L’obsolescenza programmata: il motore occulto della tirannia del mercato

L’obsolescenza programmata: il motore occulto della tirannia del mercato

Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare”

Niccolò Machiavelli

Il lettore valuti per un attimo su quanto tempo possa durare una lampadina accesa. Le risposte di primo impatto potrebbero essere magari dieci giorni, un mese o forse quattro mesi. Per l’esattezza, una comune lampadina può durare dalle 1000 alle 1500 ore che corrispondono a circa 30-50 giorni (1). Così, non di rado nelle nostre case capita di sostituire una lampadina esaurita con una nuova. Si consideri, quindi, per un momento, pure come nel tempo ci si sia abituati all’idea della normalità di cambiare una lampadina ogni due o tre anni.

Pochi, però, sono a conoscenza del fatto che esiste una singolare lampadina in California che è accesa incessantemente dal 1901, ovvero da 115 anni (2). Quindi, tale lampadina possiederebbe una vita di circa 850 volte superiore una equivalente comune (e la differenza si allunga di giorno in giorno).

Non è difficile rendersi conto che, se tutti possedessimo lampadine come quest’ultima, non avremmo più bisogno di cambiarne e comprarne di nuove, anzi, queste ci basterebbero letteralmente per una vita intera.

Obsolescenza Programmata. Storia e Nozione

La verità è che la lampadina è una delle prime vittime della cosiddetta “planned obsolescence”, l’obsolescenza programmata. L’obsolescenza programmata nacque insieme alla produzione di massa negli anni ‘20 dello scorso secolo, e via via divenne una strategia industriale sempre più dominante, in specie dopo il secondo conflitto mondiale, dove tale pratica è sbarcata nell’“autarchica Europa”. Successivamente, il fenomeno divenne mondiale, dopo l’abbattimento del muro di Berlino nel 1989.

Non si tratta qui di alcun genere di “complottismo”, l’obsolescenza programmata è qualcosa, oltre che di evidente, di dichiarato dagli stessi progettisti ingegneri e industriali. Questa sarebbe una politica economica indirizzata verso il fabbricare “consapevolmente” prodotti con un ciclo vitale limitato. Si tratta, quindi, di costruire merci volutamente predisposte per consumarsi, per logorarsi, per rompersi, quel tanto che basta perché non sia minata, però, la fiducia del consumatore, il quale si ritroverà costretto a ricomprare il bene deteriorato. Spesso, i prodotti sono progettati per guastarsi una volta scaduto il periodo di garanzia e sono realizzati in modo che la riparazione sia più sconveniente rispetto all’acquistare un nuovo modello. Questo porta ad una conseguenza ben chiara: se un oggetto si rompe, occorre comprarne un altro; se c’è bisogno di comprarne un altro occorre qualcuno che produca un tale oggetto.

Perciò, si intuisce che la detta obsolescenza programmata è il motore occulto del consumo e della produzione dell’odierno sistema economico. Un sistema che è costretto ad una continua accelerazione, che per sostenersi e per giustificarsi necessita appunto di una produzione e di un consumo semplicemente per “crescere” senza limiti. Vengono soddisfatte, così, sia la crescente domanda che la crescente produzione mondiale, forzando l’acquistare compulsivo, attività tipica della modernità.

Preferire la quantità alla qualità

L’esempio della lampadina sopra citato è soltanto esplicativo. Una lampadina potrebbe durare un secolo, ma se così fosse nessuno comprerebbe più lampadine e nessuno quindi produrrebbe più lampadine. Vendendo questa possibilità, negli anni ‘30 le maggiori case costruttrici di lampadine dell’epoca si accordarono per abbassare volontariamente nei nuovi modelli le ore di vita di una lampadina.

