La guerra è sotto casa. Analisi della situazione libica

La guerra è sotto casa. Analisi della situazione libica

La recente morte dei due tecnici italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla, e la vicenda della liberazione dei due ostaggi, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, hanno portato alla ribalta mediatica una questione di cui, in realtà, si parla da diversi mesi. Il dibattito su un eventuale intervento italiano è ora iniziato su scala nazionale. È realistico pensare che si possa combattere l’Isis al fianco della NATO?

Che la guerra si stia per spostare sotto casa e a spese nostre, senza che, ovviamente, questa sia una scelta sovrana? Non prevediamo il futuro, ma di certo siamo propensi a non credere al pacifismo renziano e alla scusa che non sia stato previsto un piano di pace per il dopo-bombardamenti. Crediamo piuttosto che siamo una colonia e che come tale dobbiamo ubbidire” (http://ordinefuturo.net/2015/12/02/se-la-guerra-si-sposta-sotto-casa/). Così scrivevamo a inizio dicembre su questa rivista. Oggi, possiamo dare senza dubbio una risposta. E questa, non può che essere positiva.

Usa e Inghilterra non hanno dubbi sul ruolo che l’Italia dovrà assumere. L’ambasciatore americano a Roma, John R. Phillips, in un’intervista rilasciata al Corriere qualche giorno fa, ha chiesto espressamente al Governo Renzi 5000 uomini, le basi siciliani ed il sistema satellitare Muos.  Christopher Prentice, invece, dal 2011 ambasciatore di Sua Maestà britannica in Italia, in un intervista rilasciata a QN, ha dichiarato “l’Italia può autorevolmente giocare un ruolo di coordinamento e di guida della missione, nella quale la Gran Bretagna è pronta fare la propria parte sia sul piano del supporto alla governance, sia degli aiuti, sia dell’indispensabile contributo alla sicurezza”. Per ora, il presidente del consiglio Renzi si è smarcato, prendendo tempo e chiedendo cautela. Ma il messaggio è chiaro.

La recente morte dei due tecnici italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla, e la vicenda della liberazione dei due ostaggi, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, hanno portato alla ribalta mediatica una questione di cui, in realtà, si parla da diversi mesi. Il dibattito su un eventuale intervento italiano, è ora iniziato su scala nazionale. La cautela del governo deriva, in questo caso, sia dall’attesa della verifica delle reazioni dell’opinione pubblica, sia dal pericolo che una presa di posizione netta potrebbe causare in termini di consenso. Non dimentichiamoci che, tra poco, si terranno le elezioni amministrative e che l’Italia non ha una popolazione con una forte vocazione bellicista. Il Premier sembra dunque schiacciato da un lato dalle pressioni anglo-americane, dall’altra dal timore di una perdita di consenso interno in un periodo di particolare debolezza.

Un analista importante come Alberto Negri, del Sole 24 Ore, ha evidenziato tre aspetti importanti. In primo luogo, un eventuale intervento libico da parte dell’Italia comporta notevoli rischi, non da ultimo quello di possibili attentati sul nostro suolo. In secondo luogo, poi, non si deve pensare che in Libia verremo accolti come liberatori. Da sempre, infatti, da quelle parti siamo visti con occhio ostile. Da ultimo, ma certamente non meno importante degli altri punti, viene sottolineato come non sarebbe possibile per l’Italia discostarsi da un copione scritto da forze che hanno interessi in gioco altissimi. Si pensi alla Francia. I suoi interessi in Mali, residuo di un impero ormai decaduto, sono troppo forti per non voler avere il controllo assoluto della situazione. Solo per dirne una, il Sahel è una delle zone di maggior estrazione di uranio. Pensate che i francesi vogliano correre il rischio che tutto ciò finisca nelle mani dei fondamentalisti arabi?

Ma esiste un aspetto di cui non si sente ancora parlare a sufficienza. E’ realistico pensare che si possa combattere l’Isis al fianco della NATO? Un intervento in Libia è impensabile al fianco di Usa e Turchia. Soprattutto quest’ultima. Il governo di Ankara ha lasciato per anni entrare e uscire dalla Siria i miliziani dell’Isis. Permettere, inoltre, alle truppe USA di installarsi in Libia significherebbe danneggiare i nostri stessi interessi economici nella regione. Non ci dimentichiamo che fummo costretti, nel 2011, a bombardare Gheddafi, con il quale solo sette mesi prima avevamo concluso importanti accordi commerciali.

La soluzione più interessante per gli interessi italiani sarebbe quella di formare una coalizione europea, sotto l’egida del consiglio di sicurezza ONU, nel quale siede anche la Russia, e a guida franco-italiana. Gli obiettivi da perseguire sarebbero essenzialmente due: respingere l’Isis lontano dalle nostre coste e creare una zona cuscinetto per interrompere qualsiasi collegamento tra le truppe qaediste sub sahariane e le milizie di stanza a Sirte. In un tale contesto, andrebbero creati i presupposti per la formazione di un governo libico forte e “amico” dell’Europa. Solo così potremo garantire il blocco dei flussi migratori e la ripresa delle attività economiche in quelle terre. Situazione, inoltre, che garantirebbe alla Francia di tutelare le proprie attività in Mali.

(Foto Secolo-trentino)