TTIP: il nuovo cavallo di Troia delle multinazionali

TTIP: il nuovo cavallo di Troia delle multinazionali

Ad oltre settant’anni dallo sbarco in Normandia, l’America potrebbe tornare in Europa. Questa volta, gli Yankee non “esporteranno democrazia”, bensì ne ruberanno parte della nostra, secondo la folle visione economica delle oligarchie ultraliberiste e delle lobbies d’oltreoceano.  

Per tutti coloro i quali pensavano che la deregolamentazione commerciale implicasse “solo” l’abolizione di piccole inezie legate al sistema doganale o l’eliminazione di  qualche dazio commerciale, sarà di vitale importanza sapere che non è di questo che si sta dibattendo. Quello che si propone di demolire non sono semplici frontiere doganali ma, innanzitutto,  regole, garanzie, tutele. Tutto gravita attorno ad un unico elemento cardine: la cancellazione di elementi giuridici e di normative. Parliamo di una deregolamentazione selvaggia, capace di favorire la “libertà” di commercio e la possibilità di investimenti tra UE e USA. O per meglio dire, tra “noi” e le loro multinazionali, i loro giganti industriali, che, in maniera sempre più aggressiva, stanno tentando, subdolamente, di sostituirsi ai parlamenti e, ovviamente, alla volontà popolare. Lo stesso popolo è volutamente disinformato circa una questione così strategica per le sorti del nostro continente, capace di stravolgere diametralmente la nostra quotidianità e la nostra qualità di vita. L’imperiosa volontà di sottrarre un tema così delicato all’attenzione pubblica, mettendolo al riparo da ogni “pericolo” di dibattito, si comprende facilmente. Il TTIP dovrà essere presentato, agli occhi dei cittadini europei, nella solita orchestrazione a cui ci hanno abituati da anni. Non pensiamo sia un caso che, ancor prima dell’inizio delle trattative finalizzate alla creazione di una sconfinata area di libero scambio transatlantica, pressoché tutti i governi europei abbiano immediatamente enfatizzato le ricadute benefiche che tale concordato apporterebbe all’intero sistema economico mondiale. Il premier italiano Renzi ne ha parlato, addirittura, come di una “scelta strategica e culturale, in grado di rilanciare la nostra economia”.

Ma cos’è davvero il TTIP?

Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, è un trattato di libero scambio commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti d’America. È uno degli accordi commerciali più complessi e ambigui mai sperimentati, nella storia recente e non. Esso è, senza ombra di dubbio, qualcosa di più di un semplice negoziato di liberalizzazione doganale e commerciale. Dopo il via libera ottenuto a luglio 2013 dagli Stati membri dell’Unione Europea e dall’amministrazione governativa statunitense, il presidente Barack Obama e le principali autorità europee hanno “ufficialmente” intavolato le trattative, volutamente segrete e decisamente poco limpide.

Nel generale silenzio dei media – tranne sporadici accenni operati da alcune testate economiche-, dirigenti delle multinazionali, governanti dei paesi interessati e sostenitori del liberismo economico sono impegnati, da diversi mesi, nell’approvazione di un enorme programma di smantellamento delle già fragili barriere commerciali, giuridiche e politiche tra Stati Uniti, Europa e dodici nazioni del Pacifico. Il tutto sarà finalizzato alla creazione della più vasta area di libero commercio del pianeta, in un quadro di violenta deregulation che darà vita ad un mercato unico per merci, investimenti e servizi. In ballo ci sono enormi interessi economici. Molti analisti sono propensi a ritenere che la creazione di una zona di libero scambio privo di regole determinerà situazioni di criticità non solo di carattere commerciale, ma anche negli standard di sicurezza e qualitativi di elementi basilari come l’alimentazione, la cultura, i servizi sanitari, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Sul tavolo, infatti, ci sono tematiche come “l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, gli appalti pubblici, gli investimenti materiali, l’energia e le materie prime, le materie regolamentari, le misure sanitarie e fitosanitarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, lo sviluppo sostenibile, le piccole e medie imprese, la composizione delle controversie, la concorrenza la facilitazione degli scambi, le imprese di proprietà statale”

Gli attori e i comprimari di questo trattato, clamorosamente eversivo, sono molteplici: siamo di fronte all’ennesimo attacco che vede, tra i protagonisti, le solite lobbies economiche libere di agire arbitrariamente al cospetto di governi organicamente collusi, al “servizio” dei poteri forti. È evidente che a beneficiarne sarebbero quei settori industriali che hanno già posizioni dominanti nei mercati globali, a scapito delle piccole imprese e di interi comparti già in crisi. Se per gli USA il TTIP rappresenta la necessità di “legare” alla propria economia il maggior numero di nazioni ed aree geografiche possibili, per l’Unione Europea si tratta della più evidente e definitiva dichiarazione di resa. Una resa incondizionata di un continente fagocitato dallo strapotere economico e politico degli Stati Uniti. Il partenariato atlantico rappresenta, inequivocabilmente, un attacco senza precedenti alle normative economiche, ambientali e sociali su cui si fonda l’ordinamento giuridico e sociale del Vecchio Continente.

Ma cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Quali scenari e quali ricadute comporterebbe un’uniformazione così marcata – e sconsiderata –  di regole, vincoli commerciali e giuridici su nazioni come l’Italia e, più in generale, sul continente europeo?

I maggiori problemi si insinuerebbero, senz’ombra di dubbio, sugli standard qualitativi del comparto agricolo e alimentare. In particolare, verrebbero aperte le porte a prodotti alimentari di qualità infima: OGM, carni contaminate da ormoni per accelerare la crescita di bovini, da antibiotici e trattamenti per debellare agenti patogeni nella carne, da pesticidi e additivi alimentari.