Oggi è notevole il numero di beni economici afflitti dall’obsolescenza programmata: smartphone, computer, stampanti, elettrodomestici, vestiario, attrezzi, cancelleria, confezioni, automobili e così via. Siamo oggi circondati da una moltitudine di oggetti che possiedono una correlazione con l’obsolescenza programmata. Invero, tali oggetti potrebbero possedere una maggiore “qualità”, una resistenza al logorio dettato dall’uso, una predisposizione alla longevità, con la possibilità, in caso di danneggiamento, che il prodotto possa essere riparato, anziché gettato via e comprato nuovo (3). Le regole del mercato, invece, impongono la “quantità”, la fragilità, la precarietà, l’immediato, l’“usa e getta”.

Il problema ambientale

La produzione e l’acquistare continuo, compulsivo, l’usa e getta, non possono che finire per cumulare montagne impensabili di spazzatura, la quale spesso viene ammassata in zone remote dell’Africa, lontane dagli sguardi dei consumatori. A questo si deve aggiungere, poi, tutto l’inquinamento dovuto all’elaborazione del bene, al trasporto e alla produzione, dove si sprigionano gas nocivi, scorie, materiali e sostanze di scarto. Al fine di animare questa enorme produzione, le industrie debbono sottrarre risorse in ogni luogo: si scava, si penetra, si deforesta, si prosciuga, si pesca e si alleva. Il pianeta, per via dell’economia moderna, si sta ecologicamente destabilizzando. Urge quindi chiedersi seriamente dove porterà tutta questa “crescita” nata dalle necessità futili dei popoli sviluppati.

L’obsolescenza percepita. Il ruolo della pubblicità e l’indebitamento

Vi era un tempo, non troppo lontano dall’attuale, in cui, quando qualcosa si rompeva, si aggiustava. Fiorivano botteghe di sarti, calzolai, fabbri, falegnami e altri mestieri dove molto sostentamento era ottenuto dal “riparare”. Oggi si è persa questa abitudine: quando un oggetto non funziona più, quando lo si è danneggiato, subito lo si sostituisce con qualcosa di nuovo, con un modello migliorato, senza pensare nemmeno di aggiustarlo. Dopo tutto, oggetti come i sofisticati computer, gli smartphone e così via, come si possono pretendere di aggiustare sia nelle componenti sia nel software? Questi richiedono una perizia specialistica e talvolta conviene acquistare il modello successivo, giacché si danneggia una componente volutamente “insostituibile” o comunque si fa in modo che i costi di riparazione incentivino l’acquisto di un modello nuovo.

Si è lasciato intendere che un articolo che non si deteriora sia un problema dell’economia, perché questo arresterebbe la crescita. Oltre alle considerazioni precedenti, questa nozione è vera perché, senza il continuo deterioramento dei prodotti, non possono sopravvivere né talvolta esistere tutte le strutture che gravitano attorno ad un bene che si desidera acquistare come centri commerciali, commessi, trasporti, operai, grandi impianti industriali, strutture che portano ad un potenziamento estrinseco del sistema stesso.

Tuttavia, questo non basta: oltre alla detta obsolescenza programmata, esiste l’obsolescenza percepita, che consiste nel gettare via qualcosa di ancora funzionante per sostituirlo con qualcosa di non necessariamente più sviluppato funzionalmente, ma che comunque risulti ai sensi, ad un primo impatto, più nuovo, più moderno, più efficiente.

Il mondo della pubblicità qui funge da protagonista primario, da piattaforma capace di creare nel consumatore un clima di pressione, di disvalore individuale nel caso non si possieda l’ultimo modello di un qualsivoglia apparecchio. Ogni giorno, l’uomo moderno viene bombardato costantemente da migliaia di annunci pubblicitari, tanto che esse divengono indifferenti alla vista (4). Vengono promossi prodotti, necessità e bisogni chiaramente inutili, ma, per via della ripetizione martellante dei messaggi, alla fine anche l’inutilità diverrà utilità. Un esempio può essere l’uscita di ogni modello di IPhone: pubblicità a tutto spiano, discussioni su previsioni di come sarà il nuovo modello, presentazioni attese con ansia, grandi file davanti ai negozi, tutto per acquistare un prodotto a un prezzo elevatissimo, che sarà comunque destinato a logorarsi, a rallentarsi, ad essere percepito come “vecchio”, quindi ad essere sostituito dopo uno o due anni.

