Nasce “Il Popolo della famiglia”: alcuni spunti e riflessioni

Nasce “Il Popolo della famiglia”: alcuni spunti e riflessioni

L’annuncio di Mario Adinolfi e Gianfranco Amato di voler dare vita ad un nuovo soggetto politico, “Il Popolo della Famiglia”, non ha mancato di suscitare un vivace dibattito e reazioni contrastanti tra coloro che, con attenzione, hanno partecipato ed osservato le dinamiche relative al Family Day. Eppure, nessuno può dirsi completamente sorpreso della scelta politica che i due alfieri del Comitato Difendiamo i Nostri Figli hanno deciso di intraprendere. Forse perché il popolo cattolico è veramente, nei suoi mille rivoli, un popolo orfano di una rappresentanza politica che né il nuovo, né il vecchio centrodestra sono ormai più in grado di esprimere. O forse, perché, più semplicemente, il famoso slogan che campeggiava il 30 gennaio al Family Day, “#Renziciricorderemo”, lasciava a tutti gli effetti presagire la volontà di dare continuità ad una battaglia che, ad onor del vero, ha visto gli stessi organizzatori coraggiosi protagonisti.

La nascita di un nuovo soggetto politico rappresenta, tuttavia, un vero e proprio salto nel vuoto e pone diversi interrogativi. La scelta si basa, infatti, su un assunto non dimostrato, ossia che il popolo che generosamente ha partecipato alla mobilitazione contro le unioni civili sia pronto a considerarsi un elettorato e, quindi, pronto a condividere dei bisogni e delle aspirazioni unitarie, tali da porre in secondo piano elementi eventualmente divisivi.  Le anime che hanno contribuito a riempire il Circo Massimo erano, però, estremamente eterogenee: vi erano variegati spezzoni del mondo dell’associazionismo e delle organizzazioni cattoliche, dal Cammino Neocatecumenale alla Fraternità San Pio X, ma non sono certo mancate anche partecipazioni più politiche, dai “traditori” di Ncd a elementi sparsi di Forza Italia, sino ad arrivare all’intransigenza di Forza Nuova ed ai più moderati Fratelli d’Italia.

Il tentativo di esprimere una voce ed un “sentire” in grado di racchiudere le aspirazioni di anime così diverse non può, quindi, prescindere dal chiarire quali debbano essere le basi su cui poter fondare una casa comune dei Cattolici.

In questo senso, non sarà certo chi scrive a sminuire l’importanza e la portata delle battaglie a difesa della famiglia. Ma possono essere queste, esclusivamente queste, la pietra miliare di una battaglia politica e partitica? Cosa farà il Popolo della Famiglia quando dovrà affrontare temi che, alla stregua delle unioni civili, condizionano la vita politica del paese? Che soluzioni offrirà alle emergenze dell’immigrazione, del lavoro e dei difficili rapporti con le istituzioni europee? Domande banali, ma che evidenziano i rischi connessi ad una operazione di questo tipo. Una operazione certamente coraggiosa, ma che presenta un prezzo importante: quello di gettare a mare mesi e mesi di una attività, politica e culturale, che, questa sì, ha innegabilmente contribuito a suonare la sveglia al popolo cattolico.

Il merito di Miriano, Adinolfi e Amato è stato, infatti, proprio quello di fare della battaglia contro le unioni gay e la stepchild adoption una sollevazione popolare, slegata da giochi di potere e dettata esclusivamente dalla necessità di opporsi ad una legge folle. Mentre i “cattodem” e il Ncd rimanevano invischiati nei compromessi e nelle logiche che abitualmente condizionano la vita parlamentare, i nostri hanno potuto agire con le mani libere, testimoniando un impegno disinteressato, svelando le contraddizioni del ddl Cirinnà e mettendo bene in risalto come questa trovasse i suoi più accesi sostenitori non tra le fila di governo, quanto piuttosto in “organi di pressione” esterni al Parlamento.

E non solo: forse uno dei limiti maggiori evidenziati dal Comitato Difendiamo i nostri figli è stato proprio quello di dare alla battaglia contro le unioni civili un respiro troppo istituzionale, che ha portato a considerare Angelino Alfano un interlocutore credibile e di riferimento, mentre invece si è prese le distanze da movimenti dai toni radicali, che comunque avrebbero potuto offrire un valido contributo nel dare alla protesta uno stile più eclatante, sulla falsa riga della “Manif pour tous” francese.

Giova ricordare come non siano stati i parlamentari del Pd a imporre dibattiti televisivi in cui la Miriano o l’Adinolfi di turno hanno dovuto affrontare da soli una maggioranza intollerante; né sono stati gli stessi parlamentari del Pd a invogliare i cantanti del Festival di Sanremo ad indossare delle fascette di colore arcobaleno.

C’è davvero il bisogno di rinunciare ad una testimonianza proficua e disinteressata, in nome di qualche inutile, quanto sterile, scranno parlamentare?