Ma non solo l’agricoltura. Un aspetto particolarmente allarmante riguarderà la tutela ambientale. Le autorità pubbliche, infatti, con l’introduzione della clausola detta ISDS (Investor to State Dispute Settlement), non avrebbero più alcun tipo di potere coercitivo atto a fronteggiare lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Emblematico, a tal proposito, è il caso accaduto in Québec, dopo la ratifica del NAFTA: nel maggio 2013, la regione canadese vietò l’estrazione di gas e petrolio tramite “fracking”. Le industrie USA fecero ricorso al tribunale arbitrale del NAFTA, appellandosi a una norma costitutiva dell’accordo commerciale. Come da pronostico, la società di estrazione vinse la causa e il governo dovette erogare all’azienda 250 milioni di dollari di risarcimento.

In sostanza, una volta che il TTIP e la clausola ISDS entreranno in vigore, la Repubblica Italiana rischierà, concretamente, di dover versare risarcimenti astronomici, qualora vengano emanate leggi, in materia ambientale o sociale, che siano di minimo intralcio agli introiti delle multinazionali che operano sul nostro territorio. Di fatto, ci troveremmo di fronte ad un’“anomalia giurisprudenziale” che darebbe alle aziende la concreta possibilità di citare a giudizio direttamente gli Stati per qualsiasi intromissione nei loro affari. Le controversie, oltretutto, non verrebbero valutate da tribunali ordinari, ma da una “corte privata internazionale”, che giudicherebbe, sulla base del trattato stesso, se uno Stato abbia creato uno “svantaggio” all’impresa. Qualora venisse ritenuto colpevole, quello Stato potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o a risarcire l’impresa, come avvenuto in occasione del sopracitato caso in Québec.

Vi è poi, tutto il discorso legato alla gestione dei servizi pubblici. Dall’acqua all’energia, dai trasporti alla sanità: tutte le tipologie di servizio pubblico rischiano di trasformarsi da diritti per tutti a business delle grandi imprese. Vi sarebbe una forte spinta verso la privatizzazione indiscriminata, innescando, di fatto, un circolo perverso che darebbe vita ad un accesso condizionato al servizio in base alla disponibilità economica dell’utente. L’Italia, “culla” del Diritto, vedrebbe affievolita la tutela dell’interesse della res publica di quei beni o di tutti quei servizi pubblici essenziali che, per  loro natura, vengono gestiti e preservati dai governi perché troppo importanti per lasciarli o svenderli sul mercato.

Alla luce di quanto detto finora, abbreviando ogni ulteriore discorso, la sola certezza che emerge può essere sintetizzata in un unico concetto: l’Europa è pronta a svendersi, in maniera misera, complice, autolesionista, agli Stati Uniti, pur di creare un nuovo “patto atlantico economico” che dia maggior forza per imporre i propri standard commerciali e normativi ai paesi emergenti e, soprattutto, ai cosiddetti BRICS – tra i quali vi è anche la Russia – visti, oggi più che mai, come un ostacolo alla realizzazione di quel progetto perverso che fonda le proprie radici in una scioccante  deriva mondialista, apolide e colonialista. Un mondo al servizio delle multinazionali, quello che si apprestano a plasmare i burattinai fautori dell’economia “neocon”.

E tra i tanti interrogativi, si insinua il sospetto che la creazione del TTIP rappresenti una prova tangibile che quella che stiamo vivendo non sia solamente una crisi congiunturale prossima alla fine, ma si tratti di una vera e propria crisi strutturale del capitalismo. Il più grande centro economico mondiale, gli States, sono alla spasmodica ricerca di una soluzione che fronteggi non solo la fine della centralità economica yankee, ma, soprattutto, le difficoltà strutturali in cui versa il sistema economico capitalista. Parallelamente, le grandi multinazionali, sempre più spaventate dalle recenti mutazioni economiche mondiali, pretendono la distruzione di ogni vincolo, di ogni barriera che possa impedire la realizzazione del profitto. Niente e nessuno viene risparmiato dalla ferrea, perversa logica della produzione. Sull’altare dell’interesse economico e della ricerca del profitto, può esser sacrificato tutto, esseri umani e diritti compresi. La partnership – ricordiamolo – verrà stretta anche con alcune nazioni satelliti del Pacifico. La reazione del “blocco orientale” – ne siamo certi –  non tarderà ad arrivare e si potrebbe, addirittura, arrivare ad uno scontro dai risultati infausti. Nonostante ciò, la popolazione europea continua ad essere artificiosamente disinformata e in nessun modo viene edotta circa i reali rischi che potrebbero scaturire sul fronte economico, sociale, culturale da un provvedimento simile.  

E, intanto, si prosegue col il “sacro dogma” del mercato libero: libero di autolegittimarsi, speculare, devastare. Chi ci tutela, chi ci dà garanzie e, soprattutto, chi ci informa? Come bloccare questa economia predatoria che fabbrica povertà? Decine di economisti, nonché premi Nobel, criticano questo sistema economico devastante e pericoloso per la pace sociale. Pochi ricchi, i quali detengono ricchezze inestimabili, e tanti, troppi poveri costretti a spartirsi le briciole. Questa è una realtà incontrovertibile. Quanta diseguaglianza possiamo ancora permetterci? Il TTIP non è altro che l’emblema di quel libero mercato in grado di soggiogare interi popoli e nazioni e arricchire, oltre ogni immaginazione, una piccola élite di individui.

Meditate gente, meditate.