Il consumatore non deve essere più “convinto”, ma “sedotto”, si deve far in modo che egli sia sempre insoddisfatto, instillando nella sua mente un bisogno. Anzi, il mostro della pubblicità si sposta anche oltre, quando si insinua nei pensieri inconsci, nella forma mentis dell’individuo, formando in esso aspirazioni distorte come “la felicità vera è possedere qualcosa di nuovo”; “io sono libero e felice solo se acquisto ciò che desidero”; “ho valore agli occhi degli altri solo se possiedo l’ultimo modello di X”.

L’uomo nel mondo nichilistico moderno ha perso ogni orientamento ed ogni significato e questi inutili oggetti vengono presentati dalle pubblicità come una possibilità di ottenere “valore”, uno status symbol, davanti agli altri. Nel momento in cui però l’oggetto che si possiede viene “superato” da uno successivo, si perderà a mano a mano il valore che si credeva di possedere. Non sono più, quindi, le virtù a far grande un uomo, ma si declina il valore ad un semplice oggetto esterno, acquistato. Oggi “benessere” non significa più stare in salute, ma si dirige verso prospettive pericolose, quando si tenta in tutte le maniere di essere appagati con il possedere i più disparati ed inutili oggetti di consumo. Oggi si consuma 26 volte in più rispetto alla media dell’Ottocento. Se “felicità” coincidesse davvero con “consumo”, allora l’uomo moderno dovrebbe essere 26 volte più felice rispetto a due secoli fa. Invece, le ricerche sostengono l’esatto opposto, ovvero che non ci sia stata mai, almeno negli ultimi decenni – ma non è rischioso credere anche negli ultimi secoli – un periodo così privo fiducia e di benessere.

Non si dovrebbero sottovalutare, quindi, le potenzialità e le insidie del complesso mondo della pubblicità. Statisticamente, anche chi versa in condizioni economiche precarie, quale non è difficile trovare nei tempi correnti, non rinuncia ad acquistare l’ultimo modello di smartphone o il più moderno televisore in HD o anche il divano con funzionalità multiple. Non ci si rende timidi nel chiedere prestiti per comprare cianfrusaglie che in fin dei conti non possiedono alcuna utilità fattiva, ma che anzi successivamente andranno a creare problemi logorandosi e infine rompendosi, oppure diverranno “vecchie” di fronte alla nuova uscita. I consumatori a quel punto possono solo lamentarsi e, mentre si lamentano, acquistano nuovi modelli e si indebitano, essendo ormai schiavizzati da un bene che si sono convinti rappresenti per loro una “necessità”. Ciò è potenziato dal fatto che nel mondo nasce un nuovo prodotto ogni tre minuti, ed ogni prodotto aspira ad essere una necessità, che tradotto significa un nuovo bisogno ogni tre minuti.

Decenni fa in una famiglia, anche numerosa, bastava il lavoro del solo padre per mantenersi. La madre poteva occuparsi intanto dei figli e della casa. Oggi, per colpa del complesso dell’obsolescenza programmata, gli individui sono costretti a spendere e spesso a indebitarsi (ovviamente, a questo fenomeno concorrono anche altre cause oltre all’O.P., come il femminismo), sicché anche la donna deve lavorare e spesso si fa fatica a sposarsi e a comprare casa, senza poi pensare a quanto sia difficile mettere su figli e mantenerli. Se ne conclude che su tutti i fronti l’obsolescenza programmata presenti benefici esclusivamente per il produttore e per il sistema bancario, il quale in larga scala approfitterà dei mutui.

