Eco, l’Ur-Fascismo e l’odiata Verità

Eco, l’Ur-Fascismo e l’odiata Verità

Sul concetto di Ur-Fascismo

Umberto Eco – l’intellettuale scomparso lo scorso 19 febbraio, gloria del pensiero democratico e antifascista – ha il merito di aver coniato un termine che, se correttamente compreso e definito, ben si adatta ad individuare una concezione del fascismo capace di superare la sua mera esperienza storica, concretizzatasi soprattutto in Europa nel periodo compreso fra la I e la II guerra mondiale del secolo scorso.

Con il termine Ur-Fascismo – composto dal nome dell’antichissima città di Ur (Ur dei Caldei la biblica città mesopotamica, posta fra i fiumi Tigri ed Eufrate, da cui proveniva Abramo) e dal nome del fenomeno politico fondato in Italia da Benito Mussolini – Eco ha inteso identificare un elemento costantemente presente nella storia dell’umanità, indipendentemente dalla dimensione spazio-temporale (esiste sempre ed ovunque una certa tendenza fascista, capace di esprimersi in vari modi), irriducibile al pensiero moderno, fondato sul soggettivismo filosofico. L’Ur-Fascismo echiano è il fascismo eterno, che esiste da sempre e che sempre accompagnerà la vita dell’umanità.

Coniando questo nome – l’intellettuale democratico, che dal cattolicesimo militante, espresso sino agli anni dell’università, è approdato all’ateismo (1) – ha così trasformato etimologicamente il fascismo in una categoria meta-storica, facendogli superare gli angusti limiti spazio-temporali che l’avevano confinato nel cosiddetto “secolo breve”, dominato dal furore ideologico.

Umberto Eco ha scandito in quattordici punti i tratti che caratterizzano l’Ur-Fascismo da lui inteso, riuscendo solo in piccola parte ad individuare ciò che contraddistingue l’opposizione radicale alla modernità filosofica (2) ed alle sue realizzazioni politiche.

Volentieri, proviamo a delineare i tratti reali di un Ur-Fascismo rettamente inteso. L’Ur-Fascismo si caratterizza, innanzitutto, per una concezione che afferma il primato dell’essere sul divenire; per la chiara consapevolezza che vi è un ordine dato – oggettivo e stabilito da una realtà superiore e trascendente la natura umana – al quale gli uomini sono chiamati a conformarsi sia sul piano personale che sul piano sociale. Inoltre, l’Ur-Fascismo esprime un tipo umano contraddistinto da un comportamento preciso: l’ur-fascista è austero; essenziale; comprende il senso del sacrificio; sente il bisogno di conformarsi ad una legge e di compiere lo sforzo di elevarsi; avverte il senso del sacro e del limite; è animato da spirito combattente; non crede che la verità sia un prodotto della mente umana, bensì la ritiene scritta nella realtà che lo circonda, la quale è dunque da contemplare. L’ur-fascista sa che la verità è adaequatio rei et intellectus (adeguazione dell’intelletto alla cosa) e rifugge le astrazioni ideologiche frutto del soggettivismo filosofico, che pone l’uomo al posto di Dio. Inoltre, l’ur-fascista concepisce il principio di identità e non contraddizione come il cardine del retto pensare e del retto agire. Non a caso, uno dei padri del Sessantotto, Herbert Marcuse, chiamava fascista tale principio.

Il nome della rosa

Umberto Eco, vate del laicismo anti-cattolico per definizione, ha naturalmente e con ragione indicato nell’Ur-Fascismo l’eterno nemico della modernità.

Il romanzo più celebre dell’intellettuale alessandrino, Il nome della rosa (1980), è un’apologia della modernità basata sui più inflazionati luoghi comuni della “leggenda nera”, inventata dall’illuminismo, che presenta il Medioevo europeo, ossia l’epoca della Cristianità romano-germanica, come un periodo oscuro, dominato dalla religione cattolica e dalla sua concezione teocentrica, capace di informare l’intera vita del consorzio civile.

Guglielmo da Baskerville, il protagonista del romanzo – interpretato sulla scena cinematografica dell’omonimo film (1986) dall’attore britannico Sean Connery – è una figura del francescano Guglielmo di Occam (1285 – 1347), campione del nominalismo (3), antesignano del soggettivismo filosofico (4), su cui si fonda appunto la modernità. Guglielmo da Baskerville impersona il modello dell’uomo dotto ed emancipato, capace, in virtù delle sue convinzioni nominaliste, di risolvere e spiegare una serie di misteriose morti verificatesi all’interno di una importante abbazia dell’Italia settentrionale. Il tutto nel quadro di un confronto – in un ambiente tetro – con l’inquisitore domenicano Bernardo Gui (5), rappresentante dell’oscurantismo cattolico, caratterizzato dalla filosofia e dalla teologia del domenicano Tommaso d’Aquino (6).

