Per un’analisi della decrescita felice

Per un’analisi della decrescita felice

A breve, a Roma ospiteremo Maurizio Pallante, presidente del Movimento della Decrescita Felice e autore di numerosi saggi sul tema. Vorremmo cogliere l’occasione per confrontare il nostro pensiero con la sua suggestiva tesi, provando ad impostare un discorso “aperto”, cui possano contribuire anche altri collaboratori di questa rivista.

Una breve sintesi del pensiero di Pallante, allievo della scuola francese che fa riferimento a Serge Latouche, si rende necessaria. La teoria della decrescita parte da una critica essenzialmente economica della modernità. La confusione tra il concetto di bene ed il concetto di merce, caratteristica del capitalismo e del mercato, ha fatto sì che i rapporti sociali fossero sostituiti dai rapporti di produzione e consumo, elevando il valore monetario a misura di ogni valore. Tipico esempio della distorsione del sistema capitalistico è la misura del benessere attraverso il PIL (prodotto interno lordo): più aumentano la produzione e lo scambio dei beni-merce e dei servizi-merce, più aumenta la salute sociale e il benessere collettivo. Si giunge quindi al paradosso secondo cui le società che consumano meno farmaci antidepressivi hanno meno benessere di società che ne abusano.

Si afferma, quindi, la demonìa della crescita infinita. Il sistema capitalistico deve crescere per progredire. Recessione e stagnazione significano la morte del sistema economico. Ne consegue una società dove viene favorito l’edonismo consumistico, l’uomo e la donna perdono i loro connotati caratteristici e la loro funzione, si perdono saperi, tecniche di autoproduzione e autosostentamento. Ogni volta che l’essere umano si procura da sé ciò di cui ha bisogno, senza acquistarlo sul mercato, fa recedere l’economia.

Decrescita non significa, però, pauperismo, recessione o nostalgia di un’era primitiva in salsa hippy. Significa, innanzitutto, operare una distinzione tra beni che non sono merce (l’efficienza energetica degli edifici), beni che possono non essere merce (un prodotto dell’orto coltivato da solo) e beni che non possono che essere merci (saperi specialistici o alte tecnologie). Inoltre, significa impiegare meglio le risorse, evitando gli sprechi non necessari e favorire la prevalenza della qualità della vita sulla quantità del possesso. Attraverso una riscoperta del valore del dono, della comunità, della propria spiritualità e delle famiglie, é possibile ricostruire una società felice, mantenendo intatto il patrimonio tecnologico acquisito, senza che questo sia dannoso per la nostra salute o incida negativamente sul nostro benessere. Decrescere significa, in fin dei conti, ridurre lo spazio mercificato, in favore della valorizzazione di ciò che è bene indipendentemente dal valore economico.

Sicuramente la tesi di Pallante coglie nel segno in molte direzioni. Analisi critica e proposta colgono un aspetto essenziale della crisi del mondo moderno.

Noi crediamo, però, che una qualunque tesi che cerchi di risolvere il paradosso dell’economia non possa prescindere dal conflitto non riducibile fra nomos e tecnica. Il Diritto, inteso oggi solo come produzione di testi regolamentari e di atti-sentenza con funzione di ottima allocazione dei “danni collaterali”, ha perso il suo ruolo di “misura del bene sociale”.

L’uomo, in realtà, può trovare il suo benessere solo nell’ambito del nomos, mai in un mercato dei valori misurabili in banconote. Oggi, però, la “legge della casa” (oikos nomia, ossia l’economia), intesa come tecnica del benessere universale, ha soppiantato il diritto nella regolamentazione dei giusti rapporti sociali fra le persone, sia in senso verticale (rapporto con il potere) che in senso orizzontale (diritto civile). E’ l’utile, e dunque in fin dei conti la concupiscenza, a determinare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La Tecnica ha mobilitato l’umanità al servizio della macchina, mentre il Diritto per millenni ha tenuto l’uomo libero dalle proprie passioni. Tecnica e Diritto non possono coesistere.

Una critica solamente economica della modernità porterebbe ad un paradosso: ossia, ad una critica economica dell’economia, una critica tecnica della Tecnica. Ma non si sconfigge il male col male.

Così, la tesi della decrescita, se è vero che coglie il limite della Tecnica nella propria assoluta autoreferenzialità (nel senso che la mobilitazione tecnica deve soffocare ogni spazio come un tumore, senza lasciare un reale beneficio a chi la subisce), non riesce a superare una visione tecnica. Ma così si rischia di imbrigliare un pensiero critico in una circolare critica del pensiero. Non si può pensare che la mercificazione, ossia la mobilitazione tecnica dei bisogni finalizzata al profitto, possa essere fermata de-mercificando. Non si sconfigge il capitalismo con una diversa tesi economica, ma col Diritto.

Il Diritto, inteso come Giustizia, è la vera decrescita. Solo un arretramento dell’economia come tecnica sociale e normativa potrà riportare la situazione ad una condizione di normalità. Diritto non inteso, però, secondo i canoni del giusnaturalismo illuminista o del positivismo, ma secondo la Lex Naturalis della Tradizione cristiana europea. Solo attraverso la riscoperta della legge naturale, la Legge che Dio ha nascosto nel cuore degli uomini, si potrà riscoprire la vera Idea del benessere sociale.