddetta congiura degli eguali, sostiene che sia i mandanti che gli esecutori del governo repubblicano fossero pienamente consapevoli di quello che si stava compiendo, ovvero un genocidio, e accusa Robespierre quale principale artefice della strategia di spopolamento della Vandea, in quanto terra abitata da popolazione non assimilabile agli ideali rivoluzionari.

Babeuf illustra, inoltre, la visione sociale selettiva di Robespierre, il quale avrebbe insistito a diversificare i francesi in “buoni” e “cattivi”; questi ultimi, ovviamente, erano identificati con i sacerdoti refrattari, gli antirivoluzionari ed i contro-rivoluzionari. Pare che la Vandea dovesse servire come banco di prova per il territorio nazionale; una realtà, cioè, utile per operare una prima scrematura dei “non assimilabili”, per procedere successivamente ad un’eliminazione degli stessi dall’intera Francia. Le motivazioni di natura ideologica, a questo punto, venivano a collimare con quelle di natura economica: dato che il prodotto interno scarseggiava fortemente e risultava insufficiente a garantire le esigenze alimentari della popolazione, si poteva procedere all’eliminazione fisica delle “bocche inutili”.

Negli anni ’80, sarà poi Reynald Secher a ritornare sull’argomento, dedicandosi allo studio sulla guerra di Vandea sotto la guida di Jean Meyer, docente della Sorbona. Lo studioso francese dimostra che lo Stato aveva votato un consistente numero di provvedimenti in merito alla soluzione del problema dei non assimilabili di Vandea e che delle disposizioni precise fossero state assegnate alle truppe, le quali, del resto, si preoccuparono di portare a termine, efficacemente, le consegne.

Non si trattò di semplici massacri, dice Secher, ma fu un vero e proprio piano di annientamento programmato votato e realizzato dalla Convenzione. Il termine “sterminio”, prosegue Secher, si utilizzò già  a partire dal mese di aprile del 1793: fu il ministro Bertrand Barère, membro di quello spietato strumento del Terrore che fu il Comitato di Salute Pubblica, a parlarne per primo, in riferimento alla popolazione della Vandea. In seguito, la Convenzione votò delle leggi precise, tre in tutto:

– La prima, dell’ 1 agosto, contemplava l’annientamento fisico del territorio vandeano e la distruzione delle sue ricchezze, dei suoi abitanti, delle sue foreste, della sua economia.

– La seconda legge, dell’ 1 ottobre, ordinò lo sterminio di tutti gli abitanti del territorio insorto. Raccapricciante, in base a quello che dice Secher nell’intervista rilasciata sul n. 224 della rivista Cristianità, è il riferimento, contenuto all’interno di questa legge, riguardo alla massima cura nell’uccisione delle donne, definite “solchi riproduttori”, e dei bambini, perché sarebbero i “futuri briganti”; dagli archivi parrocchiali, lo storico ha avuto modo di verificare, infatti,  che fra il 70 e l’80 % delle vittime furono donne.

– Il terzo provvedimento, del 7 novembre determinava il cambiamento del nome stesso della regione, che da Vendée diventava adesso “Vengé”, ovvero il “dipartimento vendicato”.

Le ragioni dell’odio genocida

I vandeani si opponevano al progetto parigino della creazione di un uomo nuovo, di un mondo nuovo; privo di riferimenti religiosi, privo di umanità. Gli insorti, quindi, non sarebbero mai potuti diventare buoni repubblicani, perché uomini di seconda categoria, anzi forse nemmeno quello; provvedere alla loro eliminazione fisica, secondo la sanguinaria logica dell’ideologia giacobina, era dunque giusto.

Concludiamo, a questo punto, queste brevi considerazioni concentrando l’attenzione proprio sui fondamenti democratici che caratterizzavano la nuova configurazione costituzionale della Francia.

Occorre partire dal fatto che, già dando vita all’Assemblea Nazionale Costituente, i suoi membri  affermarono di incarnare una nuova condizione giuridica: questi, i Costituenti, non sarebbero stati più, infatti, i “delegati”, ovvero i rappresentanti del popolo convocati dal sovrano per discutere in merito alle riforme fiscali; costoro, da questo momento, si dichiareranno  deputati eletti dal basso, direttamente e liberamente scelti dalla volontà generale e popolare.

Così facendo, misero in atto un procedimento che rovesciò di fatto il carattere assoluto dell’istituto monarchico di diritto divino. Secondo Secher, dal momento che la Costituente rappresenta l’espressione della volontà popolare, il massacro di Vandea costituisce, infatti, il primo, e probabilmente unico, momento in cui uno Stato legittimato dal basso, il popolo sovrano, votò, ordinò ed eseguì lo sterminio sistematico di una parte di esso. Proprio per questo motivo, il genocidio di Vandea rappresenta un unicum all’interno della Storia: non si trattò di un solo individuo (il capo di un governo, un dittatore, un qualunque statista), né fu una fazione, a concepire lo sterminio, bensì dell’intera volontà nazionale, interpretata e rappresentata dai patriarchi illuminati del liberalismo ancora oggi imperante.

Bibliografia:

Reynalds Secher, Il genocidio vandeano, effedieffe, Milano, 1989.

Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, Mondadori, Milano, 1997.

Jean Dumont, I falsi Miti della rivoluzione francese, effedieffe, Milano, 1990.

Fulvio Izzo, I Guerriglieri di Dio, ControCorrente