I “temi etici” nella trappola del “dialogo democratico”

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Uno degli elementi maggiormente caratterizzanti lo scenario culturale e politico democratico è quello del dialogo. Si parla di dialogo in relazione ad ogni argomento, dai cosiddetti “temi etici” – ossia quelli riguardanti questioni strettamente connesse alla natura umana ed alla sua dignità, come l’aborto, le manipolazioni genetiche, il matrimonio e la struttura della famiglia, il costume sessuale, l’eutanasia, l’uso delle droghe – alle riforme delle istituzioni di rappresentanza politica, passando per le tematiche relative alla tutela e allo sfruttamento del territorio. Tutto, insomma, è sottoposto alla “legge del dialogo”.

Ma di quale dialogo si tratta? Certamente, non quello che scaturisce dal normale confronto fra persone che, in accordo alla loro natura umana, usano il mezzo della parola per comunicare. Il dialogo qui preso in considerazione è il “dialogo democratico” (1), ovvero uno degli strumenti maggiormente e meglio utilizzati dal fronte progressista al fine di conseguire i propri obiettivi.

I progressisti – ci riferiamo in particolare a quelli di “marcia lenta”, ossia coloro che perseguono per gradi il raggiungimento degli obiettivi prefissi – prediligono, infatti, la “via del dialogo” e del “confronto democratico” per piazzare le loro novità. Il metodo è semplice e si basa sulla convinzione, ormai diffusa, che la verità sia necessariamente il frutto del confronto tra gli uomini e che scaturisca da una dinamica dialettica, dove una tesi ed un’antitesi si fronteggiano per dar luogo ad una sintesi, la quale altro non è che l’obiettivo posto dai promotori del dibattito e del “confronto democratico”.

In sostanza, sono i progressisti a dettare l’agenda culturale e politica della nazione, a scandirne i ritmi e a decidere quali e quante tappe toccare, prima di giungere al conseguimento completo dei loro obiettivi. Del resto ciò è normale, in un sistema fondato sul relativismo – e la democrazia moderna questo è – a comandare sono coloro che del relativismo sono la più autentica espressione.  

Chiunque si cimenti ad affrontare discussioni inerenti tematiche oggetto del dibattito politico, che siano o meno suscitate dal fronte progressista, ha la necessità di comunicare con il prossimo, cosa tanto ovvia quanto delicata, in virtù delle difficoltà testé denunciate, legate al clima culturale dominante.

La mentalità che oggi caratterizza molte persone, infatti, è pregna di individualismo, il quale concepisce l’essere umano come un individuo separato dalla sua dimensione sociale e, soprattutto, scevro da qualsiasi vincolo di dipendenza con qualcosa di più grande, oggettivo e trascendente (Dio, la Sua legge, l’ordine da Egli stabilito).

L’individualismo – che è sinonimo di liberalismo – concepisce l’uomo-individuo come padrone assoluto di se stesso e non ammette vincoli morali che non dipendano esclusivamente dalla sua volontà.

L’individualismo scaturisce dal soggettivismo, la concezione filosofica che pone l’uomo al posto di Dio facendone il centro dell’universo e la misura di tutte le cose. Il soggettivismo sta alla base del mondo moderno (o modernità), inteso come mentalità che rifiuta Dio ed il Suo ordine.

L’uomo impregnato di mentalità individualista – inculcata da un sistema culturale e mediatico che condiziona le persone da decenni – si trova costantemente in uno stato di contraddizione, che deriva dalla volontà di vivere ignorando o negando esplicitamente la realtà oggettiva delle cose, la loro natura, ossia come sono fatte e si sono ritrovate ad essere (dal momento che nessuna cosa esistente, a parte Dio, si è data la natura e l’essere).