Lo Sherlock Holmes in saio francescano riesce, dunque, a smascherare l’autore di un certo numero di delitti, il quale, per il timore che i monaci copisti benedettini venissero a conoscenza di un’opera di Aristotele sul valore dell’umorismo – cosa che avrebbe minato, a suo giudizio, il senso di paura su cui la religione baserebbe il suo potere sugli uomini – ha impregnato di veleno le pagine dell’opera stessa, dimodoché il malcapitato lettore, bagnando con la lingua il polpastrello del proprio dito per facilitare lo spostamento delle pagine, cadesse mortalmente vittima della sostanza tossica.

Dunque la capacità di ridere e di fare dell’umorismo, secondo Eco, sarebbe un nemico mortale della religione, la quale, per esistere ed esercitare il suo potere, deve poter contare sulla paura.  

Ora, nella Somma Teologica (7), San Tommaso afferma che, se l’umorismo vano e malizioso deve essere evitato, l’umorismo di suo è una manifestazione della razionalità umana che può persino essere virtuosa. Non solo: nell’assenza di senso dell’umorismo, si trova “un qualche peccato”, perché “tutto quanto è contro la ragione nelle cose dell’uomo è vizioso”, e mancare di umorismo significa spesso rivelarsi poco ragionevoli e “molesti agli altri”.

Il Nome della rosa è un inno al relativismo, per il quale la verità non esiste. E Guglielmo da Baskerville questa convinzione la esprime così: “l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità”.

Non è certamente intenzione di chi scrive proporre in questa sede un riassunto del romanzo per mostrarne tutti gli aspetti che lo rendono un’opera di carattere sovversivo. Preme solamente evidenziare come esso si collochi in pieno nel filone della peggiore polemica anti-cattolica, per nulla timorosa di far ricorso ai più beceri luoghi comuni di matrice illuministica, confutati tanto dal buon senso quanto dalla seria indagine storica.   

Eco e Buscaroli, a ciascuno il suo

A Umberto Eco – apostata ed esponente dell’Ur-Laicismo, inteso come profondo ed ostinato rifiuto di Dio e del Suo ordine – il mondo della cultura ufficiale e della politica, che oggi coincide con il regno di coloro che vivono come se Dio non esistesse, ha tributato gli onori che si devono ad un suo figlio ed apologeta; a Piero Buscaroli – lo storico della musica, il giornalista, lo scrittore, il coerente combattente che si considerava sopravvissuto della RSI in territorio nemico, il degno rappresentante dell’Ur-Fascismo –, scomparso solo quattro giorni prima, quel mondo ha, invece, riservato ciò che si è meritato: il silenzio che spetta a chi è, da quel mondo, rifiutato e ignorato. Un onore più grande di questo, a Piero Buscaroli, non lo si poteva tributare.

Note

  1. “Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la Gioventù di Azione cattolica, che sino all’università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi, pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare.” (Brano tratto dall’articolo di Vittorio Messori Umberto Eco da cattolico ad ateo, l’enigma del distacco dalla fede pubblicato dal Corriere della sera del 21 febbraio 2016).
  2. Con il termine “modernità” si identifica una concezione della vita fondata sul rifiuto della verità oggettiva, intesa quale spiegazione e regola dell’esistenza. Secondo tale concezione, non vi sarebbe, dunque, alcun ordine dato, naturale e soprannaturale, da rispettare, essendo tutto ad esclusivo appannaggio della volontà umana nel suo divenire storico. “La modernità è, concettualmente e storicamente, deliberata costruzione a far emergere l’uomo come unico protagonista della storia” (P. Giandomenico Meucci). “La modernità sostituisce al Dio personale e trascendente che regola il mondo, il concetto di uomo auto-regolatore. Ossia l’uomo come fine del mondo” (Romano Amerio).
  3. Il nominalismo è una concezione filosofica che nega l’oggettività delle nozioni universali, riducendole a meri nomi.
  4. Il soggettivismo è una concezione filosofica che ripone ogni valore di verità o di bene in ciò che si pensa o si desidera, senza alcun vincolo ad una norma oggettiva.
  5. Bernardo Gui (1261 – 1331), procuratore generale dell’ordine domenicano “per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, il Gui è considerato uno dei maggiori storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo” (Enciclopedia cattolica 1951, voce Gui, Bernard). Gli specialisti hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, “se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare”, mentre altri sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti (Tratto da Cristianità, n. 142, anno 1987).
  6. Tommaso d’Aquino (1225 – 1274), filosofo e teologo, canonizzato da Papa Giovanni XXII nel 1323 e proclamato Dottore della Chiesa da Papa Pio V nel 1567, è uno dei pilastri della Chiesa Cattolica. San Tommaso d’Aquino è il Dottore Comune, il cui insegnamento è garanzia di conformità all’ortodossia cattolica.
  7. San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa-IIae, q. 168