Deflazione, di fatto e di nome

Deflazione, di fatto e di nome

Per la prima volta, dopo tanto tempo, la stampa di regime chiama con il suo vero nome quello che sta succedendo. Non millanta più un semplice rallentamento dell’indice dei prezzi al consumo, ma ammette che siamo al cospetto di una vera e propria inversione di tendenza, ovvero di una diminuzione dell’indice dei prezzi al consumo, la deflazione per l’appunto.

Andiamo per ordine e partiamo però dalle “belle” notizie. C’è stato un ridimensionamento nella flessione dei beni energetici non regolamentati (benzina verde, gas GPL, gas in bombole, gasolio, gasolio per auto) ed una diminuzione dei prezzi dei servizi di trasporto. Grazie a questi due dati, l’indice su base annua segna un +0,1%. Ma se andiamo ad analizzare bene le tabelle territoriali rilasciate dall’ISTAT, scopriamo che in una decina di grandi città Italiane, come  Milano, Palermo, Ravenna, Perugia e Reggio Calabria, l’indice dei prezzi al consumo annuo è a crescita zero, mentre hanno segno negativo (e quindi sono ufficialmente in stato di deflazione) Verona con un bel -0,1%, Potenza e Trieste con lo -0,2% e, infine, il dato peggiore, Bari con -0,3%.

Questo accade perché i prezzi che vanno a incidere più pesantemente nel calcolo dell’inflazione sono quelli dei prodotti ad alta frequenza di acquisto, ossia i generi di prima necessità. Quello che viene definito in gergo “il carrello della spesa”. Infatti, i prezzi degli alimentari, del mantenimento della persona e della casa hanno avuto un calo dal +0,9% al +0,3%, su base annua. Questa brusca frenata rappresenta uno svantaggio per l’economia, che per ripartire necessita di un incremento dei consumi da parte delle famiglie. Maggior consumo che non può esserci in assenza di misure strutturali.

Purtroppo, però, la svalutazione dei salari è ancora in atto (grazie a Mario Monti). Se continuiamo così, l’inflazione (quella vera, quella utile) riprenderà ad aumentare tra un paio di decenni.

Nonostante questo scenario apocalittico, c’è ancora chi continua imperterrito a fare previsioni rosee, dando false speranze e falsi segnali ai mercati globali. Ad esempio, Christine Lagarde, numero uno del Fondo Monetario Internazionale, ha recentemente affermato che “La crescita c’è ma è tiepida perché la ripresa in atto negli Usa, in Europa e, in parte, in Giappone dovrebbe essere maggiore”, affermando, inoltre, che vi sarebbe “una crescita potenziale molto più alta rispetto a quella attuale che le economie emergenti stanno deliberatamente rallentando”. Poi, il direttore operativo del FMI inizia a tirare i numeri dicendo che “la crescita globale dovrebbe essere oltre il 3% quest’anno e un po’ più alta nel 2017”. I dati sembrano buoni, le previsioni sembrano essere incoraggianti. Sembrano. Infatti nel grafico sottostante, potete vedere quante delle previsioni fatte dal FMI si siano effettivamente realizzate.

GDP_2ndE_Q4_2015_chart5a

Previsioni Vs Reale  FMI – Tasso di crescita GDP mondiale

 

Brava Christine direi che 6 previsioni su 6 sbagliate sono una buona media. E pensare che, con ottime probabilità, verrai riconfermata a capo del FMI, fa rabbrividire dalla rabbia.

Eppure, non siamo in mano a degli incompetenti, questi sono tecnici! Gente che ha studiato, e ha studiato sul serio, l’economia. Qui l’incapacità non c’entra. Qui si tratta di un demone ben più grande, l’avidità di denaro e di potere.