L’omicidio stradale e la sottile linea tra giustizia e vendetta

L’omicidio stradale e la sottile linea tra giustizia e vendetta

L’approvazione definitiva da parte del Senato della Repubblica del DDL sull’omicidio stradale rappresenta l’ennesimo esempio di una deleteria tendenza italiana che, sul Foglio, il senatore Luigi Manconi ha giustamente definito come “populismo penale”. Si tratta del solito disegno di legge che inasprisce notevolmente le pene, creando una nuova fattispecie di reato – in questo caso, appunto, l’omicidio stradale -, un po’ come avvenuto per il “femminicidio”. Ovviamente, il provvedimento è stato sostenuto da un’ampissima maggioranza parlamentare e le uscite dall’aula di Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord sono da ascrivere solamente ai soliti battibecchi con l’esecutivo sull’uso della fiducia in un numero eccessivo di votazioni e non a una contrarietà sostanziale a una legge che è sorta da iniziative bipartisan.

Così, a parte qualche critica, proveniente peraltro da personaggi in grado di contribuire a denigrare una posizione sostenendola (come, ad esempio, dal gruppo ALA di Denis Verdini), il disegno di legge è stato approvato tra la gioia dei maggiori media italiani – il TG5 è da anni un grande promotore della necessità di questa legge – e la soddisfazione delle associazioni dei familiari delle vittime della strada. “E’ fatta!”, ha commentato Giovanni Delle Cave, vicepresidente nazionale dell’Associazione europea familiari vittime della strada. “Oggi l’omicidio stradale è legge, ringrazio i familiari che mi hanno dato supporto in questa lotta, ringrazio le forze dell’ordine, è stata dura ma l’associazione europea familiari e vittime della strada onlus ha vinto”. (1)

Bene, bravi, bis. O forse no?

Una volta che ci si sia liberati dall’emotività che, inevitabilmente, è destinata a entrare nei ragionamenti di chi si trova coinvolto, direttamente o indirettamente, nelle questioni trattate dal DDL, risulta chiaro come ci sia ben poco da festeggiare e come, per l’ennesima volta, si sia dato in mano a PM e giudici degli strumenti normativi durissimi e dalle conseguenze tutte da scoprire. Acclarato che, al di là dei rimbombi mediatici, non sussiste alcuna emergenza relativa all’omicidio stradale, con i morti sulle strade in calo dai primi anni Duemila e scesi nel 2013 a meno di 3000 casi all’anno (da dei picchi vicini agli 8000) (2), non si capisce affatto la ratio di pene draconiane, arresti in flagranza e cumuli fino a 20 anni anche in casi in cui il conducente colpevole si sia immediatamente fermato a prestare soccorso. I cambiamenti specifici introdotti in questa legge sono su tutti i giornali da giorni ed è inutile ripeterli, ma a un occhio non ottenebrato da emotività sarà facile capire come si tratti di inasprimenti notevoli e, in generale, di una legislazione molto dura su tutti coloro che, sotto effetto di alcol e stupefacenti oppure perfettamente sobri e consapevoli, causano gravi lesioni personali o la morte di altre persone mettendosi alla guida di un autovettura.