Il problema del lavoro: l’obsolescenza programmata come schiavitù del mercato

Il mondo moderno nella sua presunzione crede di crescere infinitamente e ciò lo si ravvede in fenomeni come la cementificazione, negli impianti industriali sempre più impotenti, nei trasporti pullulanti, con treni, autocarri e navi container che scaricano merci da una parte all’altra del pianeta, mentre si espandono i servizi, gli impianti commerciali e le risorse energetiche si spendono in misura sempre maggiore. Questo mondo, per sostenersi e crescere, necessita di una forza lavoro sempre maggiore e si osservano così operai e impiegati sempre in aumento, come sono in aumento le loro ore di lavoro. Questo porta oscuramente il mondo dell’obsolescenza programmata ad un ambiente elettrico, dalle grandi strutture, illuminato, frenetico, pullulante, che non vuole, perché non può, perdere un secondo di tempo, in quanto questo andrà a discapito della produzione. Tutto ciò per rispondere ai ridicoli piccoli desideri delle masse, sempre meno uomini influenti dinanzi a questo cancro in espansione.

Secondo quanto precede, un crescente consumo porta ad una maggiore produzione. Di conseguenza, una maggiore produzione implicherà anche un maggiore carico di lavoro generale, sicché l’uomo moderno è costretto a lavorare sempre più (con paghe sempre in concorrenza al ribasso), schiavo della tirannia di se stesso, dei propri desideri prima che del mercato.

E’ proprio questo il punto più grave: le catene imposte dalla tirannia del mercato sono proprio i desideri di ogni individuo. Paradossalmente, oggi è un dato di fatto criticare i tempi antichi per l’uso della schiavitù o per i servi della gleba nell’epoca feudale, e al contempo ci si vanta nell’essere riusciti a conquistare un maggiore decoro e dignità del lavoro. Quello che però conviene notare è che, se nella storia è esistita una civiltà schiavistica di massa, questa deve richiamarsi proprio alla civiltà del capitalismo. Prima di questa, nessuna civiltà vide folle di uomini costretti ad un lavoro pedante, grigio, meccanico. Per gli uomini dell’epoca nichilistica attuale, però, le faccende del lavoro, che permette edonisticamente di “guadagnare per consumare”, in quanto consumare sembra l’unico modo per “essere”, divengono perciò di vitale importanza. Il fine ultimo è quindi il benessere attraverso il consumo e il consumo attraverso il cupo lavoro. È dunque questa vita materializzata, priva di riferimenti, dalle basse attitudini che snodano da un’esistenza che possa dirsi degna, che condanna l’individuo ad essere schiavo di un’oscura tirannia del mercato e per correlazione delle proprie smanie di consumo.

Prospettive su un sistema destinato ad autodistruggersi: La decrescita

Sull’obsolescenza programmata, e più in generale sul capitalismo, si è scritto che la sua “crescita” e la sua produzione presenta caratteri mostruosi. Il capitalismo si basa sulla crescita continua, ma basta solo pensare che è impossibile che un pianeta con risorse limitate si sviluppi all’infinito. La crisi del capitalismo giungerà in maniera matematica.

Ciò non può che essere confermato quando si rifletta sulla già accennata questione ambientale, dove si è ormai giunti ad una gravissima situazione di squilibrio dell’ecosistema globale; con il barbarico accaparramento delle risorse, presto il pianeta rimarrà privo di materie prime.

Per risolvere questo problema, si dovrebbe far capo, in genrale, alle teorie della decrescita. La parola ad alcuni potrà suonare altisonante, tuttavia prima o poi l’implosione del sistema capitalistico globale avverrà comunque. Meglio, pertanto, pilotare un simile processo, invece che involvere in una possibile anarchia susseguita ad un collasso dei mercati mondiali.

Decrescita significa soprattutto un cambiamento di paradigmi e di schemi mentali che sono oggi piuttosto radicati all’interno degli individui moderni. La gente dovrà divenire consapevole del fatto che “consumare” non significa “felicità”, che possedere l’ultima tecnologia o il comfort più agevole non è benessere e appagamento. Occorre un consumo responsabile, dove siano ben chiare le esigenze ed i bisogni primari. Il lavoro a quel punto dovrebbe essere prima di tutto finalizzato alla semplice necessità.