Questo stato di contraddizione è alla base della confusione e del disordine che oggi si riscontra facilmente fra le singole persone e nella società, disordine che comporta l’impossibilità di comprendere ed affrontare correttamente alcune tematiche fondamentali. Tra queste quelle legate ai succitati “temi etici”, quelli, per intenderci, che, quando va bene, le segreterie dei partiti democratici affidano alla “libertà di coscienza” dei singoli parlamentari o dei singoli elettori, in questo manifestando tutta la pochezza di chi non comprende la fondamentale importanza di tematiche che non possono prescindere dalla verità sulla natura umana.

Se si disconosce la natura dell’uomo – come è fatto e cosa occorre affinché possa vivere bene in società, in pace con le altre persone (per quanto possibile) e realizzando se stesso secondo la propria natura – e si pensa che il limite morale degli atti umani, lo stabilire cosa è bene e cosa è male, dipenda solo dalla volontà degli uomini, i quali, senza vincoli di sorta, possono fare come gli pare e stabilire – con il voto della maggioranza o l’imposizione per legge – che quello che ieri era bene oggi è male e viceversa, allora nessun dialogo serio (ovvero non fine a se stesso, ma volto a trovare delle soluzioni corrette a dei problemi concreti) è possibile tra chi su queste decisive questioni è diviso.

Come spiegare, dunque, alle persone con cui ci confrontiamo le ragioni delle nostre posizioni? Innanzitutto, occorre fare chiarezza sul significato delle parole che utilizziamo. Uno dei “colpi da maestro” della Sovversione, infatti, è lo stravolgimento del significato di alcune parole (quali per esempio amore, bene, tolleranza, integrazione, discriminazione), stravolgimento ovviamente funzionale al conseguimento degli obiettivi del fronte sovversivo.

Inoltre, è fondamentale chiarire che le nostre posizioni si fondano su una concezione non individualistica dell’uomo e della vita, bensì sulla considerazione della sua natura sociale (o socievole) e sull’impatto che determinate scelte possono avere sull’integrità del corpo sociale e, dunque, sulla vita del consorzio civile.

Per esempio, nel caso di dispute su questioni come le rivendicazioni dei cosiddetti “diritti civili” per gli omosessuali, è necessario precisare che a noi non importa nulla di “ficcare il naso” nella vita privata delle persone, quello che ci interessa è l’impatto che determinati comportamenti possono avere sulla società, se ne minaccino o meno l’integrità morale e fisica.

Se due persone dello stesso sesso vogliono avere rapporti contro-natura, lo facciano. Ma in un ambito di discrezione che renda il loro rapporto una faccenda del tutto privata e nascosta, in quanto il rapporto contro-natura, essendo appunto contrario all’ordine naturale, costituisce un’offesa alla morale, la quale deve essere pubblicamente difesa e promossa, pena il venir meno di un potente collante che garantisce la tenuta del tessuto sociale sul piano comportamentale.

Ed ancora, è necessario ricordare che le unioni omosessuali non sono meritevoli di tutela da parte dello Stato, in quanto non danno nulla alla comunità nazionale, essendo la loro ragion d’essere fondata unicamente sulla volontà di soddisfare un desiderio soggettivo e non una necessità che riguarda la sopravvivenza della comunità nazionale stessa, necessità alla quale risponde, invece, il matrimonio, su cui si fonda la famiglia, la quale è cellula base della società.

La famiglia, infatti, è naturalmente predisposta ad accogliere i figli, coloro che saranno i cittadini di domani e grazie ai quali la vita della società e della nazione potrà continuare. Tutto questo le unioni omosessuali non lo possono dare. E non solo perché, per via naturale, di figli non ne possono generare (e questo vorrà pur dire qualcosa), ma anche perché l’allevamento e l’educazione della prole necessita, in via ordinaria, della presenza del padre e della madre. È nella natura delle cose, quella natura che gli individualisti, però, non riconoscono.

Questo dovrebbe essere il nostro modo di impostare e affrontare le discussioni relative alle tematiche che ci impegnano nel cosiddetto confronto politico: ancorare sempre le nostre posizioni alla dimensione etica, non per gusto soggettivo ma per necessità oggettiva. Ad esigerlo è la natura delle cose, dalla quale non si può prescindere.