Posto che si tratta di condotte tutte da condannare e punire, sarebbe, però, il caso di farla finita con una certa retorica sull’alcol alla guida e sul condannare a morte e torture l’universo mondo (tranne noi). In questo caso, infatti, si tratta proprio di un pessimo disegno di legge, che colpisce in maniera assolutamente abnorme chi si mette al volante avendo bevuto una birra o va qualche km/h sopra ai bassissimi limiti consentiti all’interno dei centri urbani. Nessuno vuole giustificare i comportamenti dei tanti incoscienti e incapaci che si mettono alla guida di automobili, ma equipararli a livello giudiziario a casi di omicidio efferato sarebbe ridicolo, se non fosse effettivamente successo e una legge fosse ora in vigore proprio in tal senso, tra gli scroscianti applausi con cui in democrazia si tende ad accogliere un sacco di boiate. Consideriamo un caso-limite, per il quale non è prevista alcuna eccezione o attenuante generica: qualcuno si mette alla guida avendo bevuto due bicchieri di rosso (sbagliando) e travolge (per errore) un ciclista o un pedone. A prescindere dalla responsabilità o meno di quest’ultimo nella dinamica dell’incidente, l’automobilista avrà, nella pratica, quasi sempre delle colpe, in base al Codice della Strada, dovute alla distanza di sicurezza e alle basse velocità consentite. Così, potrà facilmente avvenire che questo qualcuno, finendo in mano a uno zelante giudice in vena di funzioni rieducative della pena, si prenda 10 anni di carcere da un giorno all’altro, pur essendosi fermato subito a soccorrere il malcapitato. Con tutta evidenza, non sembra più così migliorativa l’approvazione di una nuova fattispecie rispetto al sistema precedente, in cui la gradazione delle pene previste dall’omicidio colposo e dall’omicidio volontario garantiva anche 20 anni di galera per i casi più gravi, coinvolgenti veri ubriachi e drogati alla guida, e una maggiore comprensione nei casi di errori assolutamente risibili ma dalle gravi conseguenze. La causa del fatto che, a volte, non sia andata così e qualcuno se la sia cavata con poco è da ricercare nelle scelte assurde di singoli giudici e nella sostanziale impossibilità che la loro azione sia sottoposta a controlli e valutazioni. Ma con un pessimo giudice, qualsiasi legge sarà applicata in maniera pessima, e dargli in mano pure strumenti pericolosi non sembra una grande idea.

Quando si stende una legge, vanno tenute in conto le ripercussioni future esplicite ed implicite, della legge che viene promulgata, non solo la misura in cui soddisfa il nostro subconscio. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, dice un proverbio che racchiude tanta saggezza popolare (oggi un po’ annebbiata, forse). Non si mette, certamente, in dubbio la buona fede e la sincera devastazione emotiva di chi ha perso un parente o un amico a causa di un incidente stradale, magari causato da una grave negligenza o da un comportamento sconsiderato, che indubitabilmente vanno puniti, finanche con la revoca a vita della patente (strumento più adeguato e, peraltro, presente inizialmente, ma poi eliminato dal DDL). Ma è assolutamente inappropriato pretendere di far passare proprio delle associazioni di familiari di vittime, per loro natura composte da persone emotivamente coinvolte con gli eventi e, quindi, per forza di cose, non imparziali nel loro giudizio, come consulenti legislativi.

Al di là del caso specifico del DDL in questione, il problema è che c’è una concezione distorta della giustizia, abbastanza sedimentata all’interno dell’opinione pubblica, per la quale essa coincide con la vendetta e la soddisfazione personale. In questo paese sembra sempre che non si possa mai chiamare le cose con il loro nome. Così, a livello teorico e di pour parler, la vendetta è ostracizzata e messa al bando in quanto sentimento animalesco e frutto di un retaggio medievale e pre-moderno che non può più avere spazio nella moderna società civile, ma poi la si fa rientrare dalla finestra, sotto l’aura di una più completa e precisa giustizia.

Forse, dovrebbe essere proprio il contrario. Quello di vendetta è un sentimento perfettamente e tipicamente umano, uno di quei caratteri ineludibili della condizione umana che non saranno certo qualche decennio di liberal-democrazia a estirpare da un mondo che ha vissuto per secoli immerso nella violenza giornaliera delle faide personali e familiari e delle questioni di onore e di principio. La sua esistenza va accettata in quanto componente naturale dell’essere umano, il che non comporta che vada istituzionalizzata e garantita come un diritto dallo Stato, facendola passare per quello che non è. Quello che non si ha il coraggio di dire è che la vendetta, se proprio la si vuole, ce la si prende, da soli e assumendosene le proprie responsabilità, in seguito, per il danno causato alla società dalla propria scelta di “far da sé”. Non si pretende la tutela statale del desiderio di soddisfare le proprie voglie personali di vedere soffrire e patire chi ci ha fatto, anche involontariamente, del male. Che non è quello che vogliono tutti, oggigiorno, ma parecchi sì.

Note:

(1) http://www.latinaquotidiano.it/lomicidio-stradale-legge-associazioni-dei-familiarilomicidio-stradale-e-legge-dopo-4-anni-la-vittoria-delle-associazioni-dei-familiari-vittime/

(2) Dati ISTAT