Quanto all’economia ci si deve indirizzare verso una produzione che tenga in stretta rilevanza l’ambiente che per primo ci dona le risorse a noi necessarie. Di conseguenza occorre un mutamento dei progetti dei prodotti. Questi debbono essere formati da materiali il più possibile ecologici, o quanto meno riciclabili. Si deve pure tornare all’usanza di riparare gli oggetti, senza la necessità di comprarne costantemente di nuovi o di più evoluti. I prodotti devono essere pensati, progettati e fabbricati non per guastarsi, ma per funzionare efficientemente e quanto più possibile nel tempo: solo allora la produzione e il consumo si vedrebbero costrette a ridursi.

Quanto alla concezione di civiltà, di grandezza e di dignità non se ne deve far sinonimo di progresso tecnologico, di efficienza del mercato o di benessere economico. Tali precetti si rivelano veritieri soltanto nella mente di certi politicanti o di accademici o intellettualoidi boriosi e bacchettanti. Nella realtà, occorrerà ribadire come la prosperità materialistica e i parametri economici altro non tradiscono che una mera natura ora animalesca ora economico-utilitaristica. Civiltà nel senso vero è forma, è Tradizione, è solidità delle istituzioni delle comunità e dei mores. Tutto il resto è illusione di una felicità “bestiale”, che matematicamente trascinerà sempre più l’uomo verso il vuoto.

Quando ancora si rivolgesse lo sguardo alle concezioni del lavoro e dell’economia del passato, si noterà che queste erano estranee a dispositivi come l’obsolescenza programmata e la “crescita infinita”. Non a caso, nell’antichità fino al medioevo, nessun valore economico meritò sforzi superiori all’occorrenza. Nella romanità, ad esempio, non si possedette un’ottica dell’investimento, del guadagno, del produrre sempre in maggiori quantità, ma piuttosto fu caratteristica una certa dose di frugalità fino ad arrivare anche ad una seppur timida avarizia. L’idea essenziale fu che il lavoro non doveva incatenare ed impegnare l’uomo nella sua totalità di modo che l’individuo potesse dedicarsi nel tempo libero dal lavoro all’otium, ovvero alle attività umane superiori quali la religione, la politica, la comunità, la famiglia. Tali consuetudini furono mantenute fino al medioevo, quando anche un semplice contadino aveva il doppio del tempo libero di un comune operaio di oggi che, oltre a affrontare più ore di lavoro, è continuamente indaffarato ad acquistare e a godere di ciò che ha acquistato.

Ora, quella lampadina del 1905 è una testimonianza vivente, perseverante, “luminosa” per così dire, di come sia ancora possibile un tipo di economia alternativo, che punti alla qualità della fattura, alla sostenibilità, alla durevolezza, di contro alle titaniche e cieche logiche di mercato odierne, che tradiscono lo scopo ultimo di schiavizzare l’uomo sotto l’anonima tirannia del capitale.

Note

(1) Anche se esistono delle eccezioni, come le lampadine a LED, che avrebbero una maggiore durata.

(2) Qui è possibile vedere la lampadina accesa in diretta http://www.centennialbulb.org/ (considerare che l’ora è indietro, per via del fuso orario). Oltretutto, questa vecchia lampadina paradossalmente è “sopravvissuta” a due moderne webcam, che si sono rotte prima di lei.

(3) Le calze di nylon sono un altro efficace esempio. Decenni fa esistevano modelli capaci di fungere da traino al posto di una corda fra due macchine. Oggi si rompono assai facilmente e le signore ne sapranno certamente qualcosa.

(4) Può capitare, a dimostrazione di ciò, che mentre si guarda la TV nemmeno ci si accorga che la pubblicità è iniziata, tanto si è ipnotizzati e assuefatti.

Videografia

https://www.youtube.com/watch?v=v3LMnJtrSvw