Affrontare, dunque, ogni confronto, volto a dar ragione delle nostre istanze, stando ben attenti a chiarire sempre il significato delle parole e a non farsi coinvolgere nella perversa dialettica sovversiva, la quale conduce sempre al cedimento l’interlocutore che riveste il ruolo del sostenitore dell’antitesi (l’anti-progressista), in quanto la sintesi ottenuta va sempre a collocarsi, in qualche modo, nella direzione voluta dai sostenitori della tesi (i progressisti).  

Un caso concreto che conferma questo tipo di dinamica, può essere rappresentato dal recente esito del dibattito e del voto che, in Senato, ha portato all’approvazione del DDL Cirinnà. I componenti della maggioranza di governo, appartenenti al Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, hanno votato a favore di questo disegno di legge, in seguito ad alcune modifiche apportate al testo originario. In particolare, ci riferiamo allo stralcio della cosiddetta stepchild adoption, fatto in sé buono. Ma l’esito di questo confronto, alla fine, qual è stato? Una volta terminato l’iter parlamentare, che si annuncia in discesa, lo Stato italiano tutelerà con una sua legge una forma di unione che scimmiotta e mortifica il matrimonio e con esso la famiglia, riconoscendo degna di protezione una forma di comportamento contraria all’ordine naturale ed alla morale che ne deriva. Qualcosa che, nell’ordinamento giuridico dello Stato, prima non c’era, ora c’è. A vincere, dunque, sono stati i progressisti di tutte le risme, anche quelli camuffati da conservatori (2).

Ad Angelino Alfano e soci, la consolazione di essersi comportati da veri democristiani (3): intransigenti nel non mollare i posti di potere e pronti al compromesso (ovvero al cedimento) sui principi ed i valori etici: proprio come i loro “illustri” predecessori. Del resto di che stupirsi, il compromesso con la Sovversione è il loro marchio di fabbrica.

Note

  1. L’uso dell’aggettivo “democratico” accanto alla parola “dialogo” è d’obbligo, in quanto sta ad indicare la qualità di un confronto viziato dal relativismo su cui si fonda la moderna democrazia. Ciò è sufficiente a dimostrare che nessuna comprensione è possibile tra chi parla linguaggi diversi e contrapposti, tra chi crede all’esistenza della Verità oggettiva, da cui scaturiscono principi e valori che non possono essere negati, pena il caos, e chi, invece, questa Verità la rifiuta.
  2. Ha ragione Merlo, dunque, quando scrive che «comunque la si guardi, questa legge è dunque una nuova Porta Pia», perché «svaticanizza (ossia decristianizza) l’Italia» (La Repubblica, 26 febbraio 2016). Ma come ignorare le responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche in questa decristianizzazione dell’Italia? Il vaticanista Giuseppe Rusconi osserva che «amarezza e rabbia», oltre che verso i politici cattolici, «si indirizzano contro un altro bersaglio: il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino» (Rossoporpora, 26 febbraio), esponente di punta di quella “Chiesa in uscita” che «al confronto aperto e anche duro preferisce – in particolare sui temi della famiglia e della vita – un dialogo imprecisato e a oltranza con il potere che si sviluppa tra corridoi e incontri conviviali». (Fonte: stralcio di un brano dell’articolo di Roberto de Mattei Il tradimento storico del “cattolici” pubblicato da Corrispondenza Romana del 02-03-16)
  3. Alfano ha preferito comportarsi come Andreotti, che il 21 gennaio 1977 annotava sul suo diario: «Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha anche Leone per la firma), ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena (dopo aver?) cominciato a turare le falle, ma, oltre a subire la legge sull’aborto, la Dc perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave» (Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, pp. 73). La perdita della presidenza di un governo veniva considerata più grave dell’omicidio, per legge, di milioni di innocenti. (Fonte: stralcio di un brano dell’articolo di Roberto de Mattei Il tradimento storico del “cattolici” pubblicato da Corrispondenza Romana del 02-03-16)